EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

Ai confini dell’autocoscienza. L’eredità emotiva e i suoi diari

di Gianfranco Pecchinenda

Riflessioni a partire dal volume di Galit Atlas, La tua eredità emotiva. Diario per scoprire, esplorare e trasformare la tua storia familiare, Raffaello Cortina Editore, 2025, pp. 176

Galit Atlas, psicoanalista e docente presso la New York University, è nota al pubblico internazionale per il volume Emotional Inheritance (tradotto in Italia come L’eredità emotiva nel 2022). In quel lavoro l’autrice era riuscita ad integrare, con rara abilità e saggezza, narrazione clinica, autobiografia e divulgazione teorica: la sua tesi, semplice nella formulazione quanto densa nelle conseguenze, si fondava sull’ipotesi secondo cui le generazioni non trasmettono soltanto geni e storie esplicite, ma anche emozioni e traumi taciuti, i cosiddetti “fantasmi intergenerazionali”.

Ci siamo già a suo tempo lungamente soffermati, su questa stessa rivista (https://www.exagere.it/tessuti-emotivi-lordinaria-traumaticita-delle-storie/), su quel libro in cui il lettore veniva introdotto in un mondo di storie altrui, che funzionavano come degli specchi: l’identificazione era indiretta e fondamentalmente mediata dal racconto clinico. In questa nuova pubblicazione, La tua eredità emotiva. Diario per scoprire, esplorare e trasformare la tua storia familiare, non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio saggio, e neppure abbiamo a che fare con un memoir clinico. Il libro si presenta invece come una sorta di attività esperienziale, un taccuino guidato che invita il lettore a esplorare in prima persona le proprie eredità invisibili, una sorta di “laboratorio”, con spazi per scrivere, domande dirette e attività da svolgere. L’intento è dichiarato: rendere accessibile la teoria dell’eredità emotiva, trasformandola in pratica quotidiana di auto-riflessione e di trasformazione personale.

Dal concetto alla pratica

Mentre L’eredità emotiva conduceva il lettore attraverso storie cliniche che esemplificavano i modi in cui un trauma non vissuto potrebbe condizionare la vita di un paziente, il Diario compie un passo ulteriore, trasferendo i concetti introdotti nel primo saggio dal setting analitico al tavolo da cucina, al comodino, allo spazio privato di chi legge. Non più un racconto dell’Altro, ma il confronto con sé stessi; non più la voce del terapeuta che interpreta, ma la scrittura intima del lettore che cerca di dare voce a ciò che per generazioni era stato occultato. Questo spostamento di prospettiva costituisce la principale novità e, al tempo stesso, la principale sfida del libro.

Il Diario è costruito come un percorso progressivo. Gli esercizi non sono meri “compiti”, ma veri e propri dispositivi simbolici che rispecchiano alcuni snodi centrali della teoria dell’autrice, tra cui, ad esempio, la Visualizzazione genealogica. Invitando il lettore a tracciare la struttura dei propri antenati emotivi, il lettore viene invitato a mappare le emozioni ereditate, attribuendo parole e discorsi a genitori, nonni e bisnonni. Nel capitolo dedicato ai Segreti familiari, invece, l’attenzione è rivolta a ciò che è stato taciuto, rimosso, nascosto. Scriverne significa trasformare l’indicibile in materiale pensabile, rendendo possibile il fondamentale emergere del non detto. Le cosiddette le Scene seminate servono a loro volta, in seguito, a stimolare una ricostruzione di quegli episodi del passato che indicono a dialogare con essi, quasi a riabilitare la memoria implicita, in una sorta di ristrutturazione narrativa di ricordi altrimenti frammentari.

Le Conversazioni immaginarie, infine, rappresentano forse l’esercizio più potente e delicato proposto dalla psicoterapeuta, in quanto consentono al lettore di rivolgersi a chi non c’è più, dando voce a ciò che non è stato mai detto, istituendo un vero e proprio dialogo simbolico con i propri antenati.

