EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2021, n. 7-8 anno VI - ISSN 2531-7334

Diverso tra diversi: l’incredibile mondo dell’alterità tra esaltazione e negazione

di Michela Da Prato

Un oggetto di interesse come quello della diversità, che è anche l’alterità, ci pone nella condizione di occuparci di qualcosa che è molto attuale e, al contempo, accompagna la nostra storia da sempre, essendone principio fondativo.

È oggetto molto attuale, che si realizza nella sua massima esaltazione nell’individuazione del diverso, dello straniero, dal punto di vista culturale, religioso, etnico; una visione esaltata da eteroattribuzioni spesso connotate negativamente, fino ad arrivare a posizioni xenofobe che emergono nella vita sociale così come nella vita politica. Ma anche l’attualità delle possibili declinazioni di ‘coppia’, o di ‘famiglia’, dove la contemporaneità e la spinta autoaffermativa di molte biografie entra in conflitto con una forza conservatrice che, presupponendo l’ordine naturale delle cose, confligge con la manifestazione di un pluriverso relazionale, affettivo, dei legami. Ma anche… gli esempi, effettivamente, potrebbero essere molteplici e eterogenei.

L’idea che vorrei condividere è che nell’incredibile mondo dell’alterità, l’esaltazione – nel senso prima esemplificato – possa emergere dalla negazione e dal non riconoscimento radicale e profondo dell’evidenza che sulla diversità e sull’alterità si organizzi il sistema vivente stesso.

Ritengo, in questo senso, che la tematica della diversità e dell’alterità, del diverso e dell’altro, sia alla base del nostro sistema uomo-ambiente, del nostro essere umani e quota parte di un sistema più ampio che ci supera e al contempo ci comprende. Sappiamo, a partire dal e oltre il dato biologico, che la vita si dà e si struttura a partire da un atto fondativo di creazione di diversità e di alterità.  Senza qualcosa che sia ‘altro’, non può esserci vita, o creazione del nuovo, neo-poiesi; senza qualcosa che sia ‘diverso’ non può esserci evoluzione. Così come, penso, non possa esserci conoscenza, notizia, nel senso etimologico di ‘noto’, ‘conosciuto’.

Giocando un po’ con le parole e l’alone semantico che si può dispiegare intorno ai concetti di diversità e alterità, potremmo quindi ripensare a Gregory Bateson (1979) secondo il quale la stessa Informazione, il poter rimarcare e conseguentemente conoscere qualcosa, è il frutto di una ‘differenza’ e di una ‘relazione tra’. A questo proposito Bateson afferma che per produrre informazione, e di conseguenza conoscenza, è necessario che esistano due entità in grado di generare differenza nella loro reciproca relazione; ognuna di queste entità, da sola, può essere definita come un non-essere, una non entità impossibilitata a ‘produrre qualcosa’. Ciò che si connota come diverso all’interno di una relazione definisce uno scarto, una forma alternativa (non necessariamente competitiva), delimita uno spazio che, facendo appunto la differenza, permette che qualcosa nasca, si origini, si definisca nella sua stessa altra identità.

La questione della Relazione, e dell’essere in relazione come umani in un sistema più ampio che ci supera e al contempo ci comprende, è effettivamente questione emergente con l’alterità e la diversità: se c’è qualcosa altro da me, per cui diverso, c’è la possibilità che si installi una relazione capace di produrre conoscenza e informare su ciò che ci rende ugualmente e diversamente umani, comunque vicini, prossimi l’un l’altro.

Proviamo a calare questi spunti nella vita quotidiana, pensando a qualcosa del quale abbiamo tutti esperienza: la dimensione della famiglia di origine.

Al di là delle varie e innumerevoli differenze (appunto), ciò che si attua all’interno del sistema familiare è un complesso movimento che si delinea come ‘spinta a produrre un simile’ e ‘spinta a far evolvere un diverso’. Nel momento in cui la funzione genitoriale si dà, per esempio, come pedagogia (esplicita ed implicita) e movimento di affiliazione, la tendenza e la forza che agisce è di tipo assimilazionistico: ogni genitore si adopera affinché il figlio, l’altro da sé, possa progressivamente farsi un’idea del bene e del male (situata, ben delineata e non generica e indistinta), di come stare al mondo, una modalità di esistenza, acquisire un posto all’interno di una comunità (atto che si manifesta anche nell’insegnamento e apprendimento di una lingua).

