EXAGERE RIVISTA - Luglio- Agosto 2019, n. 7 - 8 anno IV - ISSN 2531-7334
Kafka (02)

Dalla parte dei dominati. Intervista a Bernard Lahire

di Gianfranco Brevetto

ITA/FRA versione originale in fondo

– Professor Lahire, nel 2010, lei ha scritto un libro molto interessante sul nostro autore: Franz Kafka. Éléments pour une théorie de la création littéraire[1]. Perché il legame tra Kafka e la sua opera è così importante ?

– Franz Kafka è stato tormentato in vita da una serie di problemi legati a suo padre, alla sua produzione, ai suoi rapporti con le donne e con il matrimonio, alle tensioni vissute tra esigenze professionali e lavoro creativo, al fatto di essere ebreo, ecc. Le sue problematiche esistenziali ossessive, le tensioni interne, i sentimenti di colpevolezza e oppressione, sono presenti nella scrittura dei suoi testi, lo inducono a praticare la letteratura come un’impresa di liberazione in cui mette a nudo le sue contraddizioni. I differenti elementi delle sue problematiche esistenziale si esprimono bene anche nei suoi comportamenti quotidiani, nei suoi sogni (ce ne ha lasciato il racconto di molte decine) come nella sua produzione letteraria.

– Nel suo libro dedicato a Kafka lei parla dell’importanza della biografia sociologica, ci può spiegare in cosa consiste?

– La biografia sociologica, come io la intendo, cerca in primo luogo di ricostruire le esperienze socializzatrici successive o parallele – familiari, scolari, professionali, sentimentali, politiche, religiose, sportive, ecc. – attraverso le quali la persona si è costituita e come queste si sono sedimentate in lui sotto forma di schemi e di disposizioni a credere, vedere, sentire, agire. Se si vuol comprendere ciò che “anima” gli individui, ciò che li spinge ad agire o a pensare come essi lo fanno, occorre imparare a conoscere i desideri e le preoccupazioni predominanti come si sono definite nel corso della loro storia. Per questo, la biografia sociologica, come oggettivazione dei differenti tempi, quadri, modalità e effetti della socializzazione nel corso del percorso individuale, è uno strumento indispensabile a disposizioni dei ricercatori.

Una certa diffidenza nei confronti dei metodi biografici in sociologia viene dal fatto che vi si scorge una maniera di isolare gli individui, di racchiuderli in un destino singolare, di cui sarebbe portatore dalle origini e che si dipanerebbe nel corso di una traiettoria lineare. Tuttavia, la biografia può essere il miglior modo di ricostruire l’insieme dei legami che tengono insieme o hanno tenuto insieme un dato individuo ad altri individui, a dei gruppi o a delle istituzioni, e ricostruire la fitta rete degli obblighi interiori (disposizionali) come di quelli esteriori (contestuali) che pesano in permanenza sui suoi atti, sui suoi sentimenti o i suoi pensieri. È anche il modo di cogliere le esperienze nell’ordine cronologico dei loro effetti.

Kafka è uno tra gli autori più difficile da leggere e interpretare della letteratura del secolo passato. Franz faceva parte di una minoranza linguistica e religiosa. Come queste condizioni hanno influito nella sua creazione letteraria?

– Uno dei grandi problemi che tormenta Kafka, e che pervade la sua opera, è quello della dominazione, e particolarmente la dominazione considerata dal punto di vista del dominato, con il suo sentimento di colpa, la sua autosvalutazione, la sua ammirazione per il dominante, ecc. Ora, anche se è vissuto in un ambiente borghese, Kafka conosceva la dominazione su più livelli: sul piano personale, in rapporto a suo padre che lo schiacciava con la sua energia, forza, autorità; sul piano religioso, in quanto ebreo (assimilato) in una società a dominanza cattolica dove l’antisemitismo era permanente; sul piano linguistico in quanto ceco di lingua tedesca ma con un accento riconoscibile e molto meno legittimo del tedesco parlato a Berlino o a Vienna. Tutta questa situazione che egli vive struttura la sua opera, anche se sotto forma di metafore.

