EXAGERE RIVISTA - agosto-settembre-ottobre - 2026, n. 8-9-10 anno XI - ISSN 2531-7334

Ereditare il tempo nell’epoca dell’IA. Che ne faremo del tempo guadagnato grazie all’automazione?

di Bruno Mastroianni

“La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento”. Hannah Arendt apre Tra passato e futuro con questa frase di René Char. Possiamo ricevere qualcosa di prezioso senza ricevere assieme a esso le istruzioni per comprenderlo. Infatti, il testamento nomina, trasmette e indica il valore di ciò che viene consegnato, senza di esso il tesoro può passare inosservato (Arendt, 1977: 3-5).

Forse sta accadendo qualcosa di simile con la tecnologia digitale e, in particolare, con l’intelligenza artificiale. Stiamo ricevendo un patrimonio che l’umanità ha desiderato per secoli: il tempo. Tempo sottratto alle attese, liberato da operazioni ripetitive, risparmiato nella ricerca di informazioni. In pochi secondi possiamo ottenere ciò che fino a poco tempo fa richiedeva minuti, ore, qualche volta giorni.

Luciano Floridi ha mostrato come la rivoluzione digitale abbia modificato la nostra esperienza quotidiana del tempo: la latenza tende a ridursi, il tempo reale diventa un’aspettativa, l’infosfera diventa l’ambiente nel quale trascorriamo una porzione crescente delle nostre vite (Floridi, 2021: 407-412).

L’intelligenza artificiale porta questa trasformazione a un livello ulteriore. Accelera le operazioni materiali, comprime il lavoro mentale, offre risultati in tempi umanamente impensabili. Tutto tempo che in qualche modo viene guadagnato senza sforzo, come un patrimonio che si eredita senza aver fatto nulla per meritarlo. Da eredi, che cosa ne faremo?

Il venditore e il contemplativo

Susan Cain ha descritto la nostra cultura attraverso quello che chiama Extrovert Ideal: il modello umano premiato dalle società occidentali tende a privilegiare chi agisce rispetto a chi contempla, chi decide rapidamente rispetto a chi dubita, chi si espone rispetto a chi osserva. L’estroverso archetipico, scrive Cain, preferisce l’azione alla contemplazione e la certezza al dubbio. Prende decisioni veloci anche quando potrebbero rivelarsi sbagliate (Cain, 2012: 4).

Potremmo chiamarlo, semplificando, il venditore. Il venditore deve arrivare, rispondere. È colui che è capace di trasformare ogni richiesta in un risultato. Il suo contrario non è l’incapace o il pigro, ma il contemplativo: colui che considera il tempo della sospensione e del dubbio non un difetto del processo, ma una parte fondamentale di esso. Naturalmente nessuno di noi è soltanto l’uno o soltanto l’altro.

Il problema è che l’ambiente digitale sembra aver assegnato un ulteriore vantaggio competitivo al venditore. Maurizio Ferraris lo aveva colto già prima dell’esplosione dell’IA generativa. Il web, nella sua lettura della “mobilitazione totale”, non offre semplicemente informazioni: trasforma continuamente i contatti in richieste di azione e di risposta (Ferraris, 2015: 58-59). L’essere connessi significa essere perennemente a disposizione, mobilitabili, raggiungibili.

Lo smartphone ci aveva già abituati all’immediatezza, l’intelligenza artificiale l’ha applicata pienamente alla nostra dimensione cognitiva. Con lo smarphone siamo entrati nella fase della fretta psicologica di rispondere alla pressione delle notifiche continue (Mastroianni, 2022). L’Intelligenza Artificiale ha reso questa “fretta” un prodotto: posso avere subito un riassunto, una soluzione, la risposta più adatta a una mail, l’elaborazione di un progetto, la struttura di una lezione, senza usare il tempo necessario a elaborarle.

Walter Quattrociocchi mette a fuoco il punto critico: l’IA può essere un facilitatore, capace di ridurre “tempi e attriti” nei compiti complessi, ma non per questo aumenta automaticamente le nostre competenze. Può rendere più efficiente il lavoro, non può sostituire la conoscenza, il giudizio e la responsabilità. Anzi, il suo impiego consapevole richiede già competenza: bisogna sapere che cosa chiedere, come interpretare le risposte e quali limiti considerare (Quattrociocchi, 2026: 34-35).

