di Federica Biolzi
Nei rapporti familiari, si parla poco di quello tra sorelle, la dottoressa Pigozzi in questo suo libro nuova ed. Bur 2026, rilancia questo legame, come uno dei più importanti e meno studiati della vita di una donna. Spesso la cultura, la letteratura e le fiabe hanno rappresentato le sorelle prevalentemente come rivali tra loro, in competizione per l’amore, il successo o il riconoscimento. Pigozzi, invece, cerca di andare oltre questo stereotipo e analizza le dinamiche profonde che caratterizzano la relazione tra sorelle, mettendo in evidenza come anche momenti di opposizione possano creare in realtà legami unici ed esclusivi che accompagnano per la vita. Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice, per dare una visione un po’ differente e forse più attuale all’essere sempre e comunque sorelle.
–Nel suo libro la sorellanza appare come un legame potentissimo e ambivalente, in cui amore, competizione, identificazione e conflitto convivono continuamente. Lei parla anche della sorella come di un “doppio perturbante”, quasi uno specchio capace insieme di rassicurare e ferire. Ci aiuta a comprendere meglio questa definizione?
– Il perturbante è spiegato molto bene in un famoso episodio che racconta Freud. Era in una cuccetta del treno e, di notte, si alza accendendo una fioca luce e, improvvisamente, si spaventa per la presenza di un signore davanti a lui che indossa una camicia da notte e un berretto di lana e si chiede: chi è questo signore…cosa ci fa qua? Naturalmente si trattava di uno specchio che rifletteva Freud stesso. Questo per spiegare quanto il perturbante sia qualcosa di estremamente familiare. E, con una sorella, è sempre una questione di specchio! Le sorelle si valutano, si specchiano una nell’altra, competono, ci somigliano anche quando non vorremmo.
Una sorella c’è da sempre, soprattutto se tu sei la più piccola. La sorella è un po’ come noi stesse e, allo stesso tempo, è diversa da noi. Questa vicinanza produce un effetto perturbante: vediamo nell’altra qualcosa di noi stessi, ma anche qualcosa che ci sfugge e che non possiamo controllare.
Fin dall’infanzia il bambino si percepisce soprattutto in relazione ai genitori; l’arrivo o la presenza di una sorella introduce invece un’altra figura sullo stesso piano generazionale, che mette in discussione questa centralità e apre a nuove forme di identificazione e confronto. Allo stesso tempo, la sorella rappresenta una presenza rassicurante. Sapere di non essere soli, e comprendere crescendo che, anche quando i genitori non ci saranno più, resterà qualcuno che condivide la nostra storia familiare, è un elemento di grande importanza affettiva. Per questo una sorella — e in molti aspetti anche un fratello — aiuta a sostenere e a elaborare il peso e la complessità della famiglia. Una sorella può essere l’altra con cui ci si ripara dalla famiglia. La compagna che ha visto le stesse scene, abitato gli stessi silenzi, attraversato le stesse tempeste.
Il legame tra sorelle nasce dentro la famiglia, ma a volte serve proprio per prendere le distanze dagli aspetti della famiglia che fanno soffrire.
Nella mia esperienza clinica, molti percorsi analitici hanno assunto un significato nuovo quando i pazienti hanno iniziato a parlare dei propri fratelli e delle proprie sorelle. Il legame orizzontale, infatti, può essere decisivo quanto quello verticale con i genitori. Per quanto riguarda le sorelle, entra in gioco anche la questione del femminile. Che cos’è una donna? È una domanda che attraversa tutta la storia della psicoanalisi, da Freud a Lacan, e che rimane aperta anche per le donne stesse. Nel mio libro Non solo madri ed. Raffaello Cortina 2025, ho cercato di riflettere proprio su questo tema: non dimenticare la donna che deve sopravvivere al ruolo materno. Avere una sorella significa confrontarsi con un’altra figura femminile che non coincide con la madre. Se da figlie guardiamo inevitabilmente alla madre, spesso però osserviamo anche la sorella maggiore come modello di femminilità; oppure, nel caso di sorelle vicine d’età o in quello delle gemelle, assistiamo a un confronto continuo che riguarda il corpo, la bellezza, il desiderio e il posto che ciascuna ha nel cuore dei genitori. Persino tra gemelle monozigoti, quasi identiche, una può percepirsi più bella o più brutta dell’altra. La relazione tra sorelle diventa quindi una vera e propria palestra del femminile: un luogo in cui si sperimentano identificazione, differenza, competizione e riconoscimento reciproco. Proprio perché il femminile resta, in parte, un enigma anche per le donne, avere una sorella significa confrontarsi costantemente con questo mistero incarnato in un’altra persona che ci assomiglia e, nello stesso tempo, non coincide mai completamente con noi.