Accanto a questo movimento vitale e per certi versi conservativo (rispetto ai modelli e alle teorie), la relazione tra le diversità e le alterità coinvolte propone nei fatti anche un movimento volto alla creazione del nuovo, talvolta rivoluzionario, che permette una lettura dinamica dell’evoluzione transgenerazionale della famiglia, delle famiglie.

L’altro è così Altro, che si oppone all’uni-verso e nel molteplice e plurimo realizza le sue infinite potenzialità.

In questo incredibile mondo dell’alterità, gli ethos si esaltano andando ad esaltare, al contempo, i significati originari; è suggestivo pensare, ad esempio, al significato etimologico di ethos che sta ad indicare ‘il posto da vivere’ ma anche ‘temperamento’ o ‘disposizione’.

Seguendo questa suggestione, l’altro e il diverso che mi definisce il senso stesso della molteplicità, è un altro concreto, solido, situato anche dal punto di vista territoriale. ‘Cultura e territorio’, ‘ethos e località’, quindi, rappresentano l’ulteriore necessario passaggio in questo discorso sulla diversità.

Riprendendo la breve digressione sulla dimensione della famiglia di origine, l’ethos e la cultura, il territorio e la località definita da un gruppo umano, ci accompagnano ad estendere i movimenti assimiliazionistici e neo-poietici alla più ampia cornice dei sistemi culturali, sociali e geopolitici.

Nell’attività clinica con i migranti, persone provenienti da un altrove geografico e culturale, così come nella clinica con le famiglie autoctone e non, fondamentalmente tutte ugualmente altre, è allora vitale porre al centro la diversità e alterità dei molteplici riferimenti possibili (facendo di questi una leva trasformativa e punto di appoggio per il cambiamento all’interno dei percorsi di cura o, più genericamente, nel riflettere e ‘leggere’, dare un senso, ai fenomeni, a ciò che accade agli esseri umani).

Vista a partire da questa prospettiva, la questione dell’alterità e della diversità acquista uno statuto fondamentale nelle vicende umane, diventando dimensione strutturale da tenere in debito conto, come punto di avvio di ogni discorso sull’identità e sulle relazioni.

Cercando di articolare ulteriormente questa considerazione, può essere utile richiamare Deleuze quando affermava che “l’ambizione scientifica dello strutturalismo non è quantitativa, bensì topologica e relazionale (e che) lo strutturalismo non è separabile da una nuova filosofia trascendentale, dove i posti prevalgono su ciò che li occupa. Padre, madre ecc. sono prima di tutti luoghi in una struttura” (1973 in 2004, p. 20-21).

Questa spinta topologica e relazionale, il riferimento alla posizione pre-esistente all’essere reale che la occupa, ci è utile anche nel pensare – nel corso dell’attività clinica, per esempio – alla struttura della famiglia, alla gerarchia e ai confini, agli oggetti di attaccamento, alle lingue e ai linguaggi. D’altra parte, sempre citando Deleuze (op. cit p. 12) “non c’è struttura se non di ciò che è linguaggio”; un linguaggio che può essere quello esoterico, o non verbale, o il linguaggio dei sintomi… ogni discorso, anche silenzioso, come linguaggio dei segni.

Nel suo pensiero, che nella cornice di questo contributo ritengo essere molto interessante, “gli elementi simbolici s’incarnano negli esseri e oggetti reali del dominio considerato; i rapporti differenziali si attualizzano nelle relazioni reali tra questi esseri; le singolarità sono altrettanti posti nella struttura, che distribuiscono i ruoli o le attitudini immaginarie degli esseri o oggetti che vengono ad occuparli” (op. cit., p. 27).