Questo ha una conseguenza importante sull’eredità del tempo: riceverne non significa sapere cosa farne. Come qualsiasi patrimonio, anche il tempo liberato richiede capacità di amministrazione.

Quando la consultazione si spaccia per conoscenza, è una forma elegante di ignoranza. Come fa notare Piero Dominici, la conoscenza non è soltanto disponibilità di informazioni, ma un “processo complesso di progressiva consapevolezza” che matura attraverso errore, corporeità, esperienze, contesti, condivisione e cooperazione (Dominici, 2026: 43).

Questo significa che il percorso non è soltanto un costo necessario per raggiungere il risultato. Una parte rilevante del risultato in certi casi consiste proprio nell’aver compiuto il percorso.Una macchina può abbreviare enormemente il tempo necessario per arrivare a un’informazione. Ma se insieme abbrevia l’attraversamento del problema, rischia di consegnarci il prodotto della conoscenza privandoci del processo attraverso cui diventiamo capaci di conoscere. Ereditiamo tempo risparmiandolo, ma potremmo avere sperperato anche un pezzo della nostra formazione come esseri umani.

Il tempo improduttivo

Esiste una categoria di tempo che aiuta a capire come la logica dell’efficienza del venditore abbia dei limiti oggettivi. Finché si tratta di produzione di testi, immagini, idee, infatti, la compressione dei tempi è possibile. Ci sono situazioni umane, invece, in cui la posta in gioco non è fatta di passaggi in sequenze efficienti, né è possibile applicare un criterio di accelerazione.

Pensiamo al tempo necessario a elaborare un lutto. Alla quantità di sale da consumare assieme per diventare amici, come il detto classico citato da Aristotele (Etica Nicomachea, VIII, 3, 1156b). Il tempo per condurre una discussione e affrontare un profondo dissenso. Al tempo che occorre per perdonare.

Sono tempi nei quali il soggetto non compie una serie di operazioni per un risultato, ma attraversa un percorso durante il quale a mano a mano cambia la sua forma rispetto alla realtà.

Paolo Benanti ha insistito sulla velocità esponenziale della trasformazione tecnologica e sul divario che può prodursi fra il ritmo dell’innovazione e la nostra capacità di comprenderne le implicazioni. La velocità stessa, osserva, diventa una domanda rivolta all’umano (Benanti, 2018: 7-9). La questione non è fermare l’accelerazione, ma sviluppare la capacità morale e culturale di abitarla.

Il mondo ridotto al centro del bersaglio

L’IA generativa ha una caratteristica affascinante: tende a portare le cose verso una forma plausibile, convincente, confezionata. Gli diamo una massa di informazioni e ci restituisce una sintesi. Un problema e ci propone soluzioni. Appunti disordinati e li trasforma in una struttura. È una macchina straordinariamente capace di fare centro in un ideale bersaglio (anche quando non le viene esplicitamente fornito).

Ma la vita umana non si riduce al centro dell’obiettivo. Parti rilevanti spesso si svolgono ai lati, fuori campo, nei margini sfocati e negli sfondi a diverse distanze. Spesso sono proprio le cornici, con le loro forme e fattezze, a dire di più del quadro che contengono. Persino nella comunicazione, soprattutto quando ci si confronta autenticamente, i fraintendimenti e gli inciampi diventano il vero materiale prezioso per arrivare a una reale comprensione (Balbi & Ortoleva, 2023).

Posso chiedere a un’intelligenza artificiale come rispondere a una provocazione e ottenere dieci ottime repliche. Ma questo non mi solleverà mai dal tempo che devo impiegare e dal percorso che devo compiere per capire perché quelle parole sono state pronunciate e perché mi hanno toccato così tanto.

Ereditare questo continuo tempo risparmiato, richiede all’erede virtuoso di non voler trasformare sempre tutto in output. Se ci si pensa la “crisi epistemica” descrive precisamente questo fenomeno. Come dice Matteo Flora, quando le risposte vengono sempre più selezionate, sintetizzate e preconfezionate dai sistemi, la competenza decisiva non consiste nell’accumulare altre informazioni, ma nel mantenere la capacità di dubitare, confrontare le fonti e scegliere autonomamente (Flora, 2025). La comodità cognitiva diventa pericolosa quando ci libera non dalla fatica inutile, ma dalla fatica del discernimento.

