EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2018, n. 9 - 10 anno III - ISSN 2531-7334
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Conflitto e negoziabilità identitaria

di Giacomo Dallari

È sempre più complesso riflettere su una tematica considerata importante o calda senza ritrovarsi immischiati nelle dicotomia – più tipica del televoto che della vita consociata – tra il sì assoluto e il no incondizionato: si deve prendere una posizione, si deve parteggiare per una fazione e non importa se ciò che viene detto è supportato da prove oggettive oppure no, e non importa neppure se ciò che stiamo dicendo è pericoloso. La cosa fondamentale è identificarsi con qualcosa o qualcuno.

Ma siamo davvero sicuri che, nell’atto della comunicazione umana, prima ancora dei contenuti di ciò che andiamo affermando, non vi sia qualcosa di più profondo che debba essere preso in considerazione e che riguarda, in profondità, la nostra condizione? Oggi che le modalità con cui vengono argomentate le diverse posizioni sembrano avere la meglio sui contenuti stessi, non è forse opportuno cercare una diversa prassi di avvicinamento al conflitto culturale? Ora che le categorie umane, contrariamente a ciò che ci si aspetterebbe, sono sempre più rigide e impermeabili, non è forse possibile scorgere una diversa  forma comunicativa che, senza offuscare i contenuti, possa condurci verso un dialogo e una dialettica umana e razionale?

La filosofia, fino dal suo esordio, ha da sempre affrontato le tematiche relative al conflitto e, quasi all’unanimità di giudizio, ha affermato che fra i conflitti che intercorrono tra i diversi individui e i conflitti interiori non vi è poi una grande differenza. Già Platone, infatti, nella Repubblica aveva stabilito una corrispondenza diretta tra l’anima, propria dei singoli individui, e la città, emblema della vita consociata. In queste due realtà, interconnesse e complementari, vi è in atto un conflitto fra i diversi elementi che le costituiscono e tale conflitto è risolvibile solamente appropriandosi della virtù più alta, cioè della giustizia, che altro non è che una forma di armonia interiore. « Non siamo necessariamente costretti ad ammettere – scrive infatti Platone – che in ognuno di noi ci sono quelle medesime forme e caratteri morali che esistono nella polis? Infatti, esse vi sono entrate non altro che da qui […]»[1].

La storia ci insegna che i conflitti sono risolvibili in molti modi, alcuni dei quali non particolarmente auspicabili: con la violenza, con il principio di autorità, ma anche tramite il compromesso, la negoziazione, il dialogo e il discorso. Ma vi è una forma di conflitto che evidenzia una maggiore difficoltà nell’essere affrontato. Mi riferisco non tanto alla lotte politiche e a quelle che, genericamente, potremmo definire sociali, quanto ai conflitti che riguardano le identità. L’identità, infatti, sembra non avere la caratteristica della negoziabilità in quanto richiede necessariamente il riconoscimento dell’altro – diverso  da me – nelle sue caratteristiche peculiari. Quando parliamo della nostra identità, infatti, procediamo tramite una serie di valutazioni che sono di fatto inseparabili da noi stessi[2]. Quando la nostra identità è minacciata, non mettiamo a rischio un qualcosa, un semplice fatto e neppure un’idea, ma noi stessi e tutto il nostro sistema valoriale, fino al punto di credere che un suo possibile danneggiamento riguardi direttamente il significato più profondo della nostra vita.

A questo punto non resta che da chiederci, per comprendere meglio il possibile rischio che corriamo, in cosa consista, nel concreto, l’identità. Il concetto di identità racchiude in sé una variegata composizione di altri enti e di differenti concetti interconnessi e  fra loro interagenti. Una prima e fondamentale caratteristica dell’identità consiste nel fatto che essa richieda, per essere tale, una forma di riconoscimento come, ad esempio, l’essere riconosciuti come un cittadino italiano o un membro della razza umana. Già Hegel nella Filosofia dello spirito jenese, aveva sostenuto che « Nel riconoscere, il Sé cessa di essere questo singolo; esso nel riconoscere è in modo giuridico, cioè non è più nel suo essere immediato. Il riconosciuto è riconosciuto come ciò che ha immediatamente valore, mediante il suo essere, ma questo essere è appunto prodotto dal concetto. L’uomo viene necessariamente riconosciuto ed è necessariamente riconoscente»[3].

