EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

Affrontare la ricaduta nel dolore. Il ruolo del terapeuta. Intervista a Giancarlo Dimaggio

di Federica Biolzi

Un lungo racconto può divenire un utile strumento, anche un manuale, per la psicoterapia. Giancarlo Dimaggio nel suo recentissimo volume Oscillazioni, il racconto di una rivoluzione (Raffaello Cortina Editore) permette di accostarsi, anche per chi non lo fa di professione, ai meccanismi che animano il costante rapporto di paziente e psicoterapeuta a cui fa da sfondo l’umanità dei personaggi.

-Questo libro si pone come il seguito ideale di una sua precedente opera dal titolo  “Un attimo prima di cadere. La rivoluzione della psicoterapia”, apparso nel 2020. Si tratta del proseguimento di un discorso intorno alla psicoterapia e alle sue varie  scuole  che si sono più o meno affermate. Sul come ripartire e da dove ripartire oggi. Allora perché farlo proprio da un racconto?

-Si sono unite due esigenze, la prima, di descrivere quello che sta accadendo oggi nel mondo della psicoterapia, perché in “Un attimo prima di cadere” ho descritto la rivoluzione esperienziale per cui i terapeuti, nel mondo scientifico, hanno smesso di limitarsi a parlare con i pazienti e hanno chiamato in causa gli aspetti immaginativi e corporei in maniera attiva e quindi rendendo la terapia appunto esperienziale. In questi anni ho cominciato però a vedere che, come in tutte le rivoluzioni ci siano tante cose belle, ma ne conseguono anche aspetti negativi, lati problematici, nel senso che quello che ho visto è, che molti terapeuti in pratica agiscono attraverso il corpo, nel mondo immaginativo, perdendo però la capacità di pensare e ragionare insieme al paziente. 

E quindi si è passati da una terapia troppo intellettuale per certi aspetti astratta, come se le idee fossero disincarnate, a una terapia molto più attiva, però con meno intelligenza clinica, meno capacità di capire insieme al paziente le sfumature ed entrarci, per cui ho pensato  che questo aspetto teorico andava raccontato. 

Insieme a questo, vi è stata anche una consapevolezza maggiore degli elementi del processo di cambiamento che sintetizzino i passaggi più difficili della psicoterapia, che è appunto il concetto delle oscillazioni. Spesso i terapeuti, tendono ingenuamente a pensare che la terapia parta dal dolore e per funzionare richieda direttamente l’uscita dal dolore, dal sintomo. Invece quello che è del tutto più ragionevole, è pensare che la terapia è dolore e uscita dal dolore grazie all’azione del terapeuta. Questo però comporta anche il fatto di aspettarsi la ricaduta. Infatti la terapia si fa proprio nel momento della ricaduta, aiutando il paziente a capire che ricadrà, ma fornirlo nel frattempo degli strumenti e delle riflessioni necessarie per accorgersene. La bravura del terapeuta  sta nel creare un contesto di riesposizione continua al dolore controllato, una sorta di allenamento sotto pressione. E per il terapeuta è difficile emotivamente. Questo non lo vedo molto nel mondo della psicoterapia, i terapeuti, non sono abituati a questa operazione e rimangono spiazzati di fronte al paziente che ritorna a star male per i fatti suoi, oppure esitano nel riesporre continuamente il paziente alle scene dolorose per fargliele superare ancora. Oppure lo fanno appunto senza un pensiero intelligente su come agire. Questa è la parte teorica del libro. Volevo raccontarla in maniera appunto esperienziale e più accessibile a tutti. 

-Luciano e Tiziana, Raffaele sono i protagonisti a vario titolo. Luciano, lo psicoterapeuta e Tiziana, che lei indica come l’alter ego. Poi vi è Raffaele, il paziente,  he all’inizio sembrava solo un caso banale, da manuale. Come le loro esperienze  ci permettono di farci strada tra salute e dolore?

