EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
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Come in una palla di neve. L’ex Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. Intervista a Chiara Bombardieri  

di Federica Biolzi .

In sottofondo si percepisce ancora il dolore del disagio mentale, le sofferenze di uomini e donne che in luoghi hanno vissuto. Visitando questi spazi si ha la sensazione di vivere in una dimensione atemporale, dove la realtà sembra accantonata, dimenticata, ma mai rimossa. Risuonano ancora fortemente le scansioni temporali della quotidianità degli spazi chiusi, una routine imposta dall’esterno, e si resta sospesi.

A questa realtà se ne somma un’altra, quella degli abitanti di oggi e delle nuove funzioni ed utilizzi degli spazi. Da questa evidente differenza, da questa rottura, emerge una sensazione di vuoto, che è ancora tutto da riempire.

Chiara Bombardieri, che è responsabile della biblioteca scientifica Carlo Levi e dell’archivio dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, conservatore del Museo di Storia della Psichiatria, a lei abbiamo chiesto come si coniugano queste due anime, così apparentemente vicine, così apparentemente distanti. 

 – In questi ambienti, nella documentazione che abbiamo esaminato, sembrano coesistere tre tempi: quello del paziente che qui ha vissuto, il tempo della memoria, legato soprattutto al museo ed alla biblioteca,  e  il  tempo che lei dedica al suo interessante lavoro. Come può descriverci questa compresenza e la sua complessità ?

– Ma, io direi che c’è anche un altro tempo: quello degli utenti che abbiamo incrociato in salone, nella biblioteca. Oggi, ad esempio, era presente un ricercatore che ha visionato una cartella clinica dell’ ‘800,è un lavoro storico-biografico interessante in cui, spesso, si cerca di recuperare anche il proprio passato.

Inoltre, c’erano studenti dei corsi di laurea ospitati nell’ospedale di San Lazzaro. Oggi la nostra biblioteca è divenuta anche un nuovo ambiente di studio per l’Università, per i medici che vengono a consultare testi specialistici. E’ presente anche uno spazio formativo  in quanto, all’interno della biblioteca, si trovano i testi correnti di psichiatria, psicologia,  sociologia.

Diciamo, quindi, che vi sono molteplicità di tempi, in un solo spazio che ha subito diverse modifiche; sicuramente è una caratteristica  delle biblioteca  e degli archivi, quella di essere anche un hub dove si incrocia un po’ di tutto.

 – Direi che comunque questo spazio è sempre stato condiviso, proprio per le funzioni e gli utilizzi che sono stati dati nel corso del tempo.

 Nel parco è presente oggi l’Università, con facoltà diverse, l’Ausl, la scuola superiore. Una visione di area complessa, dove, in tempi recenti, il parco è divenuto uno spazio aperto a tutti i cittadini.  Una città nella città, in cui convergono molteplici interessi.

 – Si diceva che c’è un tempo della memoria, le carte conservate e la rievocazione di quello che era, la rievocazione rischia a volte di prendere il sopravvento.  

La visita al museo prevede, oltre la guida, anche la lettura o la recitazione di testi tratti da alcune cartelle cliniche o da testi storici, che vedono coinvolti i pazienti di oggi seguiti dal Centro di Igiene mentale. Questi interpretano i pazienti ed i medici  dell’epoca. Un progetto fortemente voluto nel 2012-2013, che vedeva inizialmente coinvolti gli attori della compagnia teatrale dell’OPG. Si voleva, e si vuole favorire, l’incontro con i pazienti di oggi, riteniamo  giusto parlare dei pazienti di cento anni fa, ma  vogliamo anche  creare un legame con la nostra quotidianità.

Nelle visite guidate, viene letta la modula d’ingresso, questo ci consente un collegamento con il lessico e la metodologia di quel tempo; le tavole con le didascalie che si trovano al museo, ci danno una visione dei diversi periodi storici susseguitisi all’interno dell’ospedale psichiatrico. La nostra idea, è quella di incrementare sempre di più l’interesse verso questo luogo.

 – Qual è il rapporto tra la verità storica e la sua rievocazione?

Io non sono una storica, io sono un’archivista e mi occupo di beni culturali e  rispondo dal mio punto di vista. Io ho la sicurezza che queste fonti sono originali, perché sono conservate qua, perché le ho trascritte fedelmente. Ma ciò non significa che riportino la verità di quello che è accaduto all’epoca. Noi offriamo dei materiali, ma c’è un’interpretazione che è innanzi tutto soggettiva, perché ovviamente ognuno di noi guarda questi documenti in modo diverso.

La verità storica è figlia della propria epoca. Negli anni ’50 o ’70, ma anche 20 anni fa, venivano date interpretazioni diverse da quelle che diamo oggi. Il nostro compito, come archivio, è quello di conservare materiali, darli in consultazione. Ad ognuno, poi, la sua interpretazione. Potete  dire che la storia del San Lazzaro, come la proponiamo noi, è sbagliata e proporne una completamente diversa. Questo va benissimo, perché il compito degli archivi è quello di portare avanti la testimonianza di quello che allora è stato scritto; agli storici, ai curiosi, agli appassionati, in ogni epoca, con i propri strumenti  e con il proprio sguardo, sta il compito d’interpretarli.

Noi cerchiamo sempre di spiegare che non vogliamo dare risposte assolute, ma è importante che le persone si pongano delle domande, questo per noi è il risultato migliore.

