EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2021, n. 7-8 anno VI - ISSN 2531-7334

Castel Volturno, un presente di ostinata dignità

di Luigi Serrapica

Castel Volturno è un comune della provincia di Caserta,  noto alle cronache anche  per essere diventato un crocevia di illegalità e abusivismo che inchiodano i suoi abitanti a una condizione di scarse opportunità e di incuria. La presenza di un elevato numero di immigrati sommersi, che sfuggono ai censimenti e ai tentativi di regolarizzazione, sono spesso il terreno fertile per il degrado urbano e sociale che negli ultimi decenni ha caratterizzato questo luogo situato sul litorale domitio.

Gentrificazione. L’origine dell’espansione demografica

Castel Volturno conta oltre 25mila abitanti ed è situato al confine con la provincia di Napoli. Dal punto di vista amministrativo, il territorio si sviluppa su 74 chilometri quadrati e conta su una lunga fascia costiera – di circa 27 chilometri – e una vasta area di pineta che si estende per una decina chilometri. Lo sviluppo urbanistico, di cui il centro è stato protagonista, inizia a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, ma è dal 1980 che la popolazione esplode. Nei vent’anni che vanno dal 1971 al 1991[1], gli abitanti raddoppiano passando dai circa tremila censiti nel 1971 agli oltre 7mila degli anni ’80,  al censimento del 1991 che contò più di 15mila abitanti. L’edificazione di un nuovo complesso residenziale chiamato Villaggio Coppola, dal nome dei fratelli che lo edificarono,  avrebbe dovuto avere nel  Parco Saraceno un biglietto da visita invitante per tutti coloro che volevano vivere lontano dalle insidie della città, dallo smog e dalla criminalità. Qui avrebbero dovuto trovare posto 12mila appartamenti, accompagnati da tutti i servizi a cominciare dalle scuole, dagli ambulatori, dai cinema fino alle caserme di polizia e carabinieri. Un sogno urbanistico, a cui si affiancavano otto torri destinate alle famiglie dei militari statunitensi di stanza al comando NATO di Napoli. Il sogno poi si è trasformato in una realtà cadente, composta da palazzine in stato di abbandono, fatiscenti e spesso occupate abusivamente.

La seconda fase dell’esplosione demografica si colloca negli anni Ottanta, a seguito dell’attività sismica che lasciò un segno profondo su tutta la Campania. Le amministrazioni trovarono in questo centro con vista mare, uno sfogo ideale per la moltitudine di sfollati che chiedeva un tetto sicuro sotto cui trovare rifugio. La soluzione avrebbe dovuto essere temporanea, ma un sistema di concause ha moltiplicato il numero di persone che si sono riversate nel territorio castellano e rallentato la ricostruzione nei territori di origine, rendendo stabile una soluzione che si voleva temporanea. Se Pinetamare, uno dei simboli del Villaggio Coppola, avrebbe dovuto essere un quartiere esclusivo per la borghesia napoletana in cerca di ristoro dalla vita metropolitana, oggi la stessa area è un quartiere precluso al visitatore. Strade che si somigliano tutte accompagnano a edifici che accolgono umanità disparata e disperata. Immigrati, certo, ma anche uomini e donne espulsi dalle città in cui i prezzi degli affitti sono elevati. Esempio lampante di come la gentrificazione trasformi aree lontane dai centri urbani da oasi e ghetti. L’ex sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo, in carica dal 2014 al 2019, riassume così la situazione: «Castel Volturno è, come spesso dico, il regno della contraddizione. Straordinarie bellezze naturali e paesaggistiche che convivono in modo armonioso con il peggior degrado ambientale, urbano e sociale. Oggi come ieri, la nostra città è un miscuglio di anime, provenienti dall’Africa e dalle periferie degradate. Disperati e disgraziati che sono venuti a vivere a qui non per propria scelta, ma per necessità, attratti dal costo irrisorio degli affitti, dalle case vuote abbandonate e dalla possibilità di compiere attività illegali». La presenza della criminalità, qui, non è un mistero. Lo testimonia il massacro di San Gennaro, in cui morirono sette uomini, sei dei quali immigrati africani, a cui seguì una rivolta guidata dagli stessi immigrati.

