EXAGERE RIVISTA - Maggio- Giugno 2019, n. 5 - 6 anno IV - ISSN 2531-7334
tramonti

Appunti per uno studio biopsicosociale dell’identità

 

di Francesco Tramonti

Non esiste forse tema che, al pari dell’identità, contempli così tante sfaccettature e molteplici ambiti di significato. Non a caso, le discipline che con tale tema si sono confrontate sono molte, dalla filosofia alle scienze cognitive, dalla biologia alle neuroscienze, tenendo inoltre conto degli specifici approcci che, di volta in volta e all’interno delle medesime discipline, hanno messo a fuoco gli aspetti fenomenologici e soggettivi dell’esperienza identitaria, oppure le dimensioni più facilmente oggettivabili di tale esperienza. Non si dimentichino, poi, quegli approcci e quelle discipline che dell’identità hanno declinato gli aspetti culturali, e sociali, non confinati perciò alla mente del singolo individuo. L’oggetto di studio sfugge pertanto ad una descrizione univoca e risulta in ultima analisi talmente sfaccettato e multidimensionale da scoraggiare la pretesa di fornirne definizioni completamente esaustive. Possiamo pur tuttavia ipotizzare che, alla luce dell’evoluzione delle più recenti scoperte scientifiche e dei più attuali contributi epistemologici, sia oggi possibile uno studio integrato e interdisciplinare dell’identità, che ne contempli i livelli biologici, psicologici e sociali, intesi come reciprocamente implicantisi. Occorre pertanto un approccio che non sacrifichi i necessari approfondimenti, che ben definisca gli aspetti specifici di un tema per sua natura e definizione complesso e che, non di meno, tenga conto del fatto che l’identità non è una cosa, ma piuttosto un processo, o meglio un insieme di processi interconnessi che chiama in causa diversi livelli di analisi.

Quanto gli aspetti sociali e culturali siano da ritenersi fondamentali ai fini di una disamina accurata dei processi di costruzione dell’identità è di per sé evidente, e lo è ancor di più oggi di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione, dai conflitti etnici e dalla diffusione di media che consentono una comunicazione a distanza immediata e su larga scala. Le identità personali e collettive sono sempre più chiamate a confrontarsi con un inevitabile processo di contaminazione che da alcuni è percepito come una minaccia alla tradizione, alla sicurezza, quando non addirittura all’ideale della purezza. Ma come ci ricorda la lezione dell’antropologo James Clifford (1988), i frutti puri impazziscono, così come la biologia e la genetica hanno da tempo evidenziato le opportunità evolutive del rimescolamento e dell’ibridazione. Allo stesso tempo, tuttavia, pare rischiosa una posizione acriticamente schierata a favore dell’assoluta fluidità e dell’annullamento delle differenze, e quindi della conseguente omologazione che ne deriva, e che purtroppo osserviamo oggi nella sua perentoria e rapida affermazione. Non è tanto il valore della tradizione ad essere in pericolo, quanto il processo medesimo di distanziamento, dalle influenze sociali e dalle emozioni dell’immediato, che consente lo sviluppo e il consolidamento delle capacità autoriflessive che rendono possibile un’autentica esperienza identitaria. Si potrà obiettare che tale distanziamento non è mai completo e realmente effettivo, poiché mai sottratto ai molteplici condizionamenti, ma è proprio nel processo di articolazione e di integrazione tra spinte biologiche e inevitabili appartenenze, siano esse a sistemi di credenze condivisi o a trame affettive, che trova spazio quella percezione e descrizione di sé, e del rapporto tra sé e il mondo, che possiamo chiamare identità.

Sappiamo oggi che a costruire le basi per lo sviluppo di queste funzioni mentali sono quei processi di sintonizzazione affettiva che, nell’essere umano, consentono l’emergere di un riconoscimento di sé attraverso il rapporto con gli altri significativi (Stern, 2004). Ciò mette in luce quanto non possa esser concepito un discorso sull’identità che non includa, al contempo, il tema dell’alterità, in un gioco di specchi e di rimandi che evidenzia l’inestricabile rapporto tra identità e relazioni, tra identità e legami interpersonali (Tramonti e Fanali, 2013; Visani, 2001). Nel corso del ciclo di vita queste dimensioni si complessificano ed evolvono, donando linfa all’eterna dialettica tra appartenenza e differenziazione, una dialettica che riguarda sia i rapporti nelle famiglie e nei piccoli gruppi, sia le relazioni sociali allargate e la partecipazione a costruzioni condivise di significato. È proprio nei termini di questa dialettica, ineludibile ed incessante, che alberga la riflessione individuale e collettiva sull’identità, un’identità che, come già accennato, assume pertanto le caratteristiche di un divenire più che di un carattere immutabile, un’identità che somiglia ad un confine poroso, in contatto e rapporto di scambio con l’ambiente, più che una scatola ermetica che contiene qualcosa che possa esser definito come il vero sé. Di fatto proprio questo possiamo osservare a vari livelli di analisi, siano essi biologici, psicologici o sociali, nei quali la fissità non sembra certo caratterizzare i processi di distinzione che consentono di individuare entità separate, sia pur interconnesse.