Non  stavamo meglio quando si vedeva meno

Naturalmente il rischio di un discorso come questo è la nostalgia. Come se prima fossimo in un mondo idilliaco in cui tutti leggevano lunghi libri con calma, pensavano facendosi domande profonde, parlavano dedicando tempo all’ascolto e così via. Quel mondo non c’è mai stato se non nell’immaginazione attuale che vuole opporsi al cambiamento digitale.

La realtà è che prima perdevamo ore a cercare informazioni banali. Facevamo file inutili. Cadevamo nelle manipolazioni di pochi media disponibili senza neanche accorgercene. Ripetevamo opinioni non messe alla prova senza essere controllati da nessuno. Guardavamo programmi in TV decisi da altri per interi pomeriggi. Riempivamo il tempo di cose inutili.

Come suggerisce Massimiliano Padula occorre superare la semplice contrapposizione fra rischi e benefici. L’intelligenza artificiale è ormai un sistema socio-tecnico: entra nel lavoro, nell’educazione, nella comunicazione, nel diritto, nella ricerca e nelle relazioni. Nel “tempo dell’automatizzazione della conoscenza”, inoltre, le differenze culturali e conoscitive diventano decisive nel determinare scelte e stili di vita (Padula, 2026: 80-82).

Non ereditiamo dunque semplicemente una serie di strumenti che fanno risparmiare tempo. Ereditiamo un ambiente temporale che ha un nuovo modo di organizzare le attese, le relazioni, il lavoro e le aspettative.

Il cappuccino del tempo

Il punto allora è che dovremmo smettere di opporre velocità e lentezza. Non sarebbe particolarmente intelligente impiegare quindici minuti per fare qualcosa che una macchina può fare altrettanto bene in quindici secondi. Il problema nasce quando applichiamo lo stesso criterio a tutto.

La sfida quindi non è più quella di opporre un romantico contemplativo a un superficiale venditore. Piuttosto si tratta di ricomporre la polarizzazione e trasformarla in una disputa tra efficienza e ponderazione. Serve una realistica, e forse meno moralistica, miscela tra i due. Non una giustapposizione, ma un vero e proprio cappuccino, cioè una sostanza terza rispetto al caffè e al latte che lo compongono. 

Dovremmo diventare delle specie di contempl-attori, o di atti-visionari: persone capaci nello stesso momento di accelerare ciò che può essere accelerato per proteggere ciò che invece ha bisogno di durata e percorso (Mastroianni, 2022). È una distinzione più impegnativa del semplice equilibrio tra vita attiva e contemplativa. Per questo le soluzioni che parlano di moderazione o di semplici limitazioni nell’uso dell’AI suonano obsolete, vengono da un’epoca in cui non eravamo ereditieri di tempo.

Oggi, potenzialmente ricchissimi di tempo, non possiamo solo cercare un punto medio, ci tocca invece discernere, costantemente e di volta in volta, il tempo che stiamo ereditando e come lo vogliamo vivere.

Il buon uso del tempo, virtù antica, diventa oggi la virtù più innovativa. La prudenza, cioè la saggezza pratica che Aristotele indicava come risorsa per discernere il giusto mezzo (Etica Nicomachea, VI, 12–13), deve diventare una prudenza aumentata, perché le occasioni di disperdere il patrimonio del tempo sono cresciute esponenzialmente e artificialmente e si innervano in tutte le pieghe del vivere.

Dal tempo disponibile al tempo indisponibile

Hartmut Rosa ha descritto uno dei grandi paradossi della modernità: l’accelerazione tecnica nasce per rendere il mondo più raggiungibile, disponibile e controllabile, eppure non produce necessariamente la sensazione di avere più tempo. Al contrario, la crescita delle possibilità tende ad aumentare anche ciò che sentiamo di dover fare. Alla logica della disponibilità, Rosa contrappone quella della risonanza: una relazione con il mondo nella quale non ci limitiamo a controllarlo e utilizzarlo, ma permettiamo che qualcosa ci tocchi, ci risponda e ci trasformi (Rosa, 2019: 174-184).

