EXAGERE RIVISTA - Maggio- Giugno 2019, n. 5 - 6 anno IV - ISSN 2531-7334
ballerini

Chi sono io? Chi decide cosa devo essere? Intervista a Luigi Ballerini

intervista di Federica Biolzi

Infanzia, adolescenza e identità sono temi legati a filo doppio. Chi si occupa di queste difficili problematiche sa che non è possibile restare alla finestra e limitarsi a descrivere questi fenomeni.  Luigi Ballerini, medico-psicoanalista,  giornalista, pubblicista e scrittore di narrativa, ha scelto la prima linea. Lui i ragazzi della scuole li incontra nei sui innumerevoli interventi in giro per l’Italia, interventi sempre molto seguiti.

– Nella sua professione di psicoanalista e nei  suoi ultimi libri lei affronta il tema dell’identità, soprattutto  in una fascia d’età particolare, l’infanzia e l’adolescenza. Come si avvicina ad un tema così delicato nei suoi diversi ambiti di lavoro?

– Si, mi capita ogni giorno di incontrare giovani, genitori e famiglie, incontro anche ragazzi un po’ difficili  che mettono tutti in scacco. In entrambi i libri che ho scritto recentemente, si pone il problema del chi sono io e di chi decide cosa devo essere. Soprattutto in Imperfetti[1], l’ipotesi è quella di uno scenario futuro, futuribile, dove io sono programmato geneticamente, sono il frutto di una sintesi genetica in cui  avrò dei geni che riescono a codificare per eccellere in alcuni settori. In effetti, l’ingegneria genetica offre delle prospettive enormi  e incredibili, riusciamo adesso a correggere molto precocemente, ancor prima della nascita, degli errori che produrrebbero malattie croniche. Direi che la prospettiva è davvero interessante, sulla quale conviene comunque vigilare.

Per esempio, il genere distopico[2] ha la caratteristica di intercettare qualcosa che è presente nella società per dare come un  warning; cioè attenzione perché senza nessun controllo  e  senza nessun limite, potremmo arrivare .

Cosa è questo lì?

Il che è il futuribile nel romanzo, è dove i ragazzi sono predeterminati, geneticamente, precedentemente alla loro nascita. Questo però genera una riflessione sulla libertà, bastano dei geni per farmi diventare qualcuno? Chi? È chiaro che questo è un futuro futuribile. Mi chiedo, quindi,  se i giovani, oggi, hanno una  predestinazione. Questa potrebbe essere data dalla famiglia, per esempio.

Nei percorsi di orientamento che conduco alla scuola secondaria, con le famiglie,  è interessante vedere come alcuni ragazzi mi dicono: mia mamma vuole che faccio il liceo scientifico, perché l’ha fatto lei. Altri: mia mamma vuole che faccio il liceo scientifico perché non l’ha fatto lei. E’ un quadro estremamente vario. Da una parte è corretto che un genitore abbia delle preferenze o dei desideri, aspettative ed opinioni, dall’altra però, quando un ragazzo dice: voglio fare il liceo scientifico perché lo vuole mia mamma, io la vedo come  una questione di predestinazione. Questo si nota ancora di più negli anni successivi,  nell’orientamento in uscita dalle superiori per scegliere il percorso universitario. In questo caso io mi aspetterei un grado maggiore di autonomia e di capacità di giudizio. Ma anche qua il ragazzo mi dice: vorrei fare architettura, ma mio papà dice che è meglio che faccio economia, perché almeno ho la possibilità di lavorare. Quando poi  chiedo al ragazzo: ma tu, cosa vuoi fare? Lui mi risponde che vorrebbe fare altro, ma…

In qualche modo una forma di condizionamento e di predeterminazione c’è. Lavorare con i ragazzi su questi temi è molto interessante per loro.

Quindi il genitore, spesso, vuole incidere nelle scelte del ragazzo, vuole imporre la sua volontà?

– In qualche modo ogni ragazzo deve  destreggiarsi tra le inclinazioni,  i talenti, le caratteristiche personali, il desiderio familiare,  le aspettative,  le riproduzioni, ma  soprattutto con quello che sente di voler fare.

Spesso dico ai genitori di evitare di dire troppo spesso a un giovane o a una giovane chè è intelligente. Perché ho visto bambini essere molto bravi alla primaria e tenere alle scuola secondaria perché arrivano alle cose per intuito. Ma poi, alle superiori, quando la richiesta di prestazione aumenta e quando l’intuizione non basta più vi è una caduta. Il rischio è che si siano fatti l’idea che essendo intelligenti, non devono impegnarsi, non serva il lavoro.

Studi americani hanno evidenziato che  l’esito scolastico  dei cosidetti “designer baby”,  ossia di figli nati da madri che avevano richiesto il seme di un donatore molto selezionato (universitario, affermato, di successo) hanno avuto risultati scolastici molto scarsi. Sentendo la notizia ho pensato che questi ragazzi, che sono stati predicati fin dall’inizio come quelli che avevano un patrimonio genetico che avrebbe garantito loro un successo, potrebbero aver pensato di poter fare  a meno del lavoro e dell’intraprendenza personale.