Attualmente, però, una delle forme più specifiche dell’identità non riguarda tanto il suo essere riconosciuta come universale, quanto la necessità, sempre più impellente, di una sua riconoscibilità in quanto ente particolare e specifico. Forse questa forma di specificazione identitaria ci consente di affermarci non solo come semplici individui, ma soprattutto di essere accolti nella nostra peculiarità, di spezzare le catene dell’anonimato e dell’indistinto e di confermarci come quell’individuo particolare. In realtà, a ben pensarci, l’identità, lungi dall’essere un qualcosa che mettiamo in comune con gli altri, sembra riferirsi più al concetto di difesa dagli altri, come una sorta di rifugio protettivo.

Questo aspetto ci proietta inevitabilmente verso un’altra serie di problematiche che riguardano, nello specifico, la genesi del conflitto in un assetto societario che non si accontenta più di un riconoscimento universale, ma chiede a gran voce un riconoscimento sempre più peculiare, al limite dell’individuale. Tali richieste rimettono in aperta discussione tutto l’assetto valoriale che fondava e identificava la comunità in senso politico e ci obbligano ad una rivalutazione individuale dei suoi fondamenti umani. Conseguentemente il conflitto viene a configurarsi come una lotta individuale, nella quale l’IO occupa un ruolo di primo piano ed è, per usare una metafora militare, in “prima linea”.

Conoscere questa caratteristica del tutto umana del conflitto, significa individuare modalità appropriate di gestirlo. In tal senso l’attuale società non sembra possedere adeguati strumenti di mediazione e di conciliazione ed evidenzia, al contrario, caratteristiche che insistono sulla contrapposizione aperta, sull’incomunicabilità dei contenuti, sull’alterità percepita come vera e propria minaccia.

Una prima strategia per la gestione dei conflitti potrebbe essere quella di evitare il gioco, fin troppo popolare, di dare interpretazioni particolari ad una serie di valori che, diversamente, dovrebbero avere un respiro universale e di non cedere il passo ad una loro interpretazione chiusa e  recintata nelle sole maglie della cultura. Siamo davvero sicuri, per esempio, che l’annosa questione dei diritti delle donne nelle realtà musulmane integraliste, sia una questione di identità culturali e non riguardi, invece, una questione valoriale universale? Possiamo sperare, invece, che le scelte politiche che ogni paese è chiamato a prendere, un giorno, possano avere delle caratteristiche universali, cioè indipendenti dai “gusti” particolari, da ciò che ci piace o non ci piace, da ciò che siamo o non siamo, da ciò che ognuno di noi è legittimamente portato a pensare e ciò che invece è semplicemente giusto, corretto e umano?

Attualmente tutto ciò sembrerebbe impossibile. I valori vengono scagliati l’uno contro l’altro, in modo tale che la realizzazione dell’uno, implica necessariamente la fine dell’altro, la sua violazione o la sua più totale irrealizzabilità. E ciò, se ci pensiamo bene, non riguarda solo le scelte politiche, gli assetti culturali di questo o di quel paese, ma riguarda da vicino un’idea di uomo e di umanità sempre più esposta al rischio dello scontro, del conflitto e della rottura.

Non è certo scandaloso il fatto che le persone possano avere una visione diversa o che possano dissentire sul modo di intendere e praticare determinati valori. L’aspetto preoccupante, così come viene sottolineato da molti autori contemporanei, risiede nel fatto che attualmente si assiste ad una serie di collisioni identitarie animate da una serie di universalismi liberamente intesi e, dunque, personalizzati. Oggi, per riprendere l’immagine utilizzata da Platone nella Repubblica, l’armonia fra l’anima e la città sembra essersi spezzata.