Siamo come degli eredi che, mentre ricevono, sentono sempre più forte la spinta a sperperare. Ed è qui che il criterio dell’umanità diventa decisivo. Giovanni Tridente osserva che la dignità della persona non dipende da efficienza, prestazione o produttività. La memoria umana  non è un semplice archivio, ma tiene insieme passato, presente e futuro dando profondità all’esperienza. Perché la persona scopre il senso della propria vita «non nell’efficienza, ma nell’incontro» (Tridente, 2026: 178-179).

Forse abbiamo allora un criterio sorprendentemente semplice per capire se stiamo mettendo a frutto il tempo che la tecnologia ci lascia in eredità: domandarci quanto di quel tempo lo facciamo tornare alle relazioni, alla presenza, alla conoscenza, alla cura, a tutto ciò che non può essere ridotto a prestazione.

L’intelligenza artificiale come selfie esistenziale

Da questo punto di vista, l’IA è uno straordinario specchio. Ancora prima della paura di essere sostituiti da essa, dovremmo concentrarci su quanto essa sia capace di stanarci, cioè di dirci chi siamo. L’IA ci parla del nostro cattivo rapporto con la fatica, della nostra insofferenza nel non sapere, della nostra dipendenza dalla prestazione, della nostra vergogna, in generale, per la fallibilità e la fragilità.

Ogni volta che deleghiamo ciò che dovrebbe essere compito nostro a una macchina, in fondo stiamo sopendo una domanda profonda su noi stessi, per concentrarci sul risultato. L’intelligenza artificiale è anche questo: un grande selfie esistenziale. Ci mostra che cosa consideriamo degno della nostra fatica e che cosa vogliamo evitare. Che cosa deleghiamo e che cosa custodiamo.

Non sarà la tecnologia a risolvere questa tensione, la renderà solo sempre più evidente e urgente. Perché la macchina quando ci fa risparmiare dieci minuti, un’ora o una giornata, ci consegna una piccola porzione di eredità. Starà a noi decidere che cosa farne.

Il talento sotterrato e quello messo a frutto

In Magnifica Humanitas, Leone XIV formula questa responsabilità utilizzando proprio la categoria dell’eredità: «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo» (Leone XIV, 2026: n. 1). Poco più avanti interpreta le scoperte scientifiche attraverso l’immagine evangelica del talento consegnato all’umanità perché venga fatto fruttare (Leone XIV, 2026: n. 9).

È forse l’immagine più precisa perché ci dice che la tecnologia, nel darci un potere, ci consegna un talento di cui diventiamo responsabili. Di fronte a esso abbiamo tre strade: sotterrarlo, sperperarlo o metterlo a frutto.

Le prime due sono quelle più difensive: vanno dall’opporsi al cambiamento tecnologico in modo tragico-nostalgico al disperdersi in esso senza resistenze. Sono i due selfie esistenziali preferiti da chi gestisce il potere della tecnologia. Perché rendono gli eredi in un caso allarmati, ma immobili, nell’altro iperattivi nel disperdere il tempo che viene offerto loro senza porsi domande su di esso.

La terza è la via faticosa, è il cappuccino tra contemplazione e azione, che cerca di dare una forma alla vita tecnologica provando a incidere sul suo disegno. È una via che non combatte la tecnologia e che non vuole rendere nuovamente difficile ciò che può essere reso facile. Vuole piuttosto mettere a frutto l’efficienza per trasformarla in patrimonio che può concedere il lusso di non dover accelerare ciò che richiede di essere attraversato con tempo, passo passo.

In fondo usiamo il tempo come usiamo una lingua: senza renderci conto che, mentre la parliamo, è anche lei che sta parlando noi. La nostra epoca ci propone una grammatica molto precisa: abbreviare, anticipare, sintetizzare, ottimizzare, automatizzare. Ma nessuna grammatica è obbligatoria fino in fondo. Possiamo ancora scegliere la forma con cui parlare di noi stessi. Possiamo decidere, ogni volta che apriamo una chat con una macchina, se stiamo cercando un aiuto o una sostituzione, un appoggio o un’esenzione, un’indicazione o una scorciatoia.

