EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2021, n. 1-2 anno VI - ISSN 2531-7334
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E se il virus ci avesse insegnato qualcosa?

di Giacomo Dallari

«L’attuazione delle nostre facoltà – scrive Damien Clerget-Gurnaud, docente e divulgatore filosofico francese – è un processo che richiede numerose condizioni. Uno polmone non può svolgere la sua funzione in un ambiente privo di ossigeno e un occhio non può vedere se non c’è luce»[1].

Dare prova di noi stessi, quindi, non è per nulla una cosa semplice: dobbiamo essere in grado di richiamare le nostre competenze, agire tenendo conto delle tempistiche e dell’efficacia delle nostre scelte, individuare, in un contesto spesso complesso, le situazioni più favorevoli o, quantomeno, limitare quelle sfavorevoli. Purtroppo, però, ciò che noi spesso definiamo con termini come razionalità, logicità, metodo o criterio si scontrano con le nostre disposizioni emotive le quali, tiranne, agiscono di testa loro.

Nulla, se ci riflettiamo, avviene senza un contesto favorevole, senza quelle condizioni che fanno da cornice al nostro agire e grazie alle quali i nostri pensieri, che si traducono in azioni e in comportamenti, diventano efficaci. Che senso avrebbero un comportamento o una determinata scelta se non fossero inserite un contenitore di significati? Questa conclusione ci conduce inevitabilmente all’accettazione di una verità assoluta: la nostra felicità non dipende in modo esclusivo da noi.

Ma da chi altri – o da cos’altro – potrebbe dipendere la nostra felicità? Potrebbe apparire strano che nel 2021, dopo l’anno più incredibile e atroce che ci sia stato dato da vivere, una possibile risposta a questa domanda possa giungere da un lontano passato e più precisamente dalle parole dell’imperatore, scrittore e filosofo romano Marco Aurelio. Si dice che Marco Aurelio abbia scritto i suoi Pensieri, dentro ad una tenda da campo, tra una battaglia e un’altra. In quei momenti, probabilmente, i suoi ragionamenti approdavano ad una verità che è tanto moderna quanto genuina, e cioè che se guardassimo le vicende umane con distacco, dall’alto per così dire, ci accorgeremmo che tutto nasce, muore ma, soprattutto, si trasforma. Esattamente come un qualsiasi chicco di uva che nasce, matura e poi appassisce, anche noi attraversiamo trasformazioni continue. «Fra i principi da tenere presenti, ai quali dovrai rivolgerti – scrive Marco Aurelio – vi sono questi due: in primo luogo le cose non toccano l’anima, ma se ne stanno fuori immobili e gli affanni nascono solo dall’opinione che abbiamo di noi; in secondo luogo, tutte queste cose che vedi, in men che non si dica, si trasformeranno e non esisteranno più. […] il cosmo è trasformazione, la vita è opinione»[2].

In che modo, però, le sue parole, possono esserci di aiuto? Nessuno, oggi più che in altri momenti della nostra storia, può dire con assoluta certezza se l’umanità sia in cammino verso una sorte più benigna di quella tristemente attuale. Il futuro, ahinoi, non ci offre modelli capaci di individuare o configurare, con assoluta certezza, nuovi scenari. La prima questione su cui Marco Aurelio ci invita a soffermarci riguarda, quindi, la trasformazione che, nelle parole dell’imperatore romano, assume i connotati del rinnovamento . “Rinnova te stesso”, sembra sussurrarci Marco Aurelio nel buio della sua tenda da campo. Quello che avviene fuori di noi è pura e continua trasformazione, sulla quale non abbiamo scelta, sulla quale non possiamo intervenire. Ma, allora, su cosa possiamo lasciare il segno? Gli unici strumenti che possiamo utilizzare, allora, sono quell’insieme di facoltà che possediamo e che ci distinguono dai non viventi, in una parola, il pensiero. Se il cosmo è trasformazione, la vita è opinione e gli elementi della realtà, così come ci appaiono, hanno proprio la mente come principio e come elemento essenziale. Questo, si badi bene, non è solo un puro gioco linguistico filosofico, un arzigogolo tipico della filosofia e del suo divagare, ma è un processo studiato dalla psicologia che si basa proprio sulle cosiddette strategie per ridescrivere e reinquadrare gli eventi, riconsiderando non tanto e non solo gli eventi in se stessi quanto, piuttosto, il nostro modo di guardare gli eventi per modificare, non tanto i fatti in se stessi, quanto l’approccio. Veniamo quindi a scoprire una facoltà che ci rende unici e speciali: saper rinegoziare le nostre attese, saper modificare le nostre aspettative è indispensabile per una vita felice. È sempre il nostro Marco Aurelio che continua a darci qualche consiglio: «Se assolvi il compito che hai al presente seguendo la retta ragione, con diligenza, con energia, con animo ben disposto, e non ti dedichi a nessuna cosa accessoria, ma ti curi solamente di mantenere puro il tuo demone […]; se adotti questi principi senza attendere nulla e senza cercare di evitare nulla, ma soddisfatto di compiere l’azione presente e di dire eroicamente la verità in ogni tuo discorso e in ogni parola che pronunci, allora vivrai felice»[3].

