EXAGERE RIVISTA - Maggio - Giugno 2020, n. 5 - 6 anno V - ISSN 2531-7334
ACAE32

Cultiver son Labyrinthe

Uomini e dèi nel labirinto del cambiamento

 

di Francesco Tramonti

             In due recenti e fortunati saggi, Sapiens (2017) e Homo Deus (2018), Yuval Noah Harari ripercorre la storia dell’umanità e della sua “conquista” del pianeta, formulando nell’occasione alcune provocatorie ipotesi sul futuro. Volendo applicare una barbara sintesi, il tema di fondo sembra essere quello di una insaziabile hybris, alimentata dai prima lenti e poi vertiginosi sviluppi del linguaggio, della cultura e della tecnica. Questo avventuroso sogno di onnipotenza sembra non essersi interrotto neanche all’indomani delle circostanziate e perentorie raccomandazioni di migliaia di scienziati sulle conseguenze della crisi climatica e dei disastri ambientali correlati (Ripple et al., 2020). Dopodiché, è arrivata la pandemia.

              Da un bel pezzo non si assisteva ad alcunché di simile, e opinionisti, intellettuali e scienziati si adoperano quotidianamente, e senza soste, nel produrre analisi di come si presenta il mondo “al tempo del coronavirus” e ipotesi – quando non esplicite e fin troppo coraggiose previsioni – su come sarà il mondo dopo la pandemia. Senza voler minimizzare la tragedia di molti, sia essa economica o sanitaria, l’impressione è che in realtà il mondo “al tempo del coronoavirus” non sembri poi così diverso da com’era prima. O meglio, al di là dei gravi danni e delle particolari circostanze venutesi a creare, il mondo non sembra così pronto a divenire davvero qualcosa di diverso. Volendo usare una metafora, le tensioni muscolari dell’atleta che attende lo start ai blocchi di partenza non sembrano rivelare particolari cambiamenti di postura. Tutti ansiosi, noialtri sapiens – e non senza buoni motivi, si intende – di ripartire, e pronti a tessere di nuovo la tela dei sistemi di convivenza che abbiamo coltivato e cementato nel tempo, tali e quali agli impiegati della Megaditta, i colleghi del ragionier Fantozzi che alla sera attendono impazienti il suono della campanella per ritrovare la loro libertà.

         Tuttavia, come sarà il mondo dopo la pandemia è in effetti domanda che molti si fanno. Se questa piaga si risolverà in tempi relativamente brevi, e si rivelerà “semplicemente” una tragedia passeggera, avremo molti morti da compiangere e avremo a che fare con persistenti esiti post-traumatici e dolorose vicende personali sul piano economico, ma non c’è ragione di esser certi che vi saranno effettivi e rilevanti cambiamenti a livello globale. Se invece la faccenda non dovesse risolversi a breve, oppure se l’esplosione di pandemie – come non pochi sospettano – dovesse diventare sempre più frequente, allora la spinta al cambiamento potrebbe risultare più incisiva. Ma dobbiamo essere onesti nel riconoscere che, se anche il mondo dovesse cambiare, non sapremmo con esattezza in quale direzione potrebbe andare questo cambiamento. E, soprattutto, molto dipenderà proprio da noi sapiens e da quali ipotesi e sforzi saremo realisticamente in grado di avanzare e sostenere.

         Il dibattito sulla riapertura delle attività commerciali e produttive, sul ritorno alla “vita normale”, ha messo in luce il delicato equilibrio tra istanze economiche e sanitarie. È ovvio che dover scegliere tra le due è una trappola, e purtroppo è altrettanto ovvio che non vi è modo semplice, veloce e indolore, di uscire da questo inghippo. È quindi sulla profonda ingiustizia di questa alternativa che dovremo riflettere per evitare di ritrovarci di nuovo alle strette. Dobbiamo perciò ripensare approfonditamente cosa intendiamo esattamente per salute e per economia, e soprattutto capire che per il bene comune le due istanze debbono essere pensate insieme e far parte di un sistema di governance sufficientemente dinamico e complesso, integrato e flessibile, adatto a co-evolvere con i processi vitali del pianeta. Esiste una letteratura scientifica – purtroppo poco frequentata – che potrebbe dettare l’agenda, o perlomeno indirizzare allo scopo (Sturmberg, 2018; Van Assche et al., 2019), ma è da capire se esiste davvero una volontà politica in questo senso, al di là degli slogan o di intenti programmatici fragili e poco vincolanti. Riallineare i tempi della politica e dell’economia con quelli della sanità, e soprattutto con un concetto articolato ed esaustivo di salute, è ciò che probabilmente servirebbe per evitare che le scelte basate su una prospettiva di lungo periodo appaiano svantaggiose.