La tecnologia ci spinge a guardare chi siamo

Il punto è che il tempo non è solo una risorsa da amministrare. È anche il materiale con cui diventiamo qualcuno: dimmi come usi il tuo tempo e ti dirò chi stai diventando. Nel nostro rapporto con l’IA, come già nello smartphone, ci sono insieme la dannazione e la salvezza. C’è la liberazione da lavori inutili e l’impoverimento delle facoltà più alte. C’è il rischio di diventare più veloci e più vuoti, ma anche la possibilità di diventare più consapevoli del valore del tempo umano proprio perché una macchina ci può portare a distinguerlo meglio.

Forse è questo il punto più importante. Le tecnologie che accelerano la comunicazione e il pensiero non stanno solo cambiando ciò che facciamo: ci stanno spingendo a guardare il selfie esistenziale che ci stiamo scattando. E in questo autoritratto, sempre più nitido, vediamo le nostre ambiguità: il desiderio di capire e quello di cavarcela, la voglia di profondità e l’adorazione per la scorciatoia, il bisogno di relazione e la tentazione del controllo.

È da qui che bisogna partire. Dall’accettazione che siamo fatti di entrambe le forze: venditore e contemplativo. E che nessuna intelligenza artificiale, così come nessun potere tecnologico in mani umane, dovrebbe decidere al posto nostro quale delle due far prevalere e come.

Arendt, interpretando René Char, ricordava che il testamento ha una funzione essenziale: dice all’erede che cosa gli appartiene, collega il passato al futuro, indica dove si trovano i tesori e quale sia il loro valore. La nostra epoca tecnologica, invece, sembra averci dato una capacità crescente di risparmiare tempo senza dirci che cosa renda quel tempo degno di essere vissuto. Per la prima volta nella storia forse stiamo realizzando che il testamento non è scritto proprio perché il compito spetta all’erede.

Riferimenti

Arendt, H. (1977). Between Past and Future: Eight Exercises in Political Thought. New York: Penguin Books [Ed. orig. 1961].

Balbi, G., & Ortoleva, P. (2023). La comunicazione imperfetta. Ostacoli, equivoci, adattamenti. Torino: Einaudi.

Benanti, P. (2018). Oracoli. Tra algoretica e algocrazia. Roma: Luca Sossella Editore.

Cain, S. (2012). Quiet: The Power of Introverts in a World That Can’t Stop Talking. New York: Crown Publishers.

Dominici, P. (2026). “Conoscenza”, in G. Tridente (a cura di), L’alternativa all’intelligenza artificiale. 10 parole (+1) per il futuro, pp. 37-71. Roma: Edizioni Santa Croce.

Ferraris, M. (2015). Mobilitazione totale. Roma-Bari: Laterza.

Flora, M. (2025). “Crisi Epistemica 2025: L’AI decide cosa sapere: la fine dell’informazione libera?”, Ciao, Internet!, 12 settembre 2025, in https://www.youtube.com/watch?v=AEOFEZzUVb4

Floridi, L. (2021). “Digital Time: Latency, Real-time, and the Onlife Experience of Everyday Time”, Philosophy & Technology, 34(3), pp. 407-412. DOI: 10.1007/s13347-021-00472-5.

Leone XIV (2026). Magnifica Humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026.

Mastroianni, B. (2022). Storia sentimentale del telefono. Uno straordinario viaggio da Meucci all’Homo smartphonicus. Milano: Il Saggiatore.

Padula, M. (2026). “Consapevolezza”, in G. Tridente (a cura di), L’alternativa all’intelligenza artificiale. 10 parole (+1) per il futuro, pp. 73-85. Roma: Edizioni Santa Croce.

Quattrociocchi, W. (2026). “Competenza”, in G. Tridente (a cura di), L’alternativa all’intelligenza artificiale. 10 parole (+1) per il futuro, pp. 27-35. Roma: Edizioni Santa Croce.

Rosa, H. (2019). Resonance: A Sociology of Our Relationship to the World. Cambridge: Polity Press. [Ed. orig. tedesca: Resonanz. Eine Soziologie der Weltbeziehung, Berlin: Suhrkamp, 2016].

Tridente, G. (2026). “+1. Umanità”, in G. Tridente (a cura di), L’alternativa all’intelligenza artificiale. 10 parole (+1) per il futuro, pp. 171-186. Roma: Edizioni Santa Croce.

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