Kafka è sensibile a numerosi eventi politici, è segnatamente a tutte le manifestazioni antisemite, molto numerose a Praga negli anni 1910 e 1920. Scriveva a  Milena a metà del mese di novembre 1920. “ Tutti i pomeriggi, ora, passeggio per le strade; ci si bagna nell’odio antisemita. Ho appena sentito trattare gli ebrei come Pravivé plemeno (razza di rognosi). Non trovate naturale andar via da un luogo dove vi odiano tanto? (non c’è bisogno di parlare di sionismo o di razzismo). L’eroismo che consiste a restare somiglia, quanto meno, a quello degli scarafaggi che non si arriva scacciare dal bagno, Ho appena guardato dalla finestra: polizia a cavallo, gendarmi baionette in canna, la folla che si disperde urlando, e qui, alla finestra, l’orribile vergogna di vivere sotto protezione.” Ma Franz non fa mai entrare nei suoi testi questi elementi di attualità. Ciò che fa entrare, in compenso, sono le logiche che sottendono questi eventi; la fabbricazione dei paria, la violenza e il sentimento di paura, di vergogna e di colpa delle vittime, ecc.

Torniamo al nostro autore. Il mondo di Kafka sembra dominato dall’assurdo e dalla perdita del senso. La letteratura ci può aiutare nella ricerca delle chiavi per comprendere il quotidiano? E, soprattutto, queste chiavi, esistono?

– Alcuni potrebbero domandarsi se sia ragionevole chiedere a uno scrittore, e in particolar modo a un novellista e romanziere come Kafka, di cui si conoscono l’estro e la sua rottura con i codici di narrazione realista, di fare luce sul funzionamento del mondo sociale. L’analisi socio-storica della sua opera mostra, tuttavia, che non ha mai smesso di tentare di chiarire i meccanismi della dominazione che aveva subito ( nel rapporto allo stesso tempo di ammirazione e di conflitto con suo padre) e che aveva osservato in diversi spazi professionali come i magazzini di vestiti della famiglia, il mondo burocratico di una compagnia di assicurazioni sugli incidenti lavorativi, le imprese visitate per valutarne i rischi professionali incorsi agli operai a contatto con le macchine o, ancora, nella fabbrica di amianto della famiglia.

Mettendo in scena episodi opprimenti, alienanti, spesso umilianti, in cui i dominati partecipano senza volerlo o, spesso, senza nemmeno saperlo, alla propria dominazione, Kafka perseguiva nella sua grande impresa di conoscenza di sé e delle relazioni tra gli umani. Ho parlato, nella mia opera, di una sociologia implicita di Kafka, che è presente in tutta la sua opera. Kafka porta uno sguardo tagliente sulle relazioni umane, fatte spesso di assurdità e di estrema violenza.

La biografia di Kafka ci parla di una persona gentile e cortese ma che ha vissuto al riparo dall’esistenza, in quella tana di cui parla in un suo celebre racconto. Non si è sposato, non ha creato una famiglia e ha anche chiesto di distruggere le sue opere dopo la sua morte. Chi è stato Kafka per lei?

– È molto difficile riassumere in qualche parola la vita e la personalità di un autore come Kafka. È un artista di prima generazione che vive in una famiglia in cui il patriarca è, a sua volta, un borghese di prima generazione. In due generazioni, approfittando dell’apertura, che non sarà sfortunatamente solo temporanea, della società ceca agli ebrei, i Kafka hanno avuto accesso alla città, alla borghesia e quindi alla scrittura letteraria. Kafka è il solo maschio tra i sui fratelli (due fratelli maggiori sono morti in tenera età) e grava sulle sue spalle il peso dell’eredità. Suo padre avrebbe voluto fare di lui un commerciante o un imprenditore, ma lui rifiuta l’eredità e si orienta verso un’attività letteraria non redditiera e un secondo lavoro (come giurista in una compagnia di assicurazioni) e che non lo coinvolge affatto. Ossessionato dalla sua stessa creazione (dice di “odiare tutto ciò che non è letteratura”), tutto gli sembra costituire un ostacolo alla sua vena artistica: il suo lavoro, la sua famiglia che lo guarda con un misto d’indifferenza, d’inquietudine e di disgusto, il matrimonio, ecc.  Nello stesso tempo vorrebbe essere “normale”, “come tutti gli altri”, e ammira la fortuna familiare e professionale di suo padre. Passa la sua esistenza nell’ambivalenza tra il modello del borghese arrivato che gli propone la sua famiglia e il celibato, i tormenti della creazione letteraria, la frugalità. È un essere nello stesso tempo dolce, discreto, modesto, torturato ma di grandissima ambizione letteraria. Da non sottovalutare il suo lato tirannico nei confronti delle sorelle, quando impone loro di fare ginnastica. Franz è molto “diviso” a vive le sue contraddizioni sotto forma di tensioni interiori molto forti.