           Il lungo e appassionante saggio di David Quammen, Spillover (2014), riscopertosi improvvisamente bestseller, ci ricorda che due parole chiave fondamentali per comprendere epidemie e pandemie sono quelle di evoluzione e di ecologia. Le malattie infettive “sono dappertutto”, scrive l’autore, come “una sorta di collante naturale, che lega un individuo all’altro e una specie all’altra all’interno di quelle complesse reti biofisiche che definiamo ecosistemi” (Quammen, 2014). Per farsi un’idea di quanto complesse e intricate possano essere tali reti, si osservino, giusto a titolo di esempio, le relazioni inter-specie che alimentano il contagio della malattia di Lyme (Ostfeld et al., 2018). E soprattutto si rifletta su quanto e come l’impronta umana entri in modo significativo, e spesso a gamba tesa, in queste reti di sistemi complessi e di interazioni tra variabili.

           Che fare, quindi? Forse potremmo cominciare con il porci alcune domande:

        a) Che prezzo siamo disposti a pagare per i rischi sempre più elevati che corriamo, e correremo, nel modo in cui interveniamo sugli equilibri ecologici del pianeta? È bene non essere ingenui nel momento in cui si riflette su questo punto. È pressoché inevitabile che tali equilibri cambino, nel corso dell’evoluzione degli ecosistemi, ed è impensabile non avere alcun impatto su di essi. Sembra tuttavia che il nostro contributo, come specie, stia facendo impazzire alcune delle variabili implicate in tali complessi equilibri, spinte ormai verso pericolosi pattern di cambiamento esponenziale (Eriksen, 2017). Questo rappresenta un grosso pericolo per la stabilità di ogni sistema vivente, compresa la biosfera, come insegna la mai abbastanza apprezzata lezione di Gregory Bateson (1984), secondo il quale, per l’appunto, la gran parte dei nostri problemi deriva proprio dalla differenza tra come funziona la natura e come gli esseri umani sono abituati a pensare.

       b) Che ruolo intendiamo riservare agli organismi politici internazionali? Anche qui è bene non peccare di ingenuità e pensare che possano esservi cambiamenti radicali in tempi brevi, ma è innegabile che il tema risulti cruciale, poiché problemi come quello della pandemia che stiamo vivendo, ma anche disastri ambientali, derive autoritarie e diseguaglianze economiche, non possono essere affrontati da singoli stati. Non sono problemi nazionali. Forse si tratta di un’interpretazione errata, ma le pur apprezzate manifestazioni di solidarietà rivolte all’Italia, da parte di importanti figure istituzionali dell’Unione Europea, sembravano quasi lasciar intendere che si fosse letta la questione della pandemia come un problema in buona misura confinato e circoscritto. Invece, a ruota, e a distanza di un intervallo di tempo di una o due settimane, quasi tutti gli altri stati hanno registrato numeri crescenti di contagi e di conseguenza hanno preso misure di contenimento simili all’Italia. Non era un problema nazionale, infatti, e avremmo dovuto già intuirlo quando dalla Cina giungevano le prime notizie e i primi angoscianti video di strade e altri luoghi deserti. Un corollario a questa domanda è quindi quello che riguarda il ruolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’organizzazione si è trovata al centro di numerose polemiche per come è stata gestita l’emergenza del nuovo coronavirus e per le vicende che hanno lasciato trapelare indizi di un gioco di forze contrapposte, alimentate da interessi locali e quindi parziali, così come dettagliatamente ricostruito da François Bonnet su Mediapart (2020). Se accettiamo di buon grado di vivere in un mondo globalizzato, questi organismi non possono essere mero teatro di manovre politiche e faide interne alimentate da interessi nazionali, pur legittimi. È ovvio che problemi locali esistano e debbano essere valutati e affrontati, così come è chiaramente possibile che vi siano, in determinate circostanze, interessi contrastanti e non facili da conciliare; ma è altrettanto vero che esiste un livello di analisi sovraordinato che merita la dovuta attenzione e che pone in causa il potere decisionale di questi organismi di fronte alle sfide globali che ci aspettano. Sinché si vedranno questi organismi come luoghi di semplice rappresentanza dove far valere i propri interessi, essi non potranno mai assumere autenticamente il ruolo di garanti degli interessi sovra-nazionali, ruolo che invece oggi sembra essere così necessario e prezioso. Detto altrimenti, potranno mai questi organismi essere custodi di quella che Telmo Pievani (2018) ha evocativamente definito una “Grande dichiarazione di interdipendenza” Non è semplice, occorrerebbe un cambiamento davvero radicale.

