EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2021, n. 1-2 anno VI - ISSN 2531-7334
bogliolo

Ascolto, contatto e rinascita della speranza

di Domenico Musicco

Quest’ultimo libro di Eugenio Borgna, appena pubblicato per Cortina Editore, prende le mosse da un seminario tenuto diversi anni fa in una scuola superiore di Novara; si caratterizza per la sintesi dei temi fondanti del suo spirito clinico già emerso limpidamente nei numerosi testi che si sono susseguiti negli ultimi trenta anni[1]. L’obiettivo dichiarato di questo testo è quello di ribadire l’importanza dell’ascolto e delle radici relazionali e fenomenologiche della psichiatria.

Punto di partenza della sua riflessione sono le “ragioni del cuore” di pascaliana memoria che non possono, né potranno mai, essere contenute in un orizzonte esclusivamente positivista delle professioni di aiuto in campo psicologico. L’attenzione del testo si concentra infatti su quelle che sono le radicali ed irrinunciabili dimensioni relazionali della cura che, anzi, ne sono le ragioni fondanti; per l’autore queste dimensioni sono irrinunciabili per la psichiatria ma, a nostro avviso, la stessa disposizione d’animo non può non essere estesa a tutte le forme di psicoterapia.

Per evidenziare la sua tesi, Borgna mette in luce quanto questi valori emergono con chiarezza nei contesti clinici dove assumono un ruolo determinante: l’attenzione agli sguardi e alle parole e il sacro rispetto del silenzio in alcune forme di sofferenza psichica fondano la possibilità di stabilire una relazione con l’Altro. Anzi, proprio nella capacità di stabilire questo contatto risiede la possibilità di instaurare un rapporto di cura anche con quei pazienti apparentemente irraggiungibili e, quindi, di riaprire la porta alla speranza. L’autore muove una serrata critica ad una psichiatria che si illude di muoversi soltanto su un piano di supposto rigore scientifico, anche con una corretta individuazione di sintomi e diagnosi , attribuendo al solo psicofarmaco il ruolo di agente di cura, negando in questo modo l’ampiezza, la complessità e talvolta l’insondabilità del mondo della psiche; una psichiatria questa che probabilmente si difende dalle inquietudini che evocano gli abissi di alcune forme di sofferenza psichica.

Paradigmatica, in questo senso, è per Borgna la differenza tra la depressione clinica, che necessita (anche) di farmaci, e le varie declinazioni della melanconia, della tristezza e dell’estrema introversione che vengono indebitamente classificate come tali e che necessitano invece primariamente di ascolto e di attenzione sensibile.

Solo la poesia sembra essere in grado di tradurre vissuti e sensazioni delicatissime e quasi ineffabili e di dare voce alle speranze e alle sofferenze più profonde ed indicibili; qui le parole degli amati Leopardi, Rilke e Montale, come spesso accade nei testi di Borgna, sono le sole capaci di tradurre attraverso le loro immagini e le loro evocazioni dimensioni emotive ai limiti dell’inesprimibile. Ed è nell’analisi delle poesie di due giovani poeti morti suicidi, Georg Trakl e Antonia Pozzi, che prendono forma le domande più brucianti sulla possibilità di esplorare ed attraversare la depressione senza arrivare a gesti estremi. Le parole di due pazienti danno invece la misura di quanto tali gesti, se si stabiliscono determinate condizioni di ascolto, possano essere evitati.

È proprio rivolgendosi inizialmente ad un pubblico di adolescenti che il tema della relazione con alcune inquietudini tipiche di quella età diventa attualissimo. Attuale è soprattutto la difficoltà di ascoltare, leggere ed interpretare un mondo giovanile fisiologicamente caratterizzato dalla compresenza di slanci vitali e tormenti interiori ma che, oggi più che mai, necessita di riconoscimento ed attenzione. È nello sguardo, come l’autore stesso stimola concretamente a fare agli studenti, che avviene l’incontro e si stabilisce una relazione. Un dialogo pregno di opportunità troppo spesso non colte anche sul piano didattico dove l’attenzione all’apprendimento lascia talvolta ai margini alcune singole sensibilità non orientate a quella competizione e a quella ansia di visibilità che caratterizzano la società contemporanea.

Un testo breve ed intenso questo le cui parole, pur rivolte originariamente a dei giovani adolescenti, ci ricordano quanto indispensabile sia in assoluto uno sguardo attento e gentile verso l’Altro; uno sguardo che sappia intercettare le unicità e le sensibilità che si celano in altri sguardi che chiedono di essere riconosciuti ed incontrati. È importante soprattutto ribadire quanto questo “sguardo del cuore” sia fondante in chi esercita una professione di cura come lo psichiatra anche se, come ci ricorda Borgna, questa attitudine non è un privato appannaggio di coloro che esercitano professioni di cura ma è probabilmente riferibile ad una innata disposizione.

Queste osservazioni fatte dall’autore evocano le parole di un breve e consonante testo di Aldo Carotenuto del 1998, “Lettera aperta ad un apprendista stregone”[2], dedicato agli studenti che desiderano impegnarsi nel mestiere di psicologo e psicoterapeuta; in quel testo, por con uno spirito diverso, si ribadisce sostanzialmente l’importanza delle stesse attitudini relazionali evocate da Borgna quali la spiccata sensibilità, l’ascolto del non detto e in più ci si interroga anche su ciò che le muove. Se nell’autore che stiamo considerando le radici motivazionali dalla “cura con il cuore” sono quelle che affondano principalmente nei valori della cultura cattolica e nella sacra attenzione al prossimo, nell’altro caso, più laicamente, si avanza l’ipotesi ancora valida ed attuale che le ferite psicologiche dei curanti vengano continuamente rievocate e sanate dalla relazione di cura che risponde contemporaneamente a bisogni profondi di paziente e terapeuta.

L’ultima parte del libro, scritta durante l’attuale pandemia, non può non prendere in considerazione le assonanze tra le paure delle ansie e delle depressioni giovanili con le angosce evocate dalla pandemia. Ancora una volta lo sguardo è rivolto alla solitudine, all’isolamento e all’angoscia di morte che questa particolare situazione provocano e che possono trovare risposta solo in incontri autentici, profondi ed attenti alle singole interiori sensibilità.

Un degno suggello di questo breve ma intenso testo di Borgna ci sembra possano essere alcuni versi della decima delle Elegie Duinesi di Rilke che ben incarnano quanto sopra esposto:

Noi, che sprechiamo i dolori.

Come li affrettiamo mentre essi tristi, durano,

a vedere se finiscono, forse. E sono invece

la fronda del nostro inverno, il nostro sempre verde cupo

uno dei tempi dell’anno segreto, ma non solo

tempo, – son luogo, sede, campo, suolo, dimora[3].

 

Eugenio Borgna

I grandi pensieri vengono dal cuore

Educare all’ascolto

Raffaello Cortina Editore, 2021

 

 

 

[1] Tra questi, segnaliamo qui alcuni tra i più significativi per comprenderne l’opera:

Malinconia, Feltrinelli, Milano, 1992

Le figure dell’ansia, Feltrinelli, Milano, 1997

Noi siamo un colloquio, Feltrinelli, Milano, 1999

L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano, 2001

L’attesa e la speranza, Feltrinelli, Milano, 2005

Le emozioni ferite, Feltrinelli, Milano, 2009

[2]  Carotenuto A., Lettera aperta ad un apprendista stregone, Bompiani, Milano 1998

[3] Rilke R. M. (1923), Elegie Duinesi, Einaudi, Torino, 1978

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