E’ per questo che credo che l’identità sia predicata,  l’altro dice di te che sei così. E non fa un favore!

Noi adulti, dobbiamo fare attenzione quando ci rivolgiamo ai bambini con frasi del tipo: tu sei quello che non studia, che non stai attento, che…

Questi sono predicati di identità, in quanto viene attribuita un’etichetta, un’identità, che  rimane adosso, con il rischio che il soggetto ci possa davvero credere. E’ diverso dire: mi accontento di un livello di sufficienza, perché preferisco dedicarmi ad altro, piuttosto che non riesco a fare di più, perché non ci arrivo o per scelta non mi ci metto.

– Nel suo libro “Io sono zero”[3], la riflessione sul protagonista, Zero, fa intravedere un cambiamento, forse vuole dare un messaggio ai lettori?

– In Io sono Zero è descritto un esperimento, un bambino che è stato fatto crescere senza rapporti, con una voce guida, che è quella di Madar. Nello scrivere questo racconto mi sono ispirato a un esperimento che ha fatto Federico II[4] e che ha ripreso Fra’ Salimbene de Adam da Parma[5], nel 1500 nelle sue Cronache. Federico II, si chiese che lingua avrebbero potuto parlare i bambini a cui nessuno parlava.

Il contenuto ripreso da  Fra’ Salimbene de Adam da Parma, ha posto la questione sull’io: la persona è essere di relazione, la relazione per l’uomo è veicolata  dalla parola, senza parola non c’è relazione e senza relazione non c’è vita.

Se Zero non avesse avuto una voce, sarebbe accaduto come nell’ipotesi di Federico II, ossia non sarebbe sopravvissuto.

Zero, all’età di 14 anni esce dal suo mondo virtuale e si accorge che il reale  è diverso. In più, si chiede se tutto ciò che vede è vero, ossia se tutto ciò che ha visto corrisponda al reale, al vero, cosa che tende a credere.

La propria identità si costituisce all’interno di una relazione, dove riusciamo a distinguere vero o falso, reale e immaginario, reale e virtuale e dove possiamo conoscere e conoscerci.

Uno dei sottotemi del libro è come si fa a conoscere, come si può conoscere.

La conoscenza avviene anche via esperienza, non solo via immagine o lettura; è conoscenza anche attraverso il corpo e quindi l’identità si costruisce con il corpo. Noi siamo sensibilità, motricità e pensiero.

Non basta una di queste componenti. Io sono io che mi muovo con il mio corpo nella realtà:  ho bisogno di una realtà in cui muovermi.

Oggi vedo sempre più bambini con scarsa o compromessa motilità fine. Il corpo dei bambini tende a essere sempre meno usato, abbiamo ridotto il campo dell’esperienza: è un corpo preservato, un corpo che non si sporca. Abbiamo ridotto il campo dell’esperienza, l’esperienza del colorare ad esempio è con tutti i sensi, non è solo quella fatta sul tablet attraverso lo strisciare il dito. Capisco però che per i genitori questa è un’esperienza più comoda, colorare sul tablet è pulito, non sporca.

 

Lei affronta anche altre tematiche attuali, diffuse nei giovani e non solo, come il mondo virtuale e l’utilizzo dei social. Come si conciliano mondo reale e mondo virtuale nello sviluppo e nella crescita?

 

– La sfida che abbiamo come genitori, come adulti è una sfida nuova:  aiutare i ragazzi a stare nella realtà che comprende anche il virtuale. Il virtuale per molti è reale. Io sto davvero giocando, mi dicono alcuni ragazzi, la mia esperienza di gioco nel virtuale è reale,  il mio compito è costruire il mondo[6].  Riflettendoci c’è il rischio che il gioco mi mangi,  sono io che ho il  compito di costruire  il mondo, devo abitarlo, magari in modo esclusivo, anche se però devo anche  continuare ad allargarlo. Un gioco mi “mangia” quando passo più tempo nel mondo che creo io, invece di stare in quello che ha creato qualcun altro. Il mondo fatto dagli uomini in fondo è più complesso del mondo virtuale, che mi sono anche creato.

Nel virtuale non c’è la negoziazione, il compromesso, il conflitto,  la relazione. Quest’ultima, quando c’è, rischia di essere fittizia. I ragazzi spesso mi parlano di fidanzata virtuale, fidanzata smaterializzata, senza corpo, che non comporta tanti impegni. Il mio slogan è : La sfida con il virtuale  si vince nel reale.

Se c’è un reale soddisfacente, interessante, affascinante, magari complesso, allora il virtuale si mette al suo servizio. Non possiamo essere anacronistici e vivere senza tecnologia.  Se ho degli amici veri, con WhatsApp, posso organizzare anche una partita a calcetto in un minuto. Cioè metto la tecnologia al servizio della mia realtà, una  realtà  che però deve esserci.