Immigrati regolari, immigrati irregolari

Ogni abitante di Castel Volturno è pienamente consapevole dei problemi che segnano la città. Ma la volontà di voltare pagina e di cercare di chiudere il capitolo del degrado esiste e si percepisce nella parte dei castellani che non hanno voglia di arrendersi. Operano, infatti, sul territorio diverse associazioni no profit impegnate in campo sociale nel tentativo di dare risposta alle molte esigenze che arrivano dalla popolazione.

Sono in molti a vedere nell’elevato numero di immigrati clandestini un problema sociale di primaria importanza. Secondo Russo, in città si contano circa 4mila abitanti di origine africana regolarmente iscritti all’anagrafe a cui si aggiungono 15mila irregolari. Numeri confermati dall’Associazione risanamento Castel Volturno (Arca)[2], nata sul finire degli anni Novanta e animata da un gruppo di donne. Le stime di Arca si spingono anche oltre:  20mila irregolari, che inevitabilmente portano ad una difficile convivenza sul territorio. «Con questi numeri, unici in Europa, è chiaro che Castel Volturno una polveriera pronta a esplodere. In qualsiasi altra realtà sarebbe guerra civile ogni giorno. La fortuna di Castel Volturno è che il suo territorio è molto grande, così, il fenomeno immigrazione appare diluito». Il numero di irregolari, poi, è destinato a variare a seconda della stagionalità delle colture, attirando lavoratori nei periodi di raccolta nei campi.

Secondo Maria Teresa Terreri, direttrice della onlus Cidis[3], la risposta a questo problema deve passare attraverso la regolarizzazione degli stranieri. «La prima integrazione è l’accesso ai servizi – spiega – . Così si dà dignità. C’è molto disagio estremo sul territorio, lavoro nero, vita in condizioni igieniche precarie, ma molti sono gli immigrati che si sono integrate bene e vivono nella zona da vent’anni. Certo, l’emergenza Covid, ha acuito il divario di chi era indietro e ha colpito duro laddove c’erano già delle sofferenze, ma la risposta non può che essere sociale. Abitazioni, lavoro, dignità». Secondo Terreri, occorre rendere visibile ciò che è nascosto – ovvero occultato dal velo dell’irregolarità – perché il principale figlio dell’irregolarità è il degrado. «Non è buonismo, ma lungimiranza. Dalla regolarizzazione di queste persone si può assicurare a tutti servizi migliori e più efficienti, per italiani e stranieri», ragiona la direttrice del Cidis, ente che segue progetti di accoglienza e integrazione in tutta Italia.

«Molti pensano che il degrado di Castel Volturno sia riconducibile alla presenza massiccia degli immigrati. Nulla di più falso. La presenza di tanti immigrati, oggettivamente troppi e senza alcuna forma di integrazione, al netto della scuola dell’obbligo, è solo l’effetto, e non la causa, di un degrado diffuso che deriva da decenni di abusi, speculazioni edilizie, politica affaristica, camorra e tacita complicità », afferma Russo. La pandemia che stiamo vivendo non ha certo aiutato. Dal suo canto, Terreri sottolinea l’importanza di mantenere i legami costruiti dalla sua associazione con le persone, tentando di mantenere accesi i servizi di orientamento, formazione e insegnamento dell’italiano agli immigrati. «Qualcuno, probabilmente, è rimasto indietro – ammette –, la popolazione è grande e i problemi sono molteplici. È stato importante provarci, sviluppare nuove competenze da parte nostra e aiutare tanta gente a familiarizzare con le tecnologie. Abbiamo lavorato con le scuole per offrire servizi di prossimità e mediazione culturale, abbiamo provato ad avere speranza. Per gli italiani e per gli stranieri, indistintamente».