       c) Che tipo di relazioni vogliamo instaurare gli uni con gli altri di qui in avanti? Il virus ci ha distanziati, ci ha privati della prossimità fisica e ha toccato uno dei nostri bisogni più fondamentali, quello di relazione. È innegabile che questa sia una minaccia seria alla nostra salute mentale, soprattutto se i tempi di uscita da questa condizione dovessero essere lunghi. Tutti, più che comprensibilmente, non vedono l’ora di poter riabbracciare i propri cari, congiunti o meno che siano, ma anche di riprendere una partecipazione sociale più ampia e diffusa. Tuttavia, non sarebbe una cattiva idea se alla gioia e al piacere di rivedersi affiancassimo anche la voglia di curare e sanificare le nostre relazioni, a partire da quelle più intime e prossimali. La spinta emotiva e il grande entusiasmo dei canti dai balconi, infarciti di un patriottismo malcelato e fuori luogo, hanno già esaurito la loro forza propulsiva. Era chiaro fin dall’inizio che non avrebbero portato da nessuna parte, che avrebbero anzi depistato e confuso le idee. I “leoni da tastiera”, attivi più che mai dentro il vortice di questo profluvio di ipotesi sull’oggi e sul domani, ci rassicurano sul fatto che nel dibattito collettivo sui social i livelli di astio e di acredine si mantengono elevati. Non saremo diversi, dopo questa vicenda, se non vorremo realmente esserlo, e se non trasformeremo ogni relazione con l’altro in un laboratorio di autentiche operazioni di giustizia. La domanda sottostante, quindi, è quella che si pone Emanuele Martorelli sulle illuminanti pagine di Starmale[1]: “Siamo davvero pronti a una relazione che includa anche l’altro?”. La storia ci insegna che è bene non farsi troppe illusioni.

        E quindi, in buona sostanza, piuttosto che fantasticare sul mondo che verrà, potremmo domandarci senza troppa retorica, e con molto senso pratico, che cosa intendiamo per “un mondo migliore”. Per far questo dovremmo accettare la sfida di mettere a nudo l’intimo delle nostre convinzioni più radicate e profonde, delle nostre assunzioni implicite. La pandemia “è un bagno di realtà”, scrive Meehan Crist sul New York Times (2020). E in effetti questo nuovo coronavirus è un ottimo test per la nostra comunità, sia per il nostro benessere psicologico come individui che per la qualità dei nostri sistemi sociali. Forse potremmo addirittura definirlo il “test perfetto”, proprio in virtù delle sue caratteristiche. Non è “una banale influenza”[2], abbiamo imparato a dire, viste le conseguenze serie e drammatiche che ha avuto sulla vita e la salute di moltissime persone. Ma – salvo smentite quando il quadro epidemiologico sarà più chiaro – non è neanche un agente infettivo dalle conseguenze gravissime sulla vasta popolazione. È un virus le cui conseguenze – a prezzo forse di un’eccessiva sintesi – potremmo definire di gravità moderata, ma che essendo facilmente trasmissibile rappresenta un rilevante pericolo per la comunità ed in particolare per i più vulnerabili. Come ogni altro agente infettivo e patogeno richiede una strategia di intervento ed è implacabile nella misura in cui richiede una strategia adeguata di fronte ad una situazione complessa, fatta di molte variabili interconnesse e gravida di rilevanti conseguenze in termini economici e sanitari. La strategia deve pertanto rispondere a solidi criteri scientifici e sanitari, ma al contempo, inevitabilmente, rivela una dimensione politica, poiché la gestione di un’epidemia “mette in scena un’idea di comunità”, per dirla con Paul Preciado (2020).

      In termini psicologici, si tratta di un test impietoso per le nostre capacità di regolazione emotiva e problem-solving. Virus normalmente innocui (almeno per chi è in condizioni di generale e buona salute), come quelli dei più comuni raffreddori, non richiedono alcuna strategia: si tratta semplicemente di tollerare le conseguenze di lievi e passeggeri sintomi. Se al contrario avessimo da affrontare, su vasta scala, virus molto pericolosi come Ebola, di fronte a tal pericolo sarebbe più difficile stigmatizzare il panico diffuso ed eventuali errori di strategia dovuti a scelte emergenziali e operate su base emotiva. Di fronte al nuovo arrivato, Covid-19, sembra invece che non abbiamo alibi. Non possiamo esser troppo freddi, e calcolatori, perché sono morte centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e molte altre patiscono e patiranno conseguenze mediche e psicologiche a lungo termine. Al contempo, non c’è motivo di entrare in uno stato di eccessiva agitazione e fare scelte non ben ponderate, fatte le dovute eccezioni per particolari circostanze e frangenti. È bene soffermarsi su questo punto. È inevitabile provare forti emozioni di fronte a questa situazione e ai problemi connessi, ma non sarà con le emozioni che ne usciremo, e soprattutto non sarà con il solo aiuto delle emozioni che ne usciremo eventualmente migliori.