La persona, però, è tale solo in relazione agli altri, è un essere in relazione agli altri, e l’interpretazione dei valori costitutivi della vita consociata non può avere un carattere eccessivamente individuale e solistico perché ciò che riguarda me, riguarda te e riguarda, necessariamente, anche gli altri. Conseguentemente, l’unica possibilità sembra essere quella di riappropriarsi di un approccio interazionista e sistemico grazie al quale l’intesa comune, appunto la comunità, si raggiunge solo tramite un’interazione discorsiva, dialogica e dinamica.

Molti autori contemporanei, basti citare Massimo Cacciari[4], sottolineano il fatto che nella logica dei conflitti, nel discorso che diviene scontro, l’aspetto principale risieda nella difficoltà, tipica dell’uomo contemporaneo, di mettere in gioco la propria identità, di aprirsi alle contaminazioni esterne e di entrare in rapporto con l’altro senza una “corazza” identitaria fissa e rigida. Ogni identità, infatti, non è tanto un dato di fatto o un qualcosa di fisso e immutabile, quanto piuttosto un percorso, un cammino.

Massimo Cacciari, per esempio, afferma che attualmente persiste un falso principio identitario per cui “IO sono IO”, che genera quello che definisce come un «sistema di egoità tolemaica per cui l’Io rimane al centro e l’altro diviene un satellite della propria identità». Cacciari non esita a definire questo principio stigmatizzandolo come un vero e proprio “ostinato errore”, cioè come un qualcosa che in modo continuato e indipendente dalle epoche si ripresenta immutato e con i medesimi effetti “collaterali”. L’identità, inoltre, si definisce, a differenza degli oggetti, a partire dalla memoria e sulla possibilità che il ricordo definisca e ridetermini in continuazione i suoi contenuti più profondi.

In entrambi i casi l’identità cessa di essere un qualcosa di fisso, statico, immutabile e, per certi aspetti, ereditario e si proietta verso una realtà evolutiva e in continua mutazione. Certo, nel nostro bagaglio identitario concorrono fattori genetici, biologici e specifici della nostra specie, ma l’identità è il frutto di innumerevoli metamorfosi, di cambiamenti continui e delle alterazioni che ognuno di noi è chiamato ad affrontare nel corso della propria esistenza.

L’identità è quindi una relazione consapevole con tutto ciò che mi precede e che mi genera: il passato è una condizione che determina il presente e, per una conseguenza logica, progetta il futuro. Cacciari, inoltre, afferma che una delle più grandi conquiste della cultura contemporanea consiste nel fatto di rendersi conto che la mia identità non è un dato, cioè qualcosa che ci viene fornito come tale, ma un fatto, cioè qualcosa che io faccio,  che io costruisco. In questa costruzione, in questa elaborazione continua, il primo fattore da tenere in considerazione  consiste nell’accettare che io sono molti e che «siamo abitati da un’infinità di altri».

Nelle parole di Cacciari l’aspetto problematico che ci riguarda da vicino consiste proprio nella nostra difficoltà ad oltrepassare l’ostinato errore e smetterla di rifletterci nello specchio come “stupidi narcisi” (IO sono IO), e nell’imparare ad affrontare la moltitudine senza arrenderci a questa caotica massa di identità, procedendo in modo progressivo e razionale, ad una vera e propria composizione identitaria. Solo in questo modo sarà possibile riferirsi ad una identità individuale in grado di diventare comunità di uomini, in grado di andare oltre l’egocentrismo che attualmente ci contraddistingue per proiettarci verso una reale e consapevole vita consociata.