-Spesso la realtà che ci circonda resta incomprensibile e estranea. Abbiamo sempre più difficoltà a comprenderla. Possiamo definire il nostro secolo come il secolo di Kafka?

– Vi sono importanti differenze tra l’epoca di Kafka e la nostra, ma ciò che egli coglie delle logiche sociali della sua epoca non sono esclusive di quell’epoca. I suoi racconti, novelle o romanzi incompiuti, testimoniano la sua capacità di mettere in luce dei meccanismi molto generali di dominazione, e d’interiorizzazione della dominazione, che attraversano tutte le epoche. In questo senso, Kafka e una sorta di sociologo o di antropologo ma certamente non uno storiografo, un sociografo o un etnografo travolto dalle singolarità circostanziali del mondo che lo circonda. In lui c’è l’analisi e una ricerca dei meccanismi sociali più profondi che reggono le condotte umane. Ho lungamente lavorato sulle circostanze della dominazione ( in un mio libro appena apparso in lingua inglese, This is not just a painting. Essay on art, domination, magic and the sacred, Polity Press, 2019, Cambridge, UK), e posso asserire che Kafka rappresenta letterariamente i processi sociali fondamentali e non ne presenta una versione datata, e dunque obsoleta, della realtà sociale.

Kafka è anche lo scrittore della “morte sociale”. Questo è un punto centrale nella sua opera che lo rende attuale. Mostra che le istituzioni di potere hanno il diritto di vita o di morte sugli individui che non si sottometto e che non hanno, spesso, altra scelta che di sottomettersi: lo Stato, la scuola, la famiglia, la giustizia, l’impresa, attraverso i loro verdetti, a volte brutali, possono chiudere l’orizzonte del possibile o impedire di progredire agli individui, ai paria, cioè a quelle o quelli su cui cadono le “maledizioni” e che sono vittime della magia nera del sociale. Questi è come se smettessero di vivere, come accade a Joseph K., giudicato colpevole, che si sente d’improvviso colpevole di un crimine che non aveva mai commesso. Kafka diceva di sentirsi difensore dei dipendenti piuttosto che dei potenti, volendo dire che si sentiva più vicino agli impiegati di suo padre, spesso maltrattati, che al suo padre-padrone del negozio. La sua letteratura, di difficile acceso, è tuttavia un’opera potentemente critica sull’arbitrio e la violenza dei poteri, che prende le parti dei dominati, degli umiliati, degli oppressi, Kafka parla del nostro mondo e ci è indispensabile.

(trad. G.Brevetto)

[1] Bernard Lahire, Franz Kafka. Éléments pour une théorie de la création littéraire, La Découverte 2010.

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– En 2010 vous avez consacré un livre très intéressant à notre auteur : Franz Kafka. Éléments pour une théorie de la création littéraire. Pourquoi le lien entre Kafka et sa production est-il si important ?

Franz Kafka a été tourmenté dans sa vie par une série de problèmes liés à son père, à sa création, à ses rapports aux femmes et au mariage, aux tensions qu’il vit entre exigences professionnelles et travail de création, à sa judéité, etc. Ses questionnements existentiels entêtants, ses tensions internes, ses sentiments de culpabilité et d’oppression, il les fait travailler dans l’écriture de ses textes, pratiquant la littérature comme une entreprise de libération visant à dénouer ses contradictions. Mais les différents éléments de sa problématique existentielle s’expriment aussi bien dans ses comportements quotidiens ou dans ses rêves (il nous a laissé les récits de plusieurs dizaines d’entre eux) que dans ses productions littéraires.

– Vous parlez dans votre livre de l’importance de la biographie sociologique, pouvez- nous expliquer en quoi elle consiste ?

La biographie sociologique, telle que je l’entends cherche en tout premier lieu à reconstruire les expériences socialisatrices successives ou parallèles – familiales, scolaires, professionnelles, sentimentales, politiques, religieuses, sportives, etc. – à travers lesquelles la personne s’est constituée et qui se sont sédimentées en lui sous la forme de schèmes ou de dispositions à croire, voir, sentir, agir. Si l’on veut comprendre ce qui « anime » les individus, ce qui les pousse à agir ou à penser comme ils le font, il faut apprendre à connaître les désirs et les préoccupations prédominants qu’ils ont été amenés à forger au cours de leur histoire. Pour cela, la biographie sociologique, comme objectivation des différents temps, cadres, modalités et effets de la socialisation tout au long du parcours des individus, est un outil indispensable à la disposition des chercheurs.