Su un altro versante, e come breve esemplificazione, gli studi sulle strutture elementari di parentela di Lévi-Strauss (1958) intendevano rintracciare delle unità di posizione (parentemi) che non possono esistere indipendentemente dai rapporti differenziali nei quali sono coinvolti, ma si determinano reciprocamente. Nell’intreccio tra singolare, differenziale e relazionale, potremmo dire… non c’è letteralmente l’Uno senza l’Altro, senza – soprattutto – la relazione tra loro e la posizione che occupano, il gruppo di riferimento, la storia, le origini dei quali essi sono rappresentanti e soggetti incarnati.

La dinamica dell’alterità, essendo postulabile come strutturale, è qualcosa che non è attuale, ma viene da lontano e da un sistema più ampio che ci supera e al contempo ci comprende.

Ciò che è attuale, è la realizzazione della struttura in storie, biografie, soggetti reali parlanti di/in una comunità.

Deleuze affermava che non esiste una ‘lingua totale’, o una ‘società totale’ e che è necessario un passaggio di differenziazione dalla struttura come molteplicità di coesistenza virtuale ad una struttura incarnata in qualcosa di unico e specifico nell’attualità. “Ciò che si attualizza, qui e ora, sono tali rapporti, tali valori di rapporti, tale distribuzione di singolarità; altri si attualizzano altrove o in un altro momento” (Deleuze, 1973 in 2004, p. 32).

Esiste quindi una struttura, e le sue attualizzazioni, come esito di un processo di differenziazione al quale partecipa la struttura stessa. È differenziale in se stessa (come attualizzazione) e differenziante nel suo effetto (come produttrice di attualizzazioni).

La famiglia è anche quel luogo intermedio, che potremmo dire differenziale e differenziante, che tiene insieme individui e società, il particolare e la matrice che pre-esiste al particolare e alla famiglia stessa. E nello stare nel suo luogo intermedio, la famiglia incarna automaticamente una specifica posizione in seno alla società. L’attività di un terapeuta, per certi versi, può assomigliare ad un lavoro di problematizzazione e interrogazione di questo implicito posizionamento (delle transazioni della famiglia, dei loro modelli preferiti ecc.). Il contesto sociale e culturale in continuo divenire e mutamento, la dimensione macro-sistemica e ciò che accade a livello globale, rappresentano ulteriori forze trasformatrici, differenziali e differenzianti[1].

Deleuze affermava anche che una struttura è seriale, multi-seriale, e che essa non potrebbe funzionare senza questa condizione: “una sola serie non è mai sufficiente a formare una struttura” (Deleuze, 1969, in 2007, p. 51); affinché l’attualizzazione nel ‘qui ed ora’ di una struttura funzioni, vi è necessità che si costituisca una seconda serie che intrecci relazioni con la prima serie: ogni serie “è costituita da termini che esistono soltanto per rapporti che hanno gli uni con gli altri” (ibid. p. 52); infine, le due serie convergono verso un terzo, frutto della loro interazione e relazione, che non appartiene né all’una né all’altra, eppure ha qualcosa dell’una e dell’altra (un punto zero, nel quale qualcosa manca sempre al suo posto).

Le serie, fondamentalmente, sono sistemi di differenze e sistemi di elementi in rapporto tra loro che producono qualcosa d’altro, di nuovo, nell’eterno movimento di convergenza nella relazione ma divergenza nella differenziazione; e sono da esso prodotte.

Ciò di cui parla Deleuze è forse qualcosa che si avvicina all’idea della differenza che Bateson pone alla base dell’esistenza di un evento? Così come deve esistere il ‘sacro’ per darsi il ‘profano’, siamo sempre stretti in un mondo di antinomie che si significano reciprocamente.

Oppure può ricordare il noto riferimento al gioco dello stesso Bateson dove, nell’esempio delle scimmie che giocano a fare un combattimento, si ha la coesistenza del ‘combattimento’ e del ‘non combattimento’; qualcosa che ha a che fare con il combattimento, ma non lo è. Questo effettivamente permetterebbe di ‘giocare’ in un rapporto complesso tra somiglianza e differenza, su qualcosa che è, ma non è al tempo stesso. E ciò che si costruisce è un atto simbolico che ha una sua autonomia nel mondo nuovo realizzato nel gioco.