-Tiziana ha un ruolo un po’ particolare, perché se vogliamo nella struttura della narrazione ha un po’ il ruolo del saggio, anche se in realtà per età non corrisponde (sorride). È  un po’ la Gandalf della situazione, cioè è quella che, come dire, con la saggezza dell’esperienza e anche dell’esperienza di vita, indica all’eroe ferito la strada da seguire. Mentre invece il percorso di Raffaele sarà un percorso di scoperta progressiva, di storie oscure, a tratti molto oscure, a tratti di sofferenza, a tratti disturbanti. L’altro protagonista, Luciano è un personaggio molto importante, perché corrisponde a quello che gli psicoterapeuti oggi, in un certo senso devono saper fare, sarà costretto a riesporsi ai propri luoghi oscuri e qui, per esempio, c’è sia la continuazione che la differenza rispetto a Un attimo prima di cadere. Perché in “Un attimo prima di cadere” parlavo dei miei luoghi oscuri legati soprattutto al lutto ed alla perdita, invece in questo testo ho preferito scegliere un racconto in cui io fossi il narratore in modo d’avere più libertà di movimento sul personaggio e fargli succedere delle cose che possono esemplificare le aree buie, le aree torbide del passato di una persona e che il terapeuta deve sapere, deve avere, deve abbracciare e padroneggiare, anche se sono aree scomodissime. 

-“Oggi i terapeuti perdono la visione d’insieme e vedono sintomi slegati l’uno dall’altro. Soprattutto sulle nuove tavole della legge è inciso: trauma. La nuova generazione di terapeuti vede trauma ovunque, togliendo ogni senso al termine”. In queste righe ha condensato un nodo essenziale dell’approccio terapeutico, quello del trauma.  Come avvicinarsi correttamente a questo termine?

-Questo è un punto molto importante, perché occuparsi del trauma è fondamentale se c’è un trauma. Per trauma però, si intende una situazione reale che deve minare la sicurezza esistenziale e fisica della persona, quindi trauma è rischio di vita, testimoniare le persone intorno ferite gravemente, perse o decedute, oppure degli episodi in cui quel senso di fiducia nucleare e necessariamente infantile verso gli altri esseri umani, viene minato in maniera radicale: essere stati per esempio oggetto di violenza, abuso o grave trascuratezza fisica e psichica, che si è perpetuata in modo costante e continuativo per lungo tempo, abbandono ad esempio. In quei casi diciamo che esiste il trauma e il trauma vuole innanzitutto un testimone, perché il paziente deve capire che quella cosa è successa davvero, ed è stata devastante. Cioè, il paziente deve comprendere che non era una cosa giusta e che in qualche modo non se la meritava, quindi questo è quello che dobbiamo fare. Se però non c’è stato un trauma reale, concreto, a quel punto noi psicoterapeuti rischiamo di cristallizzare la persona nel ruolo di vittima, e la vittima per definizione rimane lì a lamentarsi del mondo esterno, quindi si perde completamente il fare leva sulla capacità attiva di agire sui propri processi mentali con l’intenzione di cambiarli. Perché se io ti penso portatore di trauma è come se la mia attenzione andasse più facilmente al fatto che il mondo esterno ti ha fatto del male. Ma in ogni caso, anche se il trauma è vero, poi il passaggio è: il mondo esterno ti ha fatto del male, però tu adesso cosa ci fai con quell’esperienza per andare verso il tuo futuro? Quella è la psicoterapia che deve necessariamente focalizzarsi sul mondo interno e meno sulla realtà, almeno da un certo punto in poi… 

È  chiaro quindi, che se si ragiona poi sul trauma, anche lo psicoterapeuta deve avere una continua formazione, un continuo  aggiornamento, sapendo che al di là del suo modello di riferimento, se vi sono dei fatti o degli accaduti, bisogna fare qualcosa di operativo. Lo psicoterapeuta, deve sapere che per poter curare la patologia bisogna fare riaffiorare il dolore, incluso il dolore post traumatico. Se il terapeuta non lo sa, assume l’attitudine, come dico sempre, della maglia della salute.. la mamma del Sud che ti fa indossare la canottiera pure se fa caldo. Con il risultato che non ti guarisce, perché la canottiera ti fa sudare e basta. 