La comunità fuori di noi, infatti, è possibile solo se c’è una comunità dentro di noi, nel nostro interiore. Il dialogo con gli altri è possibile solo se siamo in grado di dialogare con i nostri molti altri che abbiamo nella nostra storia. Il nostro scopo è quello di comporre un’identità che sappia tener conto delle differenze che, prima ancora di diventare diversità e scontro con gli altri, sono parte costituente di ognuno di noi. «Se le differenze che ci compongono non dialogano fra di loro – afferma il filosofo veneziano – è la malattia o una musica che non funziona, che non è solamente composta di suoni diversi, ma è semplicemente stonata, composta cioè da dissonanze. L’identità si produce innanzitutto dialogando in noi, in quella comunità in interiore. Se noi, invece, continuiamo ad insistere pensando che siamo una fissa identità, che abbiamo un solo nome e che in noi non c’è alterità, non sarà possibile costruire una comunità fuori di noi. Se io  ignoro la comunità che è in me, come faccio a pensarla fuori di me?».

Il modo più sicuro per illudersi, e mantenere dunque una propria identità fittizia e protettiva, è quello di rapportarsi al mondo come singolo individuo contenente cioè un’unica identità e fare di essa lo strumento principale per comprendere gli altri. In poche parole la sicurezza consiste nella costruzione di un proprio e personale porto sicuro, di un guscio protettivo. Oggi vi è una tendenza a rinchiudersi nella propria identità che consiste nel non vedere gli altri, perché non riconosciamo gli altri che sono in noi, cioè dimentichiamo da dove veniamo e da quante identità diverse, contrapposte e dissonanti siamo composti e costituiti. La sofferenza altrui, solo per fare un esempio, diviene allora un qualcosa che non ci appartiene, che non fa parte del nostro essere nel qui ed ora e rimane un oggetto fuori di noi e così tutto il resto, ridotto ad un dato che noi non dobbiamo elaborare.

Non c’è un’identità sicura o, per meglio dire, se essa esiste è caratterizzata da un lavoro continuo fatto di compromessi, analisi, decostruzioni e ricostruzioni continue che ne fanno una realtà complessa e in costante divenire senza una fine, un termine ultimo. Gli altri non sono nemici o, quantomeno, saranno nemici nel modo in cui io sono nemico di me stesso se non riesco a comporre un’identità complessa e articolata, se non sono in grado di fare ordine nei miei molteplici nomi. Se non si procede in questo modo, se non si affronta il duro lavoro di ricerca identitaria, gli altri saranno solo delle alterità pure, delle semplificazioni e delle riduzioni prive di logica, contrapposte per condizione fissa: IO/TU; GIUSTO/SBAGLIATO; BENE/MALE; VERO/FALSO; ecc. La diversità, dunque, rimarrà tale e non diventerà un sfida su cui lavorare per trovarne una sintesi, una composizione,  rimarrà solamente un suono stonato da cancellare o da ignorare. Se io sono io, infatti, il tu diviene una minaccia e il noi una condizione spaventosa percepita come caotica, intimidatoria e detestabile.

Il conflitto, in questa ottica, non è un male assoluto se è in grado di creare riconoscimento reciproco. Nel configgere vi è prima di tutto un approssimarsi, cioè un avvicinarsi, un farsi prossimo, riconoscendo, prima di tutto, che è lo stesso conflitto che genera riconoscimento reciproco. «Questa idea di un conflitto che crea riconoscimento – conclude Cacciari – è l’idea fondamentale per intendere come il rapporto e la genesi delle  identità e delle differenze siano un processo, una dinamica e non possano essere ridotte ad una serie di definizioni a priori immutabili e valide in ogni momento e in ogni luogo».

 

[1] Platone. La Repubblica, a cura di F. Sartori, Laterza, Bari, p.246.

[2] Si veda  C.Taylor, Che cos’è l’agire umano?, in Etica e comunità, a cura di P.Costa, Vita e pensiero, Milano, 2004, p73.

[3] G.W.F.Hegel, Filosofia dello spirito jenese, a cura di G. Cantillo, Laterza,Bari, 1971, pp.135,136.

[4] Il presente lavoro nasce da una rielaborazione dell’intervento tenuto dal Professor Massimo Cacciari in occasione di “Overtures. Incontri tra musica e cultura in Cripta” avvenuto presso la Contrada della Chiocciola (Siena) nell’aprile del 2017. L’intervento completo è reperibile al seguente sito: https://www.youtube.com/watch?v=ztQURc7ARiM&t=695s.

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