Avere una sorella permette di interrogare il femminile da un’altra angolazione. Non perché la presenza di una sorella risolva l’enigma del femminile, ma perché mette continuamente di fronte a un’altra declinazione del femminile: simile alla propria, perché nasce dalla stessa famiglia, eppure diversa. Per una donna, l’interrogazione sul femminile non si esaurisce mai, e il rapporto con la sorella alimenta questa ricerca. Osservare il modo in cui l’altra vive la propria femminilità diventa un’esperienza preziosa, ma anche fonte di curiosità, confronto e talvolta competizione. Non è un caso che tra sorelle ci si scambi — o ci si “rubi” — rossetti, vestiti e oggetti personali. Non si tratta semplicemente di appropriarsi di un oggetto, ma di esplorare qualcosa del femminile dell’altra, di sperimentarne simbolicamente un tratto di diversità. Nel gesto di rubare il rossetto dell’altra non c’è il desiderio di possedere quel rossetto, ma di appropriarsi, almeno per un momento, di un piccolo frammento della femminilità dell’altra.
-Nel rapporto tra sorelle pesa spesso lo sguardo dei genitori — e in particolare quello della madre. A volte si crea l’idea di una figlia “preferita”. In che modo queste dinamiche influenzano la crescita, l’identità e le relazioni future delle sorelle?
– Lo sguardo dei genitori, e in particolare quello della madre, ha certamente un peso nella relazione tra sorelle. Talvolta si creano gerarchie implicite con l’idea di una figlia preferita (a volte entrambe credono in cuor loro di essere la preferita). Tuttavia, il rapporto tra sorelle non può essere ridotto a questo. Avere una sorella — o anche un fratello — aiuta innanzitutto a sostenere il peso della vita familiare. Se la famiglia rappresenta l’asse verticale della nostra esistenza, la relazione tra fratelli e sorelle costituisce un asse orizzontale che la rende più sopportabile. La famiglia può essere un dono, ma può anche attraversare momenti difficili, crisi, conflitti o separazioni. In queste circostanze, sapere di condividere la stessa storia e lo stesso destino con qualcun altro è una risorsa preziosa.
Le sorelle si osservano, si confrontano, si aiutano a interpretare ciò che accade. Anche quando non ne parlano apertamente, ciascuna può trovare nell’altra un diverso modo di reagire agli eventi, si possono supportare. Di fronte a una separazione dei genitori, ad esempio, due figlie possono sviluppare risposte molto diverse: osservare il punto di vista dell’altra permette di ampliare il proprio sguardo sulla realtà, consentendo di avere anche l’altro punto di vista. In questo senso, la sorella svolge una funzione di sostegno e di mediazione rispetto all’esperienza familiare. C’è poi un altro aspetto fondamentale. La sorella può aiutare a elaborare le inevitabili frustrazioni che caratterizzano il rapporto con la madre. Non si tratta di stabilire se una madre sia buona o cattiva: ogni relazione materna comporta limiti, mancanze e aspettative disattese. La delusione fa parte del legame madre-figlia in maniera strutturale. Bisogna farsene una ragione per evitare di soffrirci troppo. La sorella offre allora una possibilità di identificazione alternativa, più vicina per età, esperienza e sensibilità.
Questo è particolarmente evidente oggi, in un’epoca in cui i modelli culturali, gli stili e i linguaggi cambiano rapidamente. Se un tempo la madre poteva rappresentare anche un modello di femminilità da imitare, oggi spesso è la sorella a offrire un riferimento più immediato e contemporaneo. La relazione tra sorelle può risultare meno gravata da conflitti e aspettative rispetto a quella con la madre anche per un motivo su cui torno tra un attimo.
