EXAGERE RIVISTA - Luglio- Agosto 2019, n. 7 - 8 anno IV - ISSN 2531-7334
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Follia per sette clan: elementi di psicopatologia geoclinica

di Salvatore Inglese

 

Il flusso ormai trentennale dei migranti – in movimento verso ogni luogo della superficie terrestre –  ha innescato la recente tendenza a vagheggiare la riproduzione di spazi separati per mezzo di confinamenti territoriali. Ma quando mai nella storia umana si riesce a costruire un autentico spazio separato? È impossibile, perché ostinatamente “la talpa scava”… – come si diceva un tempo –  …all’elevarsi di un muro, una nuova strategia di evasione aggira quel tentativo di confinamento, ancorché il confinamento sia stato pratica esiziale e fredda tecnica (bio)politica: come sappiamo, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, esso è stato metodo inedito di controllo di popolazione per opporsi a strategie diffusive di popolazione, esercitate sul medio e lungo periodo. Ad esempio, quanto più fecondi l’identità europea dal punto di vista ebraico – disseminando questi princípi vitali e creando scienza, conoscenza, arte, politica, invenzioni e nuove visioni del mondo – per reazione a tale processo di moltiplicazione e variazione diffusionista, si materializza un programma demografico letale (campi di concentramento, camere di sterminio) che si propone di rendere omogeneo il popolo dominante, di sopprimere l’efflorescenza primordiale di generi e specie che gli antichi rappresentavano nei complessi scultorei di Gea. Questa visione germinativa e ipervitale di una divinità-sostrato, si pone oggi al centro dei nostri discorsi su geopolitica e geoclinica, ovvero sui processi e fenomeni che si dispiegano sulla Terra Madre generativa.

Gea la si può immaginare solo in questa proliferazione incontenibile e nella creazione rinnovata di forme diverse e irriducibili all’Uno: al punto da incubare una follia fondamentale dell’umano che, per sfuggire all’angoscia del Molteplice,  la rimpiazza con la follia dell’Uno.

Perché facciamo un discorso sulla geoclinica? Antefatto storico: nella frazione finale degli anni Novanta, nell’epoca delle grandi crisi europee, armate e sterminatrici, Françoise Sironi (psicologa intrepida del Centre Georges Devereux, Université Paris VIII) si proiettava sulle faglie “belliciste” per ricavare nuove idee e pratiche originali da questi eventi psicostorici. A un certo punto ci propone, all’interno del Centre (ormai network internazionale di clinici e teoretici), il profilo di una possibile psicologia geopolitica clinica.

In verità, quando penso a Gea, come figura ispiratrice di un rinnovamento metodologico nella clinica transculturale, non ne accoppierei il nome alla definizione disciplinare di geopolitica quanto a quella di geoclinica. Gea non è la terra pensata in senso geopolitico, secondo la disciplina che colloca il destino della storia umana tra oceani e continenti, ovvero nel contrasto tra troni continentali e imperi liquidi (talassocrazie – dall’antica Atene alla moderna Gran Bretagna). Pensare in termini geoclinici significa immaginare una pluralità di mondi interagenti per sottrarsi a una tensione dispotica del pensiero, secondo cui dovremmo restare allineati dentro un solo ed unico mondo. La geoclinica potrebbe oggi permetterci di pensare a come evadere da questa prigione cosmica, con una fuga in avanti che sia anche una processione all’indietro, una fuga anfibolica, in una doppia direzione. Per trovare idee nuove – proiettate sul futuro e capaci di modulare l’angoscia del presente – bisogna forse spingersi a rivisitare i corpi e i pensieri, le immaginazioni e le tecniche dei camminatori del Paleolitico, non solo quelle dei contemporanei. Questa fuga in avanti e, al contempo, verso il passato, ci permette di pensare una geoclinica che rivela criticamente come la geopolitica – ideata quale strategia disciplinare di controllo sui territori e operante attraverso il gioco illusionistico della modificazione delle frontiere – sia, invece, una forma di controllo sulle popolazioni (M. Foucault). Tale controllo decide chi includere e chi escludere da un territorio a sovranità garantita, offrendo al primo l’accesso a un diritto e a una possibilità di vita, consegnando il secondo agli effetti terminali della tanatopolitica. Da questo punto di vista, intendere la geopolitica come controllo sui collettivi umani è più importante e dirimente che ridurla a prospettiva teorica e operativa attratta dalle semplici questioni riguardanti spazi geografici e territori storici.