Quello che un genitore deve intercettare, sono i segnali di possibile isolamento sociale e di impoverimento dell’esperienza. Ciò che è davvero preoccupante è ritirarsi dall’esperienza: sto meno con gli amici, non esco affatto, non vado più a calcio. Il progressivo impoverimento delle esperienze e il mollare i dati della realtà sono un segnale preoccupante: il virtuale mi sta isolando. Se ho amici veri con cui stare, se ho un interesse che coltivo, se me la cavo a scuola, se userò la tecnologia come voglio io, sono io che governo la tecnologia con il mio modo di essere. La realtà è molto complessa e richiede  compromesso e negoziazione. In rete  e nei social ciò non accade perché ho degli ascoltatori automatici, il livello di complessità della realtà è più semplice ed è così che posso credere di avere più amici.

– Perfezione e imperfezione appartengono  all’identità, sono parte di essa, com’è  possibile tenerle insieme?

– Nei bambini e nei ragazzi, rischia di insinuarsi la richiesta che arriva dagli adulti, cioè essere perfetti. Adesione all’ideale di una perfezione estetica. Ma non solo, è anche un ideale di perfezione di risultato. Spesso si sente: devi dare il massimo, sempre. Lo sappiamo che questo non è vero, è una menzogna, non serve, qualche volta dobbiamo anche conservare le energie. A volte  perché non le abbiamo, a  volte perché ci serviranno per qualcos’altro.

Si tratta, in effetti, di uno slogan. Attenzione, perché con continue richieste prestazionali l’insuccesso, dentro all’ideale di perfezione, può diventare un fallimento. Invece bisogna sempre distinguere l’insuccesso  dal fallimento. Il fallimento mi annienta, mi schiaccia, ha a che fare con l’identità: mi sento un fallito.  L’insuccesso, invece, lo vivo diversamente, posso dirmi: questa volta è andata male, ma posso rimediare. L’insuccesso mi apre la possibilità della correzione. Perché è andata male? Cosa posso fare perchè la prossima volta non ricapiti? Ed è in questo senso che l’insuccesso può essere importante e persino arricchente. In questo senso ne esco più forte, con un giudizio in più, ma forse anche con una competenza in più.

La questione della perfezione trascina con sé anche la capacità di saper tollerare le frustrazioni. Vedo molti bambini che, se prendono un brutto voto,  è intollerabile, diventa una tragedia. Bambini che devono fare un disegno per la maestra e non la vogliono deludere: il disegno viene stracciato più volte perché deve essere perfetto.

Dire un ragazzo mi hai deluso è andare a colpirlo nell’identità, perché in realtà ha deluso le mie aspettative, l’idea che mi ero fatto di te.

– Infine, non possiamo non chiederle come concilia la  psicoanalisi con la  scrittura.

– Entrambe hanno a che fare con delle storie, con la narrazione, con l’identità, con il pensiero, entrambe valorizzano il pensiero ed entrambe valorizzano il dettaglio, il particolare che fa la differenza. Come  in un romanzo anche nell’interpretazione di un sogno, è quel particolare che viene sottovalutato che dà la nuova chiave di lettura. Psicoanalisi e scrittura hanno in comune la passione per la realtà, l’interesse per l’umano e l’attenzione al particolare, che anche nell’identità, crea la differenza.

[1] Luigi Ballerini, Imperfetti, Il Castoro, 2016,

[2]Con il termine distopia o antiutopia (utopia negativa), l’autore  descrive ai loro estremi, in un futuro immaginario, alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche presenti nella società attuale. L’intenzione è spesso quella di lanciare dei messaggi, degli avvertimenti per riflettere sul nostro futuro. Questo termine viene utilizzato anche nella narrativa fantascientifica e nella narrativa fantapolitica e  antitotalitaria della prima metà del Novecento (ndr).

[3] Luigi Ballerini, Io sono zero, Il Castoro 2016

[4] L’imperatore Federico II comandò che alcuni bambini venissero sottratti alle madri e affidati a balie che però dovevano limitarsi a soddisfare i bisogni primari dei piccoli: nutrirli, dissetarli e lavarli. I bambini dovevano essere toccati il meno possibile, riducendo al minimo le interazioni, e soprattutto non bisognava parlargli. L’imperatore era curioso di sapere quale lingua quei poveri cuccioli avrebbero successivamente parlato. La leggenda dice che quest’esperimento portò alla morte di tutti i bambini (ndr).

[5] Fra’ Salimbene de Adam da Parma (1221-1288) è stato un religioso, uno scrittore italiano, frate minore, seguace di Gioacchino da Fiore e autore della Cronica, da dove viene ripreso l’esperimento di Federico II sopra citato (ndr).

[6] Il riferimento è a Minecraft, un videogioco creato e sviluppato da un programmatore svedese Markus Persson. La caratteristica principale di Minecraft è il mondo in cui il giocatore viene posto, generato proceduralmente. L’utente ha la possibilità di inserire alcuni parametri durante la creazione del mondo impostandolo a  suo piacimento (ndr)

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