Persino nella letteratura psicologica e psicoanalitica, l’importanza di questo legame è stata sottovalutata. Nella cultura popolare poi si è spesso pensato alla sorella come a una sorta di “dono” della madre all’altra figlia, come se il rapporto tra sorelle esistesse soltanto attraverso la mediazione materna. Io credo invece che la relazione tra sorelle possieda una sua autonomia e una sua forza. Mentre il rapporto con la madre affonda le radici in una dipendenza originaria e totale — senza la madre, nei primi tempi, non potremmo sopravvivere — quello tra sorelle nasce già all’interno di uno spazio relazionale più articolato, all’interno di una struttura familiare in cui esistono ruoli, scambi e possibilità di alleanza. Nasce dentro un linguaggio, un simbolico. E’, o dovrebbe essere, in un certo senso più civilizzato perché è un legame meno fondato sulla dipendenza e più sulla reciprocità.
Per questo la sorella può diventare anche un principio di libertà: una figura che aiuta a prendere le distanze dalle dinamiche più oppressive della relazione materna e a costruire una maggiore autonomia da lei. L’importante è che le sorelle riescano a sottrarsi alla competizione per l’amore della madre. Quando il rapporto viene intrappolato nella gara per ottenere il suo riconoscimento esclusivo, il legame rischia di impoverirsi e può diventare teso, duro e problematico. Quando invece prevale l’alleanza, la sorellanza può diventare una delle esperienze relazionali più ricche e formative della vita.
-Le fiabe tradizionali raccontano spesso sorelle rivali, in conflitto tra loro per amore, riconoscimento o potere. Secondo lei queste narrazioni hanno contribuito a costruire alcuni stereotipi del femminile che ancora oggi ci portiamo dentro?
-Più che creare lo stereotipo dal nulla, queste narrazioni fiabesche riflettono una possibile realtà e ci fanno riflettere. Sono state create per questo. Possono persino amplificare la dinamica familiare reale e conflittuale, mostrando una sorellanza alimentata da un’ostilità reciproca. Invece di attribuire questa rivalità a una presunta natura competitiva delle donne, è necessario analizzarne le radici nelle dinamiche familiari. La rivalità tra sorelle non nasce spontaneamente, ma può essere favorita da particolari modalità relazionali all’interno della famiglia, soprattutto nel rapporto con la madre.
Nel mio precedente libro “Non solo madri”, affronto proprio il tema dell’invidia materna: una gelosia che scatta non verso il maschile, ma tutta interna al discorso femminile. Quando nasce una seconda figlia, la sorella maggiore vive inevitabilmente un’esperienza di perdita: non è più l’unica destinataria delle attenzioni materne. Questo passaggio può essere doloroso ma non necessariamente distruttivo. Il problema nasce quando la madre, invece di favorire il legame tra le due figlie, aiuta a creare una sorta di competizione affettiva.
Tanti anni fa, la psichiatra canadese Pascale Des Rosiers ha pubblicato un illuminante articolo in cui spiegava che, molto spesso, la madre tende ad attrarre a sé la figlia più piccola, escludendo la maggiore dal rapporto con la nuova arrivata.
Il risultato clinico più comune di questa manovra è la sostituzione del naturale desiderio di intimità verso la sorella con una strenua competizione per l’amore e il riconoscimento materno. L’esame di questa competizione rivela, in realtà, un profondo sentimento di abbandono subìto dalla sorella maggiore. Questo allontanamento può produrre forme latenti di denigrazione verso la grande, affinché la più piccola si attacchi esclusivamente alla figura materna.
In psicoanalisi si tratta di una conformazione comune e distruttiva. È un perverso meccanismo di difesa che produce sintomi: alla minore viene sottratta la sorella, mentre la maggiore si trova a scontrarsi con un muro di diffidenza perenne. Una mia paziente descriveva perfettamente questo clima dicendo: «Mia sorella ha sempre il sopracciglio alzato con me. Ma io sono la più grande, le ho cambiato i pannolini, l’ho portata all’asilo… perché c’è sempre questo sospetto?».