La ridescrizione a cui siamo chiamati oggi ha una cornice di riferimento che non lascia possibilità di interpretazioni: nella pandemia l’individuo ha lasciato spazio alla collettività. La felicità del singolo è scomparsa di fronte alla necessità di riaffermare con forza che il bene comune è imprescindibile da quello di ogni cittadino del mondo. Per quanto possa apparire scontato, abbiamo imparato che sul piano concreto e reale della vita, l’altro, il nostro vicino di casa, il nostro concittadino o l’amico lontano che lavora in Australia è, a conti fatti, collaboratore della nostra felicità. Un po’ ne eravamo già coscienti, come quando una vocina interiore ci spinge versa la reciprocità, che ci sprona ad essere partner di qualcuno, a restituire una cortesia ricevuta o a ricambiare un favore. Oggi, però, la reciprocità è una sorta di strategia di sopravvivenza sociale e ci ha dato prova, concretamente, che essa è un fatto naturale, un istinto che alberga in noi e che attende solamente l’occasione per manifestarsi nella sua forma più alta.

È capitato poche volte nella storia dell’uomo che una condizione fosse così generalizzata da caratterizzare l’intero pianeta come quella dovuta alla pandemia tutt’ora in corso. Privo di qualsivoglia documento di identità, il Covid se n’è andato in giro per il nostro pianeta senza bisogno di certificati, senza fermarsi alle dogane o ai varchi e senza la necessità di farsi riconoscere, tantomeno autorizzare da qualcuno.  Potremo addirittura affermare che proprio il Covid è l’esempio perfetto del cittadino del mondo per antonomasia, libero di abitare ogni località della terra.

Il suo essere cittadino del mondo, però, ci ha dato la possibilità di comprendere che se lui non ha confini, se non sente la necessità di appartenere necessariamente ad un gruppo ben definito, allora forse anche noi potremmo imparare qualcosa da lui: l’idea che la nostra vera patria sia la Terra intera.

Come ha scritto l’economista indiano e premio Nobel per l’economia (1998) Amartya Sen «la speranza di armonia nel mondo contemporaneo risiede in gran parte in una comprensione più chiara dell’identità umana»[4]. L’identità, per Sen, non è qualcosa di fisso e di statico, un concetto che trova la sua definizione una volta per tutte, ma un processo che si sviluppa attraverso l’incontro con l’altro e le esperienze della vita, innestando sulle radici culturali di ognuno di noi il seme della reciprocità.

In questi mesi abbiamo imparato che l’altro non è poi così altro rispetto ad ognuno di noi, che un virus non si concede troppe distinzione in base ai dati contenuti nei documenti d’identità, alla posizione geografica o rispetto ai fusi orari. Abbiamo fatto esperienza diretta che il mondo è trasformazione continua e, conseguentemente, è una “lotta” per riequilibrare, stabilizzare e consolidare i nostri atteggiamenti nei confronti degli eventi in un mondo che non è poi così grande come ci appariva solo qualche mese fa. Un’analoga riflessione la ritroviamo nel pensiero del filosofo e sociologo francese Edgar Morin che, nel saggio Terra-patria (1993), sostiene che solo la consapevolezza dell’esistenza di un’unica patria terrestre permetterà lo sviluppo di un sentimento di unione, oggi così necessario per orientare le relazioni umane al dialogo e alla solidarietà[5].

 

[1] D.Clerget-Gurnaud, A lezione di felicità da Aristotele, Vallardi, Milano, 2013, p.92.

[2] Marco Aurelio, Scritti: Lettere a Frontone, Pensieri, Documenti, a cura di G. Cortassa, Utet, Torino 1984, p. 179.

[3] Ivi, p. 331.

[4] Amaryta Sen, Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari, 2006, p.142.

[5] Si veda Morin E., A.B.Kern, Terra-patria, Raffaello Cortina Editore, 1993.

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