La geopolitica conosce una seconda giovinezza proprio nel periodo in cui si tratta di ridefinire gli spazi veri, abitativi, dell’Europa e non solo. Ma io continuo a pensare che indirizzando il pensiero al territorio bisogna immediatamente focalizzarlo su quanto accade agli abitanti che si muovono in esso. La geoclinica demistifica l’aspetto territoriale e privilegia la questione delle popolazioni. Quando si pensa ad esse, di fatto, bisogna pensare alla violenza esercitata o subìta, spesso esercitata e subìta da queste stesse popolazioni. Accogliendo profughi e rifugiati, non troviamo uomini impegnati nel movimento libero, esperienziale, filosofico di conoscenza del mondo. Conosciamo essenzialmente gli orrori e la violenza della storia – che ha sempre nomi, volti, intenzioni riconoscibili – riconosciamo i prodotti di questi movimenti. Se conosciamo la violenza, con questa dobbiamo fare i conti, ovvero con i suoi prodotti. La proposta della Sironi ha un notevole senso euristico ma, soprattutto, clinico perché comincia a sondare un abisso ineludibile. Immergendosi in esso ci si può domandare se esistano emozioni specificamente politiche, prodotte dalla fabbrica storica; ovvero se la storia è capace di determinare emozioni riconoscibili e ripetitive, riconducendo ad esse anche il loro rovescio, un inquietante correlato psicopatologico (sentimenti, comportamenti, sintomi morbosi).

Siffatta “passeggiata psicogeografica” –  il movimento attraverso la pressione selettiva che la storia esercita sui collettivi umani, l’incontro con l’insieme configurazionale discendente dagli effetti dell’azione politica –  offre nuove prospettive alla modulazione degli interventi operativi a tutela della salute mentale di popolazioni vulnerabili in movimento: interagire con gruppi e individui in fuga riconoscendone, innanzitutto, la personalità collettiva (clinica, giuridica) impedisce il frazionamento e la frammentazione che la storia produce contro di loro. L’opera della storia connette destini, in un momento dato, per disconnetterli in un altro. Osserviamo la dinamica attraverso il Mediterraneo: dai porti nordafricani si consolidano gruppi in migrazione congiunta, finanche collettivi per affinità, creati al fine di affrontare l’attraversamento pauroso del mare. La risposta dei dispositivi di intervento europei – di salvataggio e controllo – disconnette queste appartenenze, faticosamente e fortuitamente ricostruite nei porti di partenza o sulle acque. Appena accolti, prendiamo questi collettivi e li ri-frazioniamo, li centrifughiamo una seconda volta perché assumano l’unica forma che sapremmo trattare, quella atomistica, individualistica e astorica, concettualizzabile (G. Agamben) come “nuda vita”. Tali soggetti (assoggettati) “a nuda vita”, divenuti pure concrezioni biologiche, sono trattati dal nostro apparato disciplinare – interdisciplinare e transdisciplinare –  secondo i modi essenziali delle polizie amministrative, ovvero nei modi sequenziali dell’attività seriale per cui, di fatto, un individuo è sosia di un altro e manifesta bisogni, desideri e realtà vissute identici a quelli di un altro. In questo modo indichiamo i regimi di un’epoca caratterizzata dalla riproducibilità tecnica della sofferenza (W. Benjamin). Tali regimi funzionano secondo sistemi a frontiera, sistemi di separazione tra noi stessi e gli altri, e di questi altri tra loro stessi. Queste separazioni (scissionali e sempre più frammentative) riducono e riconducono ad unità lo status emotivo, psicologico e storico degli altri. Il primo fattore di riduzione e separazione identitaria è quello di riconoscere il diritto di asilo o di negarlo in base a considerazioni di natura geopolitica. In realtà, la soluzione salomonica (scindere in due il campo del diritto d’asilo) è contrastata dalle modalità concrete e contraddittorie con cui la storia interviene sul destino dei gruppi umani e degli individui, permettendo di affermare che, nell’attuale contingenza storica, bisogna abbandonare la determinazione geopolitica (macro) per abbracciare quella geoclinica (micro). Detto altrimenti: tutti hanno diritto d’asilo, ovvero il diritto ad essere protetti dal morso storico che sbrana l’esistenza degli individui e dei gruppi umani in fuga.

