EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2024, n. 3-4 anno IX - ISSN 2531-7334

Diversi e possibili orizzonti di senso. Intervista a Emanuele Aldrovandi.

di Gianfranco Brevetto

Morire in un incidente stradale, lasciare tutto in un preciso e imprevedibile momento. Poi raccontare tutto ciò che accade in questa assenza. Il suo libro è un pugno nello stomaco, una corsa che si arresta di fronte ad un muro.Tuttavia, questo universo, nel quale si è immersi, continua a girare.

Emanuele Aldrovandi è l’autore del romanzo “Il nostro grande niente”, a lui abbiamo chiesto perché questo accade.

– Se sapessi perché l’Universo continua a girare probabilmente ci sarebbe una fila di persone di fronte alla porta di casa mia talmente lunga da modificare la viabilità dell’Emilia Romagna. Purtroppo non lo so io e ho il sospetto che non lo sappia neanche nessun altro. Grazie alle scoperte scientifiche conosciamo le risposte a un po’ di “Come?”, ma i “Perché?” restano avvolti da un gran mistero. Che forse è proprio quello che ci spinge a continuare a parlarne e a scriverne. 

– Senza voler anticipare nulla dell’interessante e ricercata trama del libro, si può dire che il protagonista prende coscienza di questo senso di nulla incombente. Si rende conto che la vita, come la morte, non è reversibile. Vi è un limite e si è sempre sostituibili. Una donna che segna marcatamente questa vita senza esistenza. La domanda si pone: esiste un limite, non fisico, ma esistenziale nel rapporto tra due persone?

-Il protagonista del romanzo cerca di aggrapparsi a diversi possibili orizzonti di senso. Ci prova con la conoscenza, con la religione, con l’arte, con l’edonismo e alla fine sente di aver trovato un possibile appiglio nell’amore. Non tanto perché si tratta di una soluzione, ma perché permette di non affrontarlo da soli, questo nulla incombente. A un certo punto scrive alla ragazza che ama che quando sono vicini, a letto, prima di dormire, è come se le stringhe che compongono i loro due corpi si staccassero e si unissero, “io vivo un po’ attraverso di te e tu vivi un po’ attraverso di me”. Quello che accade all’interno della narrazione però, senza anticipare nulla, mette in crisi questa sua convinzione.

– Un aspetto molto intrigante, tra gli altri, è la numerazione dei capitoli, che scandisce i tempi della narrazione. Quale ne è la logica?

-Nella prima parte lo scorrere dei giorni è caratterizzato dalla formula (X2 + 1), che ho scelto per rappresentare l’espansione esponenziale del tempo che scorre in avanti. Ogni intervallo di giorni fra una scena e l’altra, infatti, è appena più lungo del doppio del tempo trascorso fra le due scene precedenti. La distanza diventa sempre più grande e si dilata, man mano che il momento della morte del protagonista (non è uno spoiler perché accade nella prima riga) si allontana e la memoria della ragazza con gli occhi grandi si affievolisce. Nella seconda parte sono caratterizzati dalla sequenza di Fibonacci (1, 1, 2, 3, 5, 8…), che fra i molteplici significati e rimandi, è presente in natura all’interno di fenomeni di crescita come ad esempio la disposizione delle foglie lungo il ramo di una pianta o la distribuzione a spirale dei flosculi delle margherite e dei semi di girasole. Gli intervalli di tempo, in questa seconda parte, sono più sincopati, perché non raccontano un’esponenziale progressione in avanti, ma un cambiamento interiore, ramificato. Una spirale, appunto, da cui non si riesce a uscire.

– Lei indica   gli amici del protagonista con dei soprannomi, caratteristiche fisiche, caratteriali, di dizione. Un universo che appare composto di personaggi più che di persone. Lo stesso accade anche per i parenti. Perché questa scelta?

-Per non ricevere querele. No, ovviamente scherzo, il motivo letterario è che tutta la narrazione è filtrata dagli occhi del protagonista, che non racconta mai nulla di oggettivo e non è mai un “narratore esterno”, per cui non descrive i personaggi “come sono”, ma come lui li vede. L’idea che tutti fossero nominati con dei soprannomi che lui gli ha dato rendeva evidente, anche formalmente, questa scelta.

– Il suo racconto, quasi a voler sconfiggere questo nulla nel quale restiamo sospesi, sembra suggerire che tutto possa avere un senso solo grazie al continuo ancorarsi alla memoria.  È cosi? Qual è l’unica condizione per accettare questo equilibrio precario?

-Non lo so. Se avessi avuto una soluzione, non avrei scritto un’opera narrativa, avrei scritto un saggio. O fondato una religione. Mi rendo conto che può sembrare una risposta ironica, e in effetti in parte lo è, ma corrisponde anche a quello che penso: se ho scritto un romanzo del genere è proprio perché non sapevo come rispondere a quest’ultima domanda. Che anche adesso continuo a farmi.


Emanuele Aldrovandi

Il nostro grande niente

Einaudi, 2024

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