 –  Parlare di quelli che erano i pazienti. Dalla lettura e dall’esame delle cartelle cliniche,  emergono diversi aspetti di una medesima realtà: innanzitutto quello riguarda il vissuto, i dati anagrafici, poi  la parte squisitamente clinica,  specificata la cura, infine  i dati amministrativi.

– Direi che il vissuto è funzionale alla parte clinica, per cui vi sono alcuni dati che oggi non vengono più inseriti in anamnesi, ma che portano alla ricostruzione clinica del tempo. C’è anche un pregresso, una parte di vita prima di quella vissuta nell’ospedale,  che possiamo ricostruire e  riuscire a testimoniare.

 – Per noi che siamo, per nostra formazione, molto interessati alle storie dei singoli, spesso non si riesce a conoscere, dall’esame delle cartelle,  quale sia stato l’esito di tante vicende individuali. Questo ci ha molto incuriosito…

– Sì, in effetti è come se ci trovassimo di fronte a un tempo spezzato, una sorta di fotografia,  un pezzo di  vita del paziente. Si cerca di ricostruire, con il materiale che abbiamo, un prima ed un dopo il tempo trascorso all’interno di queste mura.

 – Vi è anche il rapporto del paziente con una vita che si svolge altrove, parallela, che traspare anche nelle lettere dove si dice: io sono qua, ma quando mi venite a prendere? Quando uscirò? Si vive un prima ed un dopo, un durante.

 Un aspetto molto affascinante quello del tempo, del prima e del dopo il ricovero. Le ricerche più interessanti che sono state fatte qui da noi sono proprio quelle che incrociano i dati di questo archivio con altri. Per esempio gli archivi comunali. Così si possono avere una pluralità di punti di vista, che ci portano a ricostruire la storia del paziente.

Voi avete visto un numero di cartelle selezionate, che contenevano anche manoscritti, storie anche particolari come quelle di alcuni artisti, che manifestavano attraverso la pittura, la scrittura, il vissuto, sia all’interno che all’esterno di questo spazio.

Un aspetto che mi colpisce ancora oggi, è che per alcuni pazienti, ricoverati anche per periodi lunghi , non è possibile tracciare una storia definita. Vi sono persone che sono entrate  molto giovani ed hanno trascorso qui la loro esistenza, questi hanno cartelle cliniche  quasi vuote, dove si trovano solamente  i dati relativi all’ammissione, la diagnosi e l’esito; spesso sono persone analfabete, senza una rete familiare o,  in alcuni casi, con patologie tali, da non consentire un’interazione.

– Quale tempo vivevano queste persone, secondo lei?

– Dall’analisi della documentazione archivistica, si intravede un tempo circolare, con giornate uguali, scandite. Queste facevano parte  anche della terapia morale, dove è presente una ripetitività molto forte: tutti dovevano indossare una stessa divisa, una stessa pettinatura, non era consentito distinguersi o differenziarsi. Un tempo congelato, dove la persona che viveva qua era un po’ come in una palla di neve.

Spesso nei manoscritti, come si è detto,  troviamo il rapporto tra il dentro ed il fuori: un rapporto spazio-tempo in cui in molti casi  i pazienti chiedono ai loro parenti: quando mi venite a prendere? quando mi rimandate a casa? Lo stesso paziente manifesta all’esterno, al familiare quest’idea di un tempo fermo, sospeso.

 – Abbiamo detto che il San Lazzaro oggi è abitato da utenti diversi e ha una vita attiva ma del tutto differente per spazi e funzioni. Come definirebbe questa sua esperienza?

– Io sono finita qui un po’ per caso, non mi sono mai occupata di psichiatria o di storia della psichiatria e neanche di medicina. Vengo da una formazione in ambito di beni culturali ma questo mi è sembrato, da subito, un ambiente molto affascinante. In fondo, vedo la psichiatria  come la parte più umanistica della medicina ed è questo che mi ha fatto sentire  a mio agio. L’approccio a queste tematiche è sicuramente  molto interessante ed appassionante anche se molto complesso. Non basterebbe una vita per arrivare ad approfondire questi temi, anche esaminandoli da un punto di vista storico.

Sento molto forte la responsabilità di gestire e portare avanti questo archivio, il mio obiettivo è conservare,nel miglior modo possibile, tutto il patrimonio qui custodito. In questo, credo sia importante tenere un atteggiamento, un giudizio, il più neutro possibile.

– Però ci sono anche storie individuali, con il relativo carico di sentimenti…

– A volte arrivano persone o familiari di ex pazienti con richieste specifiche, o idee preconfezionate che stridono con ciò che testimoniano i documenti. Vi sono persone che vogliono forzare la realtà documentale,  in modo che gli atti siano corrispondenti a ciò che loro pensano.  Una volta  una signora venne convinta che a suo nonno fosse stato somministrato l’elettroshock ma, dall’analisi della cartella clinica, emerse che il suo avo era morto prima dell’invenzione dell’elettroshock. Il familiare paradossalmente non voleva rassegnarsi a questo dato, anche contro l’evidenza dei fatti.

–  Dalle sue risposte ci sembra che lei sia, in un certo senso, rimasta affascinata da questo lavoro.

– Sì. Direi che è molto interessante. Questo lavoro, è effettivamente un continuo viaggio nel tempo. Tra il tempo dell’oggi, assistere ad una ricerca su un argomento clinico specifico  da parte di uno psichiatra che lavora ad un progetto pilota, oppure il  tornare indietro a cento anni fa.  All’occuparsi delle riviste, al visionare e mostrare le fotografie dei pazienti presenti nel manicomio agli studenti. In fondo, stare in questo luogo è effettivamente  come viaggiare nel tempo.

 

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