Il tema dell’identità è quindi inestricabilmente legato a quello del riconoscimento, di sé e dell’altro da sé, sia esso il riconoscimento molecolare nei sistemi biologici oppure un processo autoriflessivo della mente umana, oppure ancora l’identificazione di un’appartenenza ad un gruppo e ad un sistema di valori. Si tratta ovviamente di differenti livelli di complessità, nei quali tuttavia è possibile riscontrare processi isomorfi di creazione e riconoscimento di forme, e principi di organizzazione, ai margini della caoticità insita nei processi vitali. Gli elementi di coerenza, di riconoscibilità, che di volta in volta sorgono, possono perciò esser visti come i tratti distintivi di un equilibrio, pur sempre dinamico, su cui poggia l’identificazione di entità in una certa misura distinguibili. Ciò non toglie che tali entità, al pari della coerenza e della stabilità, debbano mantenere livelli di flessibilità sufficienti a garantire sviluppo e coevoluzione negli ambienti di riferimento. Questo è proprio ciò che accade nei processi psicologici umani, in cui l’esperienza identitaria nasce dal ricorrere di stati della mente dotati di vari gradi di coerenza e complessità, e connessi in una trama di significati e narrazioni che si rendono possibili grazie alle proprietà autoriflessive della coscienza (Siegel, 1999). Tali processi risultano tuttavia aperti a continue evoluzioni e modifiche, in virtù del rapporto incessante, e di mutua influenza, tra individuo e ambiente, e per tale motivo non possono che essere concepiti come processi intrinsecamente relazionali.

E allora la dialettica tra stabilità e cambiamento, tra coerenza e flessibilità, pare rappresentare un’efficace cornice interpretativa per comprendere come avvengano la costruzione e lo sviluppo dell’identità, così come l’equilibrio dinamico tra le medesime polarità pare garantire le migliori condizioni per l’evoluzione di processi funzionali. A conferma di ciò troviamo esempi di vario tipo, e a vari livelli di analisi, che mostrano quanto l’eccessiva polarizzazione porti a condizioni di rigidità o di squilibrio che possono provocare scompensi o arresti dello sviluppo. Sul piano psicologico, ad esempio, l’eccessiva coerenza e auto-referenzialità può generare scarsa capacità di adattamento, ossessività del pensiero e un’immagine di sé eccessivamente cristallizzata. All’opposto, una mancanza di coerenza, e un eccesso di flessibilità, possono far saltare quegli ancoraggi e quegli elementi di stabilità che risultano necessari per evitare una continua dispersione degli stati della mente, privando quest’ultima della capacità di riconoscersi nella sua continuità, ancorché mutevole. Ebbene proprio questo, oggi, sembra essere un problema assai diffuso, in tempi in cui le menti sono sollecitate da un’incessante stimolazione che tende a causare una rifrazione ed una dispersione, simili a quelle generate da un prisma, delle coscienze individuali in innumerevoli e spesso sconnessi frammenti di esperienza (Muscelli e Stanghellini, 2012). Identità virtuali, o parcellizzate, saturano lo spazio della consapevolezza di sé in una moltiplicazione e vertiginosa accelerazione dell’esperienza che non contempla soste, né occasioni di elaborazione di quella trama narrativa che, nella terra di confine tra dialogo interiore e relazioni significative, salda il canovaccio dell’identità. In queste condizioni, e in particolare nelle più franche derive psicopatologiche, non è neanche possibile un’adeguata elaborazione delle appartenenze, e forse non è un caso che al dissolversi delle appartenenze faccia eco un’evaporazione delle identità e una moltiplicazione delle dipendenze.

J. Clifford, The Predicament of Culture. Twentieth-Century Ethnograpy, Literature, and Art, The President and Fellows of Harvard College 1988 (Trad. it., I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, Bollati Boringhieri, Torino 1993.

C. Muscelli, G. Stanghellini, Istantaneità. Cultura e psicopatologia della temporalità contemporanea. Franco Angeli, Milano 2012.

D. J. Siegel, The Developing Mind, Guilford, New York 1999 (Trad. it., La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Cortina, Milano 2001).

D. N. Stern, The Present Moment in Psychotherapy and Everyday Life, Norton, New York 2004 (Trad. it., Il momento presente in psicoterapia e nella vita quotidiana, Cortina, Milano 2005).

F. Tramonti, A. Fanali, Identità e legami. La psicoterapia individuale a indirizzo sistemico-relazionale, Giunti, Firenze 2013.

E. Visani, Identità e relazione, in E. Visani, D. Solfaroli Camillocci (a cura di), Identità e relazione. La formazione dell’identità secondo diversi orientamenti clinici e in differenti contesti, Franco Angeli, Milano 2001.

 

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