Collocare l’alterità e la diversità come struttura fondante le identità e le società, così come criterio preliminare alla neo-poiesi (creazione del nuovo), pone delle questioni specifiche e peculiari a seconda dell’ambito nel quale si voglia concretamente calare questo ragionamento. Ho indugiato brevemente in alcuni passaggi sul lavoro con i gruppi familiari, ma altrettanto interessante sarebbe indugiare sulla questione complessa e articolata della clinica con i migranti e le problematiche metodologiche che la clinica presenta e porta all’attenzione. Su questo punto rimando ad un mio contributo del 2019 nel quale ho cercato di articolare una serie di punti confrontando, giustapponendoli, lo sguardo sistemico-relazionale e quello etnopsichiatrico (Da Prato, 2019).

Assumendo l’etnopsichiatria e la geopolitica clinica come prospettiva di riferimento fondamentale, e rimanendo nella strada dei movimenti che dalla deistituzionalizzazione hanno costruito teorie e prassi di salute mentale di comunità, si può affermare che sia necessario mantenere viva l’attenzione proprio sulla relazione, tra l’Uno e l’Altro, che è poi il singolo, il relazionale e il differenziale.

Quando caliamo questa necessità nell’ambito delle discipline, ciò comporta l’imparentamento con saperi in grado di cogliere qualcosa di altro e specifico della molteplicità che mi interessa, come l’antropologia, la sociologia, le terapeutiche tradizionali e così via; quando ci caliamo nell’ambito delle pratiche, ciò comporta l’esercizio di una profonda e attiva democrazia n/dell’incontro, che non esalti né neghi la diversità e l’alterità, ma la assuma come dato prima di tutto strutturale, che ci pre-esiste e ci pre-definisce su una molteplicità di livelli sistemici.

Mi sembra fondamentale, a questo proposito, richiamare quantomeno il contributo di Georges Devereux (1970) nel considerare connessi e inesorabilmente collegati i concetti di psichismo umano e di cultura, con tutto ciò che successivamente ne è derivato (in termini di sviluppo di teorie e prassi) anche nell’ambito dell’etnopsichiatria clinica e comunitaria italiana[2].

Vorrei concludere su una questione che ha sia dei risvolti etici che metodologici; ovvero, la questione dell’inclusione, che nella cornice di questo intervento posso solo suggerire e accennare.

Michel Foucault in Sorvegliare e punire (1976, p. 219), nel capitolo in cui descrive il dispositivo del Panopticon, afferma che “dal punto di vista del guardiano, (la folla) viene sostituita da una molteplicità numerabile e controllabile; dal punto di vista dei detenuti (o ammalati, folli…) da una solitudine sequestrata e scrutata”.

Ecco, penso che dal punto di vista delle pratiche, l’esercizio attivo e profondo della democrazia significhi rimuovere le condizioni tali per cui qualcuno possa sentirsi parte di questa solitudine sequestrata e scrutata.

Anche in questa contemporaneità, la sfida è quella di pensare e realizzare azioni collettive in grado di depotenziare l’intenzione operativa del Panopticon, che “è una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti: nell’anello periferico si è totalmente visti, senza mai vedere; nella torre centrale, si vede tutto, senza mai essere visti” (ivi, p. 220).

Nel mondo incredibile dell’alterità, oltre l’esaltazione e la negazione, oltre ogni forma di assoggettamento, tutti vedono tutti.

Bibliografia di riferimento

G. Bateson, Mind and Nature. A Necessary Unity, Dutton, New York, 1979 (Ed. It. Mente e Natura, Adelphi, Milano, 1984).

G. Cardamone e S. Zorzetto, Salute mentale di comunità: elementi di teoria e pratica, Franco Angeli, Milano, 2000.

G. Cardamone, S. Zorzetto e M. Da Prato, “Il virus, la distanza sociale e l’istanza relazionale: sfide e prospettive per la Salute Mentale di Comunità, in Rivista Sperimentale di Freniatria. The Italian Journal of Mental Health, Franco Angeli, MI, 3/2020, pp. 123-142, DOI:10.3280/RSF2020-003008.