-Vi sono situazioni sentimentali che nascono come impossibili. Cui spesso si aggiungono condizioni economiche, di salute, di dipendenze. Una serie di vicende che coesistono in una sola persona. Situazioni, e il suo racconto ne è un preziosa testimonianza, che sembrano magicamente attrarsi, richiamarsi, come se fossero coincidenze, causalità.  Come uscire da un groviglio che sembra, a volte inestricabile?

Nel libro si vede soprattutto nella figura di Raffaele, il paziente. Si capisce che sostanzialmente lui ha bisogno di un perno esterno, di un riferimento, di un pilastro che definisca e rappresenti nella figura femminile, i suoi ì valori. Una figura alla quale affidare il proprio bisogno di sentirsi amato. Il punto è che lo fa in una maniera guidata dalle opere e dagli avvenimenti del passato. Quindi le figure che sceglie diventano figure che perpetuano il ciclo e gli tolgono  libertà. Con libertà si intende, capire che tu non stai cercando l’amore, l’approvazione di quella persona, ma stai cercando l’amore e l’approvazione di un fantasma interno che oramai è tuo e che però questa figura non ti darà. Quando il paziente capisce questo può rivolgersi ad altri, ad altre figure del mondo interno e non, e questo sarà la guida per sperare di fare degli incontri nuovi. Il il passaggio vero sarebbe di liberarsi dei propri fantasmi che sono tendenzialmente sedimenti della propria storia personale. Però non facciamo spoiler.

– In proposito, lei mette in evidenza come ancora molti terapeuti non prendano in dovuto conto le forme di resistenza del paziente alla guarigione. Perché la persistenza di questo errore che rischia di compromettere la terapia?

-Questo è un altro, diciamo dei motivi per cui ho voluto raccontare una rivoluzione, cioè scrivere la continuazione di Un attimo prima di cadere, ovvero che i terapeuti sono guidati dal bisogno di aggiustare le cose, molto spesso. Il punto è che molti pazienti hanno paura del cambiamento, perché il cambiamento ha un costo, è assunzione di rischi che per i pazienti possono essere enormi. Quindi se il terapeuta va a spingere il paziente verso il bene, rischia di accentuare i meccanismi autoprotettivi, che proteggerebbero il paziente in un certo senso dal rischio che accada qualcosa. Per esempio se io voglio essere autonomo ma ho una storia passata in cui quando era autonomo andavo incontro a punizioni feroci io a quel punto mi blocco. La terapia dovrebbe aiutarmi a recuperare l’autonomia, il terapeuta non sa però cosa  accade e ti spinge verso l’autonomia, ma quello che ottiene è che aumenta la paura perché le conseguenze minacciose dell’autonomia si avvicinano. Nel libro cerco di spiegare l’importanza dell’imparare a riconoscere quando la nostra spinta a cambiare è controproducente. Dobbiamo continuamente adeguarci noi alle trasformazioni del paziente e prima portarlo a vedere i propri processi, i propri meccanismi protettivi, solo dopo si deciderà insieme di cambiare. 

Il terapeuta in Oscillazioni questo errore lo fa un paio di volte, gli succede di spingere, convinto che il paziente stia con lui, mentre invece sta soltanto portando Raffaele sul ciglio del burrone, senza saperlo.  Nel racconto i personaggi sono iper-drammatizzati sono opera di finzione, però è una terapia molto plausibile a tutti i livelli. Da una parte e dall’altra, al di là dell’aspetto drammaturgico, delle invenzioni, dei colpi di scena, però è una terapia.


Giancarlo Dimaggio

Oscillazioni

Il racconto di una rivoluzione

2025, Raffaello Cortina Editore

Share this Post!
error: Content is protected !!