Un comune in deficit finanziario

Nell’agosto del 1999, alcune donne decisero di fare qualcosa per contrastare l’ormai dilagante prostituzione ai bordi della Domiziana, la strada statale che collega la tangenziale di Napoli con il Lazio. Questo gruppo di agguerrite castellane organizzò un presidio serale e notturno sui bordi delle strade in cui in genere le prostitute aspettavano i clienti. All’iniziativa parteciparono intere famiglie, tenendo duro per un paio di mesi, prima di dover sospendere l’azione. «L’idea di contrastare in questo modo la prostituzione forse fu un po’ folle, come se volessimo lottare contro i mulini a vento – ammette oggi Candida Costigliola, vicepresidente e responsabile delle attività di laboratorio dell’associazione Arca –. Capimmo subito che la risposta ai problemi di degrado deve partire dai piccoli, dai bambini. Per cui abbiamo cominciato a promuovere dei laboratori scolastici per i ragazzi e ogni giorno riusciamo a tenere lontano dalla strada dei minori che altrimenti non avrebbero alternative». La sede dell’associazione è ospitata in un bene requisito alla camorra e questo è un punto di orgoglio per l’ente. «Nei locali ospitiamo un servizio dell’Asl, per cui la nostra sede è vissuta tutti i giorni. Lo chiamo ‘bene sociale’, proprio perché è aperto alla società – spiega Costigliola –. Non chiudiamo le porte a nessuna iniziativa, non neghiamo lo spazio a nessuna realtà che ci chiede ospitalità». L’associazione, spiega la vicepresidente, non può contare su aiuti economici da parte del comune: «Noi ci siamo autotassate per permettere all’associazione di proseguire i lavori, per pagare le spese vive. Ma io ricordo i tempi in cui il nostro era un comune ricco, ho avuto la fortuna di vivere il periodo migliore di Pinetamare», conclude.

A proposito delle confische alla malavita, dai dati ufficiali dell’amministrazione di Castel Volturno, sul territorio comunale si contano 67 beni residenziali, fra ville e appartamenti condominiali, oltre a due terreni su cui insistono altri immobili ed edifici rurali. Non mancano terreni adibiti a cave di sabbia e alcuni spazi agricoli per una superficie complessiva di oltre 26mila metri quadrati. In totale, i beni confiscati in città sono 82, di cui uno in attesa di trovare la propria destinazione. Va però ricordato che ben 43 di questi beni non sono utilizzati a cui si aggiungono due beni affidati ma non ancora utilizzati: si tratta di un garage e di un appartamento di 124 metri quadri in località Pinetamare[4].

La questione economica non è secondaria. Dimitri Russo, che al termine del primo mandato ha scelto di non ricandidarsi, parla di un deficit strutturale dei conti municipali. Con i 15 milioni di entrate per imposte bisogna fronteggiare i 20 milioni di spesa corrente che vanno dai costi per i servizi come acqua, luce e gas, alla spesa per il personale che, tuttavia, è sottodimensionato alle reali esigenze della città. Le entrate, inoltre, sono recuperabili – secondo quanto afferma Russo – in più esercizi in maniera coattiva. «Parliamo di un deficit strutturale dovuto non tanto all’evasione, ma all’incapienza dei cittadini privi di qualsiasi fonte di reddito. Quando è stato istituito il cosiddetto Rei, ovvero il Reddito di inclusione, in tre mesi le domande inoltrate a Castel Volturno erano il triplo della somma delle domande presentate ai comuni di Capua, Bellona, Vitulazio, Camigliano, Pastorano, Calvi Risorta e Pignataro Maggiore, nello stesso lasso di tempo», spiega l’ex primo cittadino. Secondo Costigliola, da sempre residente a Castel Volturno, il comune da solo non può fare molto: «Prendiamo il gran numero di irregolari presenti sul territorio. Questo è un problema comunale, ma non può essere l’amministrazione municipale a occuparsene, qui dovrebbe intervenire lo Stato», riassume.

