EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2018, n. 9 - 10 anno III - ISSN 2531-7334
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Cosa ci tiene insieme? Intervista ad Adriano Favole

di Francesca Rifiuti e Gianfranco Brevetto

 

Professor Favole, perché, secondo la sua lettura antropologica, si creano i meccanismi di consenso e di opposizione?

-Noi uomini abbiamo una doppia natura. Da un lato apparteniamo a delle culture: ciò che siamo è molto legato alle nostre appartenenze e i gruppi ci trasmettono saperi, valori e orizzonti. Nello stesso tempo però quelle culture lasciano sempre spazi di libertà e vie di fuga, che sono proprio il tema del mio ultimo libro (Vie di fuga, otto passi per uscire dalla propria cultura, ed. UTET).

Non c’è cultura che avvolga completamente e in modo rigido le persone che la abitano. I “no” rappresentano a mio avviso queste vie di fuga, questo mantenere aperte delle strade di non conformità attraverso cui passano l’innovazione, il cambiamento, la trasformazione e, a livello politico, la protesta e l’opposizione.

Per anni le scienze sociali sono state pervase dalla concezione di Durkheim della società organica, che è più della somma degli individui che ne fanno parte. Tiene ancora questo tipo di interpretazione, una visione della società come bene comune, basata sulla solidarietà?

– Per lungo tempo in Europa e nel mondo ha trionfato la visione individualista. Margaret Thatcher disse “La società non esiste” ed è una frase emblematica, perché ha dato inizio a quel periodo storico che molti chiamano Neoliberismo, in cui l’ideologia dominante è stata quella del gruppo come aggregato di individui che perseguono i propri interessi; l’armonizzazione sociale poteva derivare solo dallo stare insieme sulla piazza del mercato. In questi anni la visione di Durkheim e l’idea di tessuto sociale sono stati progressivamente messi in discussione e anche la globalizzazione ha lavorato in questo senso.

La domanda delle scienze sociali è sempre la stessa: che cosa ci tiene insieme? La risposta degli ultimi anni è stata che ci tiene insieme qualche forza misteriosa, ma siamo sostanzialmente degli agenti individuali.

Quello che sta capitando adesso può essere una reazione, per me distorta, a questa visione. Le persone hanno bisogno di sottolineare di nuovo l’importanza delle cornici sociali, però lo stanno facendo attingendo al modello delle cornici sociali chiuse. Alla base dei sovranismi e dei nazionalismi c’è l’esigenza, sentita da molti, di ripensare alle culture che ci tengono insieme e agli spazi di condivisione.

Non ci sentiamo in realtà a nostro agio a essere dei liberi imprenditori sul mercato a ogni passo della nostra giornata, specialmente perché molte persone non hanno i mezzi per stare in questa competizione continua. Oltre al mercato, c’è bisogno quindi di una cornice che ci tiene insieme, che però attualmente viene pensata come se fosse chiusa. Il rischio è quello di proiettarci dal trionfo dell’individualismo più spinto all’emergere di vari Noi impermeabili e in costante competizione.

Quindi il problema sembra essere sempre il bisogno storico di differenziarsi, di prendere ognuno la propria posizione, ma nello stesso tempo per questa cornice sociale può essere importante anche la ricerca di un sistema di valori da condividere. Il problema è valoriale o si parte sempre da problemi economici?

-Il problema riguarda i valori ma anche le storie, le memorie che ci tengono insieme, gli spazi pubblici e condivisi, le lingue. Per esempio si può pensare ai dialetti, che ci sono familiari e che ci uniscono all’interno dei contesti regionali. C’è sicuramente da tenere in considerazione una componente che riguarda l’etica e i valori in comune, ma spesso ci dimentichiamo quanto siano importanti gli spazi di vita sociale condivisi. Un altro paradosso dei nostri tempi sono infatti i cosiddetti Social, che forse più correttamente dovrebbero essere chiamati Individual, perché creano spazi ristretti e individuali. Tutto ruota molto attorno alla questione della solidarietà e al bisogno di trovare meccanismi nuovi e attuali per stare insieme. Queste problematiche sono sfondo dei nostri tempi ma erano già presenti nel passato e si ripropongono continuamente, come una nuova sfida.

Quando la vita politica tende a polarizzarsi, come sta succedendo in Italia e in altri paesi, esprime valori che sono in contrasto con quelli che fino a quel momento hanno tenuto insieme la nazione. In Francia, per esempio, c’è stata una forte opposizione alle posizioni della estrema destra, grazie al riferimento ai valori della Republique. In Italia invece, è difficile coalizzare lelettorato intorno a valori fondanti. Da cosa dipende questo? Qual è il rischio della polarizzazione?

