EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
bologna

Adolescenza, identità, depersonalizzazione

           

                di Maria Bologna

I (confini) muoiono e risorgono, si spostano, si cancellano e riappaiono inaspettati.

Segnano l’esperienza, il linguaggio, lo spazio dell’abitare,

il corpo con la sua salute e le sue malattie,

la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti,

la politica con la sua spesso assurda cartografia,

l’io con la pluralità dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni,

la società con le sue divisioni, l’economia con le sue invasioni e le sue ritirate,

il pensiero con le sue mappe dell’ordine

Claudio Magris, 1991

 

 

Confine ed identità

In un piccolo libro di qualche anno fa Piero Zanini (1997), architetto, ha scritto cose illuminanti sul confine: “Questa linea (…) caratterizza in maniera più o meno visibile tutti i nostri luoghi, definisce le nostre personalità e le nostre identità”. Il termine si riferisce originariamente al solco che il vomere trascinato dall’aratro traccia nella terra: “Questa traccia (…) delimita per la prima volta uno spazio, lo toglie dal nulla, dall’infinito, gli attribuisce una dimensione”. Segnala dunque il luogo di una differenza, in quanto determina e separa gli spazi all’interno dei quali è possibile sviluppare una storia. Non si tratta di una semplice frammentazione, ma di un processo che separa, individua, riconosce, confronta, comunica, scambia.

Ma l’idea di confine richiama nella sua ambiguità, oltre che un significato attivo-esplorativo, anche una polarità passiva-restrittiva, legata al limite.

Il limite allude ad un divieto, ad una barriera tra noto ed ignoto. Oltrepassarlo può significare infrangere una regola, andare oltre il giusto ed il consentito; può rappresentare la fine di un rassicurante spazio familiare e l’inizio di quello dell’incertezza (oltre il volere degli dei, oltre le colonne d’Ercole,  direbbero i classici).

 

Adolescenza ed identità

Alcune di queste riflessioni si prestano ad essere trasferite nel contesto psicologico.

Il delimitare, inteso come atto di fondazione dell’identità, implica l’istituzione di una dualità, interno/esterno, io/altro, limitato/illimitato, lecito/illecito ed afferma in tal modo l’esistenza non solo del sé ma anche dell’altro-da-sé, che ha caratteristiche di incertezza, indeterminatezza, imprevedibilità ma è altrettanto reale.

Il confine può essere inteso, proprio per il suo valore di metafora del processo di individuazione, come un veicolatore di senso efficace per esplorare l’area di transito dall’adolescenza all’età adulta.

Il lavoro dell’adolescenza consiste nella possibilità di trasformare l’esperienza della limitazione e della perdita in un accresciuto sviluppo personale ed in una più estesa comprensione del senso della propria vita in relazione all’altro, in confine appunto.

Nella sua complessità questo lavoro non è indenne dal rischio di sconfinamenti dalla salute alla sofferenza emotiva, transitori o destinati a cristallizzarsi in forme cliniche.

Non si può trascurare, inoltre, il ruolo che alcuni dispositivi culturali hanno assunto sulla espressività di quella che si potrebbe definire fenomenica post-moderna della adolescenza.

 

 

Identità e depersonalizzazione

Se l’identificazione è un processo di delimitazione e differenziazione ed ha a che vedere con il tracciare un confine io/altro, la depersonalizzazione  appare come il suo esatto contrario, in quanto esperienza di frammentazione, di perdita dei confini e  di estraneazione.

Le metafore utilizzate per descriverla riguardano l’estraneità a sé, la distorsione del vissuto emotivo, la diversità rispetto ad un prima. Esperienza ineffabile ed inafferrabile, che investe l’unità psico-corporea  e si colloca nella interfaccia tra persona e mondo incrinando il senso di soggettività, può interessare trasversalmente diverse condizioni cliniche.

Se la vita psichica è il risultato della capacità di stabilire una relazione intenzionale tra contenuti mentali, corpo e mondo, che fa della soggettività una forma chiusa e delimitata per quanto permeabile, nella depersonalizzazione il difetto della integrazione delle funzioni mentali compromette innanzitutto il sentimento di appropriazione. L’io osserva se stesso da fuori, esperisce la rottura di un nesso vitale nelle dimensioni dello spazio ed in quelle del tempo, registra una differenza indicibile, uno scostamento tra prima ed adesso. In questa incrinatura si insinua la perplessità.