M. Da Prato, S. Inglese, F. Alderighi, F. Casadei, G. Cardamone, S. Zorzetto, F. Bracci, “Elementi di etnopsichiatria. Sintesi condivisa per la promozione della salute mentale comunitaria in una società multiculturale”, in Di clinica in lingue. Migrazioni, psicopatologia, dispositivi di cura, realizzato da HARRAG – Gruppo di Ricerca per la Salute Mentale Multiculturale Edizioni Colibrì, Paterno Dugnano, Milano, 2007, pp. 155-167.

M. Da Prato, “Another Hole in the Wall. Psicoterapia sistemico-relazionale e Etnopsichiatria nella clinica con i migranti”, in Quaderni di Exagere, Marzo/aprile 2019, n. 3-4, anno IV, I Muri, EXagère Rivista online. Contributi e riflessioni di sociologia, psicologia, pedagogia, filosofia (https://www.exagere.it/another-hole-in-the-wall-psicoterapia-sistemico-relazionale-e-etnopsichiatria-nella-clinica-con-i-migranti/).

G. Deleuze, Logique du sens, Les Editions de Minuit, Paris, 1969 (Ed. It. Logica del senso, Feltrinelli, Milano, 2007).

G. Deleuze, A quoi reconnaît-on le structuralisme, in F. Châtelet, Histoire de la philosophie VIII. Le XXe siècle, Hachette, 1973 (pubblicato in Lo strutturalismo, a cura di S. Paolini, SE, Milano, 2004).

G. Devereux, Essais d’ethnopsychiatrie générale, Gallimard, Paris, 1970 (Nuova edizione italiana a cura di Salvatore Inglese, Saggi di etnopsichiatria generale, Armando Editore, Roma, 2007).

M. Foucault, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Editions Gallimard, Paris, 1975 (Ed. It. Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976)

S. Inglese e G. Cardamone, Déjà Vu. Tracce di etnopsichiatria critica, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, Milano, 2010.

S. Inglese e G. Cardamone, Déjà Vu 2. Laboratori di etnopsichiatria critica, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, Milano, 2017.

C. Lévi-Strauss, Anthropologie structurale, Plon, Paris, 1958 (Ed. It. Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano, 1966).

[1] Per un approfondimento sull’attuale e recente emergenza sanitaria rimando al contributo “Il virus, la distanza sociale e l’istanza relazionale: sfide e prospettive per la Salute Mentale di Comunità, G. Cardamone, S. Zorzetto e M. Da Prato, in Rivista Sperimentale di Freniatria. The Italian Journal of Mental Health, Franco Angeli, MI, 3/2020, pp. 123-142, DOI:10.3280/RSF2020-003008.

[2] Si vedano, ad esempio, le seguenti raccolte di saggi e articoli sul tema: G. Cardamone e S. Zorzetto, Salute mentale di comunità: elementi di teoria e pratica, Franco Angeli, Milano, 2000; M. Da Prato, S. Inglese, F. Alderighi, F. Casadei, G. Cardamone, S. Zorzetto, F. Bracci, “Elementi di etnopsichiatria. Sintesi condivisa per la promozione della salute mentale comunitaria in una società multiculturale”, in Di clinica in lingue. Migrazioni, psicopatologia, dispositivi di cura, realizzato da HARRAG – Gruppo di Ricerca per la Salute Mentale Multiculturale Edizioni Colibrì, Paterno Dugnano, Milano, 2007, pp. 155-167; S. Inglese e G. Cardamone, Déjà Vu. Tracce di etnopsichiatria critica, Edizioni Colibrì, Paterno Dugnano, Milano, 2010; S. Inglese e G. Cardamone, Déjà Vu 2. Laboratori di etnopsichiatria critica, Edizioni Colibrì, Paterno Dugnano, Milano, 2017.

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