Speranze per il futuro, occasioni per il presente

Osservare Castel Volturno attraverso le parole dei suoi abitanti può essere sconfortante. Del resto, il suo territorio è stato spesso utilizzato – negli ultimi anni – come set cinematografico naturale per ricreare proprio luoghi degradati e sottoposti al giogo criminale. «Negli anni duemila questi luoghi sono diventati il set di pellicole socialmente impegnate e a sfondo criminale: da Fortàpasc, il film di Marco Risi sull’omicidio del giornalista del Mattino Giancarlo Siani ucciso dalla camorra di Torre Annunziata, a Gomorra e L’imbalsamatore di Matteo Garrone, dalla serie poliziesca La squadra a L’uomo in più di Paolo Sorrentino e a Là-bas di Guido Lombardi, ispirato alla strage di San Gennaro. Fino al recente Indivisibili di Edoardo de Angelis, storia di due gemelle siamesi costrette dalla famiglia e da un prete senza scrupoli a non separarsi perché, nel degrado ambientale e sociale circostante, una persona “normale” farebbe la fame»[5].

In questo contesto, più che in altri, è necessario costruire un futuro diverso, consapevole degli errori del passato ma non condizionato dall’eredità di abusivismo e criminalità «Le associazioni hanno avuto un ruolo importante. Ci sono ragazzi e ragazze che hanno trovato un posto di lavoro attraverso le onlus, una strada da percorrere che prima non c’era. E poi ci sono i ragazzi tolti alla strada e che magari studiano grazie alle associazioni che li seguono. Siamo tutti sulla stessa barca– ragiona Candida Costigliola –, italiani e non, e il Covid lo dimostra. Tutti dobbiamo contribuire a risollevarci».

Dimitri Russo, da uomo politico, guarda anche al territorio, oltre che alle persone. Nel pensare alla ripartenza di Castel Volturno, l’ex sindaco guarda al risanamento territoriale, alla messa in sicurezza del patrimonio immobiliare e al possibile aumento della qualità della vita. «Cosa occorre per rivivere? Serve una bonifica epocale delle acque e dei terreni, capace di restituire al territorio la risorsa più importante e il motore di tutta l’economia, ovvero il mare», riassume.

«Noi abbiamo una speranza, io lo chiamo ottimismo necessario – confessa Maria Teresa Terreri, della onlus Cidis –. C’è tanta solidarietà che promette bene. Anche negli ultimi mesi, durante il lockdown e le difficoltà della pandemia, abbiamo trovato molte famiglie disposte ad accogliere ragazzi arrivati in Italia da minorenni non accompagnati. La risposta esiste, e consiste nel non lasciare solo nessuno. Ed è su questo che si basa il nostro ottimismo».

[1] Elaborazione su dati Istat disponibili al sito web http://dati.istat.it/Index.aspx.

[2] Il sito web dell’associazione Arca è reperibile all’indirizzo https://www.associazionearca.org/.

[3] Il sito web dell’associazione Cidis è reperibile all’indirizzo https://cidisonlus.org/.

[4] Dati disponibili presso il sito web dell’amministrazione comunale https://www.comune.castelvolturno.ce.it/index.php/aree-tematiche/beni-confiscati/961-documenti-e-allegati. (Pagina consultata il 28 gennaio 2021).

[5] Angelo Mastrandrea, A Castel Volturno si vive come sopra a una polveriera, Internazionale, 25 febbraio 2017, disponibile al sito https://www.internazionale.it/reportage/angelo-mastrandrea/2017/02/25/castel-volturno-polveriera. (Pagina consultata il 28 gennaio 2021).

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