Nella sospensione di significati che ne deriva parti psichiche, non più collegate tra loro, vagano oltre i confini dell’unità psico-corporea e vengono percepite come diverse, insolite, estranee, fino a diventare persecutorie.

 

Da un punto di vista strettamente psicopatologico, la depersonalizzazione si configura come un costrutto di transizione tra processo fondamentale e sintomo derivabile, tra psicogeno ed endogeno, tra mente e corpo, tra aspetti paranoidei e depressivi, tra sintomi di base e dissociazione strutturale. E’ il segnale di un rapporto antitetico tra posizioni diverse, che non riescono a trovare una conciliazione (ad es., realtà/ideale). Snodo chiasmatico da cui possono dipartirsi diversi percorsi clinici, é frequente nelle forme iniziali di disagio emotivo, quando il quadro sintomatico si presenta ancora polimorfo, instabile, atipico, sommatoria di più entità apparentemente disaggregate dal punto di vista nosologico (Roccatagliata, 1979; Stanghellini, 2004).

 

Nella genesi di alcuni di questi percorsi clinici non può essere trascurato il ruolo più o meno latente di una traumatizzazione precoce e complessa (Farina & Liotti, 2011).  Ma cosa può essere considerato traumatico oggi? In tempi di forte instabilità sociale, politica ed economica e di trasmissione sincronica e globale delle informazioni le occasioni di una traumatizzazione anche riflessa, che alimentano quello che si potrebbe definire un diffuso clima traumatico, risultano essere molteplici. E’ opportuno chiedersi se questo clima traumatico possa riconoscere come generatori ripetuti eventi puntiformi non necessariamente di dimensioni cataclismatiche e/o una disorganizzazione dei modelli di attaccamento di base, che agisce in modo discreto ma continuo nel contesto delle relazioni primarie. L’esito è in ogni caso la percezione immanente di un pericolo sempre in agguato e la compromissione del vissuto fondamentale di sicurezza ontologica, che minacciano il senso di integrità psicofisica e la possibilità di immaginare un futuro. Questa incertezza e questa minaccia si inscrivono nella mente-corpo adolescente con la forza delle dicotomie inconciliabili ed insanabili.

 

Sul confine

Colpisce a questo proposito come Suzanne Collins, autrice di The Hunger Games, trilogia fantastica che catalizza la vita fantastica ed immaginativa di molti adolescenti, racconta la genesi del romanzo.

Wikipedia lo definisce romanzo fantascientifico distopico, ambientato in un luogo post-apocalittico governato da un regime totalitario. La condanna per un passato tentativo di rivolta è un annuale combattimento mortale tra due giovani, trasmesso in televisione.

L’Autrice racconta che l’idea le è venuta mentre faceva zapping. In quel momento il confine tra un reality show e le notizie di guerra si è fatto per lei improvvisamente labile e confuso. Questa esperienza ha riattivato il ricordo e la paura infantile di quando il padre combatteva in Vietnam.

La dimensione latente del trauma sembra giocare un ruolo nella costruzione immaginativa.

Il termine distopia è il contrario di utopia, si riferisce ad una società immaginaria dalle caratteristiche fortemente indesiderabili e spaventose, in cui pensieri, azioni, emozioni sono spinti fino al loro estremo negativo per collassare in un finale spesso apocalittico.

I connettori di senso che attraversano il racconto sono il controllo, esercitato da una autorità esterna su ogni aspetto della vita umana, il valore del conformismo opposto a dissenso ed individualità, la depersonalizzazione come costrutto della frammentazione identitaria.

 

Di questa frammentazione identitaria al confine tra immaginario romanzesco e deriva clinica è testimonianza l’esperienza di un adolescente. Le dimensioni che la descrivono sono quelle della depersonalizzazione.

 

In particolare, è ubiquitaria la difficoltà a distinguere tra realtà e fantasia: “… Se sto ferma a leggere per tanto tempo, tornare alla mia vera vita è molto difficile… Mi capita prima di andare a dormire… come se noi non fossimo persone vere, ma pensieri di cose che non esistono. Sono io che sto immaginando persone e cose, non esistono veramente”.