         La “strategia dell’emozione”, per prendere in prestito il titolo di un libro di Anne-Cécile Robert (2019), non ci condurrà fuori da questo labirinto. La solidarietà e l’empatia potranno fare da utile carburante, ma per un cambiamento davvero incisivo occorrerà un preciso disegno politico e un impegno costante e razionale da parte di ognuno. Anche su questo punto, l’eccessiva polarizzazione del discorso su quanto si debba puntare sull’agire collettivo o sulla responsabilità individuale è una dicotomia infruttuosa che non ci aiuterà. È ovvio che serviranno entrambe le cose per fronteggiare a dovere questa crisi. E soprattutto serviranno delle buone idee su come incentivare le spinte cooperative a livello sia privato che globale. La visione d’insieme è l’unica prospettiva che mostra la via d’uscita da un labirinto, in particolare della tipologia barocca (Vogl, 2010). Ma è pur vero che, nella realtà, tale visione d’insieme è un ideale a cui si può e si deve tendere, ma che il più delle volte non può esser raggiunto. Pertanto, sarebbe già auspicabile che ci chiedessimo come potrebbe apparire questo labirinto se visto dall’alto e che tipo di percorso vorremmo tracciare al suo interno, senza dimenticare che uscire da questo labirinto non vorrà dire trovare la salvezza, ma potrebbe semplicemente voler dire entrare in un altro labirinto, e poi in un altro ancora, in una serie infinita di labirinti connessi in una rete, ovvero quei labirinti che vengono oggi definiti rizomatici, sul solco tracciato dalla filosofia di Deleuze e Guattari (Vogl, 2010). Osservare come ci muoviamo nei labirinti della complessità – ecologica, economica, sanitaria – potrebbe quindi diventare un costante ed utile esercizio auto-riflessivo; e allora, forse, questa brutta storia ci avrà insegnato qualcosa.

 

 

[1]    Cfr. www.starmale.net

[2]   Che cosa significhi, poi, “una banale influenza”, dovremmo forse ricominciare a chiedercelo, giusto per non assecondare un approccio troppo schematico e dicotomico alle sfide che ci pongono e ci porranno gli agenti infettivi, anch’essi soggetti ad evoluzione e cambiamento.

 

Bibliografia

G. Bateson (1984).  Mente e natura. Un’unità necessaria. Milano Adelphi.

F. Bonnet (2020). L’OMS, une marionette chinoise? Mediapart, 16/04/20.

M. Crist (2020). What the coronavirus means for climate change, New York Times, 27/03/20.

T.H. Eriksen (2017). Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato. Einaudi Torino.

Y. N. Harari (2017). Sapiens. Da animali a dei. Bompiani Milano.

Y. N. Harari (2018). Homo deus. Breve storia del futuro. Bompiani Milano.

R. S. Ostfeld, T. Levi, F. Keesing, K. Oggenfuss, C. D. Canham (2018). Tick-borne disease in a forest food web. Ecology, 99, 1562-1573.

T. Pievani (2018). Homo sapiens e altre catastrofi. Per una archeologia della globalizzazione. Meltemi Milano.

P. B. Preciado (2020). Les leçons du virus. Mediapart, 11/04/20.

D. Quammen (2014). Spillover. L’evoluzione delle pandemie. Adelphi Milano.

W. J. Ripple, C. Wolf, T. M. Newsome, P. Barnard, W. R. Moomaw (2020). World scientists’ warning of a climate emergency, BioScience, 70, 8-12.

A. C. Robert (2019). La strategia dell’emozione. Elèuthera Milano.

J. Sturmberg (2018). Resilience for health: an emergent property of the “health systems as a whole”. Journal of Evaluation in Clinical Practice, 24, 1323-1329.

K. Van Assche, G. Verschraegen, V. Valentinov, M. Gruezmacher M. (2019). The social, the ecological, and the adaptive: von Bertalanffy’s general systems theory and the adaptive governance of social-ecological systems. Systems Research and Behavioral Science, 36, 308-321.

J. Vogl (2010). Sull’esitare. Obarrao Milano.

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