Une certaine défiance à l’égard des méthodes biographiques en sociologie vient du fait qu’on y voit souvent une manière d’isoler l’individu, de l’enfermer dans un destin singulier, dont il serait porteur dès l’origine et qu’il déroulerait tout au long d’une trajectoire linéaire. Pourtant, la biographie peut être le meilleur moyen de reconstruire l’ensemble des liens qui relient ou ont relié un individu donné, à d’autres individus, à des groupes ou à des institutions, et de reconstituer le réseau serré des contraintes intérieures (dispositionnelles) comme extérieures (contextuelles) qui pèsent en permanence sur ses actes, ses sentiments ou ses pensées. Moyen aussi de saisir les expériences dans l’ordre chronologique de leurs effets.

– Kafka est un auteur parmi les plus difficiles à lire et à interpréter de la littérature du siècle passé, il faisait partie d’une minorité linguistique et religieuse. Comment ces conditions ont joué dans sa création littéraire ?

L’un des grands problèmes qui travaille Kafka, qu’il fait travailler dans son œuvre, est celui de la domination, et tout particulièrement la domination vue du point de vue du dominé avec son sentiment de culpabilité, son autodépréciation, son admiration pour le dominant, etc. Or, même s’il vivait dans un milieu bourgeois, il connaissait la domination sur plusieurs plans : sur le plan personnel, dans le rapport à son père qui l’écrasait par son énergie, sa force, son autorité ; sur le plan religieux, en tant que juif (assimilé) dans une société à dominante catholique où l’antisémitisme est permanent ; sur le plan linguistique en tant que tchèque de langue allemande mais parlant un allemand avec un accent reconnaissable et beaucoup moins légitime que la manière de parler l’allemand à Berlin ou à Vienne. Toute cette situation qu’il vit structure son œuvre, mais sous des formes métaphoriques.

Kafka est sensible à nombre d’événements politiques, et notamment à toutes les manifestations d’antisémitisme, très nombreuses à Prague dans les années 1910 et 1920. Il écrit à Milena à la mi-novembre 1920 : « Tous les après-midi, maintenant, je me promène dans les rues ; on y baigne dans la haine antisémite. Je viens d’y entendre traiter les Juifs de Prasivé plemeno (race de galeux). N’est-il pas naturel qu’on parte d’un endroit où l’on vous hait tant ? (Nul besoin pour cela de sionisme ou de racisme). L’héroïsme qui consiste à rester quand même ressemble à celui des cafards qu’on n’arrive pas à chasser des salles de bain. Je viens de regarder par la fenêtre : police montée, gendarmes baïonnette au canon, foule qui se disperse en hurlant, et ici, à ma fenêtre, l’horrible honte de vivre toujours sous protection. » Mais il ne fait jamais entrer dans ses textes ces éléments d’actualité. Ce qu’il y fait entrer, en revanche, ce sont les logiques qui sous-tendent ces événements : la fabrication de « parias », la violence et le sentiment de peur, de honte et de culpabilité des victimes, etc.

– Revenons à notre auteur. Le monde de Kafka parait dominé par l’absurde et la perte de sens. La littérature peut-elle nous aider dans la recherche des clefs pour comprendre le quotidien ? et, surtout, ces clefs existent-t-elles ?

Certains pourraient se demander s’il est bien raisonnable de demander à un écrivain, et tout particulièrement à un nouvelliste et romancier comme Kafka, dont on sait l’inventivité formelle et sa rupture avec les codes de la narration réaliste, d’apporter ses lumières sur le fonctionnement du monde social. L’analyse socio-historique de son œuvre montre pourtant qu’il n’a cessé de tenter d’élucider les mécanismes de la domination dont il avait personnellement souffert (dans le rapport à la fois admiratif et conflictuel avec son père) et qu’il avait pu aussi observer dans divers espaces professionnels tels que le magasin de vêtements familial, le monde bureaucratique d’une compagnie d’assurance contre les accidents du travail, les entreprises visitées afin d’évaluer les risques professionnels encourus par les ouvriers en contact avec des machines ou encore l’usine d’amiante familiale. En mettant en scène des scènes oppressantes, aliénantes, souvent humiliantes, où les dominés participent, sans le vouloir ni parfois même le savoir, à leur propre domination, Kafka poursuivait sa grande entreprise de connaissance de soi et des relations inter-humaines. J’ai parlé dans l’ouvrage d’une sociologie implicite de Kafka, qui est présente dans toute son œuvre. Il porte un regard acéré sur les relations humaines, faites souvent d’absurdité et d’une extrême violence.