 

Ma è soprattutto la discontinuità del senso del Sé, il difetto della integrazione di coscienza, l’essere osservatore di se stesso, di un corpo non proprio, di una identità alternativa che rappresentano il vissuto fondativo e matriciale:  “… Mi capita di vedere la mia vita come se la stessi guardando da fuori, anche volontariamente posso decidere di vedere questa stanza e noi due da un angolo e lo posso fare… A volte il viso delle persone che ho davanti cambia ed anche il mio, come se i tratti si mescolassero con i tratti di altri visi. Anche il mio corpo è come se lo vedessi da fuori e non mi appartenesse, come se stessi guardando un’altra persona, non mi interessa niente di quello che mi accade, anche bere e fumare sostanze… E’ per questo che non sento male quando mi taglio. Quando ritorno normale, me ne pento. Io sono sempre un estremo o l’altro, non mangio o mangio molto, mi vesto elegante o sembro appena alzata da letto, sono acida o carina. Come se ci fossero due persone in me. Non riesco a trovare un equilibrio in mezzo. E’ per questo che devo essere sempre in controllo”.

 

La perdita di continuità della esperienza soggettiva giunge fino alla percezione spazializzata di un persecutore, figura emblematica del controllo: “… Mi è venuta in mente la figura che ogni tanto vedo quando sento le voci. Sento la sua presenza qui di fianco a me, a volte mi abbraccia, a volte dice cose cattive. Ogni tanto è mia amica, ogni tanto no. E’ comparsa per la prima volta quando, dopo aver smesso di mangiare per due settimane, ho mangiato a pranzo. Mi ha detto che stavo sbagliando tutto. Se non mangio si comporta da amica… Non sono ancora pronta. Devo acquisire più controllo su me stessa e quello che mangio. Anche uscire con i ragazzi, ancora non sono pronta, abbastanza bella, in controllo. Se vivi senza controllo non ha senso vivere, è indispensabile avere controllo su te stessa per avere controllo sugli altri. Non lasciare che gli altri controllino te, altrimenti ti fanno fare quello che vogliono, ad esempio mangiare troppo, fare cose illegali. Se tu hai il controllo perfetto di te, gli altri non ce la fanno”.

 

Il ricordare come funzione integrativa dell’io per definizione, che garantisce la percezione di continuità, identità e soggettività, risulta compromessa da una valenza traumatica dei vissuti: “… Le cose belle non me le ricordo… a parte le immagini delle foto non ricordo niente. Le cose brutte sì. Le sensazioni forti, la paura e l’angoscia, me le ricordo… Mediamente se non succede niente e sei felice, non ricordi”.

 

La frammentazione identitaria conduce fino alla erotizzazione della pulsione di morte, come punto estremo della parabola della disorganizzazione sospeso su una fantasia di immortalità: “… La morte mi piace… Non sappiamo cosa c’è dopo e lo decidiamo anche noi quando morire… Noi possiamo mettere una fine e non sappiamo cosa c’è dopo… magari il Paradiso”.

 

Rimane aperto il dilemma della attribuzione nosografica di questa esperienza di depersonalizzazione, soprattutto in una fase del ciclo di vita caratterizzata da estrema instabilità e discontinuità. E’ condivisibile l’atteggiamento di attenta cautela e di rispetto, che già Giovanni Enrico Morselli esprimeva: “… Non posso qui insistere sulla convenzionalità di ogni tentativo, sia esso kraepeliniano o blueleriano di circoscrivere reali unità morbose sul puro terreno dei fatti clinici (…) e riaffermo l’impossibilità di ricavare dall’espressione così parziale ed infida del sintomo psicopatologico la genesi totale di una malattia mentale” (1931).

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Benedetto Farina, Giovanni Liotti  Dimensione dissociativa e trauma dello sviluppo. Cognitivismo Clinico, 8, 1, 3-17, 2011

 

Claudio Magris Come per i pesci il mare. In AA.VV. Frontiere, supplemento a Nuovi Argomenti, 1991

 

Giovanni Enrico Morselli In tema di schizofrenia. Rivista Sperimentale di Freniatria, 55, 3, 1931

 

Giuseppe Roccatagliata Considerazioni sulla depersonalizzazione. Paradigma per una analisi dell’io. Pisa: Pacini Editore, 1979

 

Giovanni Stanghellini Disembodied spirits and deanimated bodies: the psychopathology of common sense. Canada: Oxford University Press, 2004

 

Piero Zanini Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali. Milano: Mondadori, 1997

 

[wp_objects_pdf]

 

Share this Post!
error: Content is protected !!