-Secondo me viviamo in uno stato molto più debole rispetto a quello francese e ciò si esprime in carenze di tipo organizzativo, il sistema elettorale ne è un esempio.

Le posizioni della estrema destra francese e di quella italiana non sono molto distanti, ma il sistema elettorale e l’impianto di stato della Francia sono molto più solidi e attrezzati a tenere ai margini certi estremismi. Probabilmente in Francia c’è anche più consapevolezza storica di ciò che sono stati questi movimenti e questo ha creato degli anticorpi a livello istituzionale.

E poi c’è questione della laicità. La Francia è un paese laico e, nonostante gli aspetti di criticità che ciò comporta, ritengo che la laicità di fondo sia una grande garanzia per le minoranze. Essa richiede sacrifici ma tiene lontani molti pericoli integralisti, interni ed esterni.

Laicità significa valorizzare la ricerca di quella cornice che ci tiene insieme, relegando a una dimensione più privata quelle che sono certe nostre credenze e appartenenze, che non devono essere disprezzate o non considerate, bensì tenute a bada, fuori dalle cornici pubbliche.  

Un po’ come il dibattito del presepe nelle scuole. In Francia forse non ci sarebbe mai stato…

– Così come la questione crocifissi. Dovremmo aver superato da tempo queste dispute, ma purtroppo in Italia è difficile fare dibattito, a causa anche dell’organizzazione del sistema giornalistico.

Perché nel nostro Paese è così difficile e faticoso elaborare? Rimane sempre ciò che Gramsci chiamava “lagglomerato indigesto”.

– Fare stato e fare società è complesso e richiede grandi competenze. Continuo a vedere troppi “dilettanti allo sbaraglio”, a cui vengono affidate questioni fondamentali per la nostra vita, dall’università alla regolazione della libertà di stampa. Siamo troppo artigiani nella politica ed essa viene sempre più intesa come contrapposizione, anziché come costruzione.  Credo che ai vertici ci sia bisogno di persone competenti, con uno sguardo volto al futuro. In Francia, così come in altri paesi, la classe dirigente viene selezionata in un modo più accurato, mentre in Italia da molti anni i ministri vengono scelti in base ad altri criteri e si ritrovano spesso a dirigere ambiti di cui non conoscono l’organizzazione e i fragili equilibri. Non c’entra l’ideologia, si tratta di mettere al centro la capacità di regolamentare la vita in comune. Io conosco bene il contesto dell’università e in esso, come in tanti altri c’è una grande complessità: bisogna conoscerne la natura prima di poter intervenire. Sarebbe opportuno creare un sistema di formazione alla politica.

In Francia qualche tempo fa avevano iniziato a interrogarsi sulla questione dellIdentità nazionale. Forse bisognerebbe iniziare a chiedersi cosa vuol dire essere italiani?

-Io sono un po’ allergico alla questione dell’identità, perché il rischio è che ci porti troppo vicini al concetto di razza. Tuttavia ritengo che sia importantissimo interrogarci su che cosa abbiamo di specifico in quanto italiani, è una sfida che anche gli intellettuali dovrebbero cogliere.

Ma in che modo vogliamo definirci? Vogliamo difendere la nostra lingua, la nostra cultura relegandola dentro i nostri confini o siamo così orgogliosi da batterci affinché l’italiano venga parlato anche all’estero e la nostra cultura diffusa in tutto il mondo?

Essere fieri di essere italiani secondo me significa per esempio investire in formazione e promozione nei centri di cultura Esteri, nelle ambasciate. La Francia paga corsi di lingua francese in tutte le parti del mondo, perché i francesi hanno capito che conoscere una lingua avvicina ai prodotti e all’arte di quel territorio, incuriosisce e avvicina le persone alle città, ai luoghi di interesse del loro Paese.

Perché allora non promuoviamo di più la cultura italiana all’estero? In fondo noi abbiamo così tanto: l’arte, la tradizione letteraria, la musica. Mi sembra che stiamo declinando l’talianità come qualcosa che deve essere coltivato solo dentro questo piccolo orticello, mettendo barriere tutt’intorno.

Essere fieri invece significa proiettare fuori, non compattare dentro contro gli altri. È fondamentale portare il Noi presso gli Altri, senza espellere ciò che di straniero abita in Noi. Questo è l’errore.

Essere fieri di essere italiani significa accogliere gli altri ancora di più, non avere paura.

Nessuna cultura vive della bellezza delle proprie cose chiudendosi a guardare i propri trofei.

 

 

 

(l’intervista è stata realizzata nel corso del Festival  Il senso del ridicolo, Livorno, 2018)

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