Dobbiamo invertire questa rotta: abbiamo un bisogno vitale che le sorelle stiano unite. Primo, perché saranno loro a condividere il pezzo di vita più lungo insieme, essendo anagraficamente più giovani dei genitori; secondo, perché l’arrivo di una sorella, per quanto costituisca un trauma inevitabile dovuto allo spodestamento narcisistico, rappresenta una straordinaria occasione di alterità e crescita. Di frequente in terapia constatiamo che a chiedere aiuto è il membro della famiglia che ne ha psicologicamente meno bisogno, proprio perché saturo delle tossicità altrui.
Se non curiamo questo nucleo originario, la rivalità infantile per l’esclusività della madre diventerà la matrice strutturale della futura competizione tra donne in età adulta.
–La figura della sorella è cambiata molto nel tempo, insieme alle trasformazioni sociali e culturali delle donne. Che cosa significa oggi essere sorelle? E come si ridefinisce, nel presente, il concetto stesso di sorellanza?
-Credo che il concetto di sorellanza debba essere ripensato profondamente e questo infatti è il tema che affronto nell’ultima parte del libro. Se riflettiamo in modo più serio sulle sorelle, sulla sororità, sul femminile e sulle alleanze tra donne, ci accorgiamo che anche l’opposizione può essere generativa. Due sorelle che entrano in conflitto sono costrette a negoziare, a ridefinire i confini, a trovare un accordo, «la mia camera arriva fino a qui, la mia scrivania inizia là» — e si istituisce un nuovo patto, che ricalca, di fatto, la storia stessa della civiltà. Ogni negoziazione, in fondo, è già un patto sociale.
Su questo dovremmo riflettere maggiormente, soprattutto per ripensare le nostre reti femminili e femministe più sul modello della sorellanza che su quello della filiazione madre-figlia. Nelle relazioni tra donne continua spesso a prevalere uno schema verticale: c’è una caposcuola, una maestra, una figura materna da seguire. È una struttura che tende a riprodurre dipendenza. Il legame madre-figlia, riproduce dinamiche simbiotiche e legami di profonda subordinazione psicologica. Per sottrarci a questo meccanismo, dobbiamo cercare legami più politici con le altre donne. Politici nel senso più nobile del termine: appartenenti alla polis, fondati sull’alleanza paritaria e capaci di disinnescare la dipendenza. La vera sfida contemporanea consiste nel divenire psichicamente sorelle, senza che una si riduca a essere una seguace dell’altra.
Nell’ultima parte del saggio infatti, spiego come questo passaggio sia possibile solo se si ha il coraggio di compiere quello che la psicoanalista Julia Kristeva ha definito «matricidio simbolico». Per poter pensare in modo autonomo, ogni donna deve sbarazzarsi della dipendenza e dell’invidia nei confronti della propria madre. Il matricidio simbolico è un atto psichico funzionale, vitale e rigenerativo che permette la nascita di una soggettività autonoma. Purtroppo, nella nostra cultura assistiamo invece a continui «sorellicidi»: amputazioni brutali e sterili che non producono alcuna crescita, ma anzi si limitano a impoverire la vita relazionale del mondo femminile.
Il sorellicidio è una forma di odio cieco che si incista laddove una funzione materna fallimentare non ha saputo proteggere né legittimare il legame orizzontale di sorellanza. Per questo penso che oggi sia di fondamentale importanza riportare l’attenzione sulle “sorelle”. Per troppo tempo la cultura, la psicoanalisi e perfino il femminismo hanno privilegiato il rapporto madre-figlia, come se la sorella fosse soltanto una figura secondaria o un dono della madre. Credo invece che la sorella possa rappresentare un principio di libertà, una possibilità di alleanza tra donne che non passa attraverso la dipendenza, ma attraverso il riconoscimento della differenza.
Proprio per questo, oggi, in un panorama culturale segnato da una preoccupante miseria relazionale, recuperare la capacità di negoziare la distanza e di riconoscerci pari, è l’unica via per restituire dignità e futuro alle reti delle donne.
Laura Pigozzi
Sorelle. Il mistero di un legame tra conflitto e amore
2026, Bur