– La biographie de Kafka nous parle d’une personne gentille et aimable mais qui a vécu à l’abri de l’existence, dans la tanière donc il parle dans son récit. Il ne s’est pas marié, n’a pas fondé une famille, et a aussi demandé de détruire ses œuvres après sa mort. Qui a été Kafka selon vous ?

Il est bien difficile de résumer en peu de mots la vie et la personnalité d’un auteur comme Kafka. C’est un artiste de première génération, vivant dans une famille dont le patriarche est lui-même un bourgeois de première génération. En deux générations, profitant de l’ouverture, qui ne sera malheureusement que temporaire, de la société thèque aux Juifs, les Kafka ont accédé à la ville et à la bourgeoisie puis à l’écriture littéraire. Kafka est le seul garçon de sa fratrie (deux frères aînés sont morts en bas âges) et pèse sur ses épaules le poids de l’héritage. Son père voudrait faire de lui un commerçant ou un entrepreneur, mais lui refuse l’héritage et s’oriente vers une activité littéraire non rentable et un second métier (comme juriste dans une compagnie d’assurance) qu’il n’investit guère. Obsédé par sa création (il dit qu’il « hait tout ce qui n’est pas littérature »), tout lui semble constituer un obstacle pour sa création : son métier, sa famille qui le regarde avec un mélange d’indifférence, d’inquiétude et de dégoût,  le mariage, etc. Et en même temps il voudrait pouvoir être « normal », « comme tout le monde », et admire la réussite familiale et professionnelle de son père. Il va passer sa vie dans l’ambivalence entre le modèle de bourgeois installé que sa famille lui propose et le célibat, les affres de création littéraire, la frugalité.  C’est un être à la fois doux, discret, modeste, torturé et d’une très grande ambition littéraire, avec un côté tyrannique avec ses sœurs lorsqu’il leur fait faire de la gymnastique… Il est très « partagé » et il vie ses contradictions sous la forme de tensions intérieures très fortes.

– Souvent la réalité qui nous entoure reste incompréhensible et étrange. Nous avons toujours plus de difficulté à la comprendre. Peut-on définir notre siècle comme le siècle de Kafka ?

Les différences sont importantes entre l’époque de Kafka et la nôtre, mais ce qu’il saisit des logiques sociales de son époque n’est pas propre qu’à cette époque. Ses récits, nouvelles ou romans inachevés témoignent de sa capacité à mettre en lumière des mécanismes très généraux de la domination, et de l’intériorisation de la domination, qui traversent toutes les époques. En ce sens, Kafka est bien une sorte de sociologue ou d’anthropologue et non un historiographe, un sociographe ou un ethnographe happé par les singularités circonstancielles du monde qui l’entoure. Il y a chez lui de l’analyse, et une recherche des mécanismes sociaux les plus profonds qui régissent les conduites humaines. Pour avoir longuement travaillé sur les faits de domination (dans un livre qui vient de paraître en langue anglaise, This is not just a painting. Essay on art, domination, magic and the sacred, Polity Press, 2019, Cambridge, UK), je peux témoigner du fait que Kafka met en scène littérairement des processus sociaux tout à fait fondamentaux et ne présente pas une version datée, et donc obsolète, de la réalité sociale.

Kafka est aussi l’écrivain de la « mort sociale ». C’est un point central dans son œuvre qui fait écho à des situations contemporaines. Il montre que les institutions de pouvoir ont droit de vie et de mort sociale sur les individus qui s’en sont remis à elle, et qui n’ont souvent pas d’autres choix que de s’en remettre à elles : l’État, l’École, la Famille, la Justice, l’Entreprise, par leurs verdicts parfois brutaux, peuvent fermer l’horizon des possibles ou vous interdire d’avancer. Les parias, celles et ceux sur qui tombent les « malédictions » et qui sont victimes de la magie noire du social, sont comme arrêtés de vivre, comme Joseph K., jugé coupable, et se sentant du même coup coupable d’un crime qu’il n’a pas commis. Kafka disait qu’il avait pris « le parti du personnel » plutôt que celui des puissants, entendant par là qu’il se sentait plus proche des employés de son père, souvent maltraités, que de son père-patron de commerce. Sa littérature, si difficile d’accès, est pourtant une œuvre puissamment critique sur l’arbitraire et la violence des pouvoirs, qui prend le parti des dominés, des humiliés, des opprimés. Elle parle de notre monde et nous est je crois indispensable.

 

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