La logica, dunque, è graduale: dal riconoscimento (vedere l’albero genealogico delle emozioni) alla dichiarazione (scrivere i segreti), fino alla trasformazione narrativa (scene e conversazioni). È un percorso che imita, in piccolo, il movimento di una terapia: dalla consapevolezza alla simbolizzazione, dalla simbolizzazione all’elaborazione.

Uno degli obiettivi che questa proposta di una forma-diario riesce certamente a raggiungere è quello di rendere fruibili, anche ad un pubblico privo di una formazione specialistica particolare, concetti psicoanalitici molto complessi, quali ad esempio quello di trauma transgenerazionale, identificazioni inconsce o la stessa idea di una possibile trasmissione intergenerazionale del non-detto. Il ricorso ad una dimensione interattiva (si chiede al lettore di scrivere, disegnare, immaginare) crea così un legame più stretto con il lettore rispetto al saggio. Il Diario può riuscire a produrre effetti di consapevolezza difficilmente raggiungibili con la sola lettura delle interpretazioni teoriche, valorizzando la scrittura partecipativa come vero e proprio strumento terapeutico. In altre parole, chi ha letto L’eredità emotiva può riuscire a trovare nel Diario un suo seguito naturale: i casi clinici mostrano “come funziona”, il diario permette di “metterlo in pratica”.

Un aspetto meno evidente che emerge dall’intero progetto dell’autrice, che ritengo tuttavia particolarmente rilevante, concerne il valore politico e collettivo della sua prospettiva teorica. La Atlas, che per motivi biografici è particolarmente sensibile alle tracce lasciate dalle guerre e dai conflitti nella memoria familiare, tende fortemente a sottolineare come il trauma non sia mai solo un fenomeno privato. Il lavoro sulle eredità emotive riguarda, pertanto, non soltanto individui e famiglie, ma intere collettività che portano dentro di sé le potenziali ferite del passato. Nello specifico, il Diario, invitando ciascuno a confrontarsi con ciò che non è stato detto nella propria famiglia, suggerisce implicitamente un movimento culturale: dare parola ai silenzi storici, trasformare il dolore in narrazione condivisa. È un atto di responsabilità, non solo personale ma anche sociale.

D’altro canto, non possiamo tuttavia rilevare anche delle potenziali criticità della forma-diario proposta, come il rischio di una semplificazione eccessiva (concetti clinici raffinati e complessi ridotti a schemi autoesplicativi); la mancanza di un contenitore terapeutico specifico (lo psicoterapeuta lavora in un contesto protetto, con un analista che contiene e interpreta. Nel Diario questa cornice manca: gli esercizi possono evocare emozioni intense senza che il lettore abbia un supporto adeguato, il che potrebbe creare reazioni inattese che andrebbero controllate con cautela professionale); la potenziale ambiguità tra self-help e clinica terapeutica (il Diario si presenta come strumento di auto-aiuto, ma tocca temi che appartengono al cuore della psicoterapia profonda.  La linea di confine non sempre è chiara e il lettore potrebbe sopravvalutare l’autosufficienza dello strumento).

In conclusione, direi che con questo Diario l’autrice compie un gesto certamente originale: porta la psicoanalisi fuori dal setting, la traduce in un linguaggio che non richiede mediazioni specialistiche e invita i lettori a diventare autori della propria esplorazione. È un testo che segna un nuovo passo nel movimento della psicoterapia contemporanea verso una divulgazione più esperienziale. Per sfruttarne appieno le potenzialità, tuttavia, è necessario tener presente che non si tratta di una terapia “fai da te”, ma di una palestra emotiva in cui allenarsi a riconoscere le eredità invisibili che ci abitano. È qui che a mio parere il Diario trova il suo senso più profondo: non come scorciatoia, ma come stimolo potente per un lavoro di consapevolezza, di trasformazione e – se necessario – di apertura a un dialogo terapeutico più profondo.


Galit Atlas,

La tua eredità emotiva. Diario per scoprire, esplorare e trasformare la tua storia familiare

Raffaello Cortina Editore, 2025

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