Quando si applicano funzioni standardizzate per classificare il comportamento o, addirittura, la storia degli altri, si ottiene puntualmente un’interpretazione fallace della loro realtà e, in tal modo, eseguendone un maltrattamento storico (altro pensiero originale e potente di F. Sironi), veniamo trasformati in agenti inconsapevoli di tortura (materiale, psicologica, culturale, storica): finiamo con essere l’incarnazione dell’essenza impersonale e burocratica della “banalità del male” (H. Arendt). Come da saggio ammonimento, “chi semina vento raccoglie tempesta”: se insistiamo a riprodurre questi malintesi culturali, nella pretesa che la deliberazione giuridica rappresenti una vera conoscenza disciplinare, mentre costituisce un modo obsoleto per aprire o chiudere gli sbarramenti del diritto europeo e continentale, tutto questo produrrà conflitto e antagonismo ma nessun sapere né un giusto ordine sociale transculturale.

La pulsione concentrazionaria non si è estinta al termine della Seconda Guerra Mondiale. Essa è transitata nel Terzo Millennio e continua ad alimentare l’aspettativa pratica secondo la quale bisogna opporsi al caos sociale planetario, all’eccesso di caos, riconducendo il disordine verso un centro che ne rappresenta l’eccesso opposto – ordine centrale edificato su una base geopolitica non più universale ma che si accontenta di vigilare la tenuta delle frontiere tra il mondo ordinato (centralizzato, evoluto e ricco) e quello caotico (periferico, arretrato e miserabile). Si tratta di una strategia fallimentare perché le situazioni storiche generano gravi difficoltà interpretative rispetto alla gestione delle popolazioni, sia in senso demografico sociale generale che in termini di salute mentale collettiva (degli autoctoni e degli allogeni). Non solo, si riesce a individuare l’espansione di una pulsione concentrazionaria attiva (non solo in Occidente), accoppiata a una tendenza latamente totalitaria. Forse non riusciamo a vederla in modo nitido perché non abbiamo gli strumenti necessari a controvertirla, segno ulteriore che non possediamo un’immunità antropologica e politica contro di essa. Tra le sue pieghe si raccoglie un recesso ulteriore: rispetto agli allogeni, l’ossessione a discriminare colui che possiede il diritto d’asilo da chi non ne può godere è solo un aspetto di un’analoga ossessione a discriminare, rispetto alla popolazione autoctona, tra quelli che hanno diritto al lavoro e coloro che non hanno più questo diritto. In tal modo si prepara lo scenario applicativo di un’ulteriore violazione del senso di appartenenza comunitaria, alludendo alla possibilità di selezionare, questa volta, quelli che hanno diritto di sopravvivenza sociale separandoli e contrapponendoli a coloro che potrebbero esserne privati. Evidenziamo qualche contraddizione patente: siamo diventati il primo collettivo umano che garantisce il diritto alla vita degli anziani mentre lo nega ai giovani: i primi hanno diritto a lavoro, reddito, riconoscimento sociale mentre i secondi restano a lungo prigionieri di precarietà, dequalificazione, sottosalario, marginalità sociale. Sancire la sussistenza di distinzioni sottili e mutevoli nell’ambito dei diritti fondamentali, scindendo i possessori legittimi dai legittimamente deprivati e, soprattutto, tenendo gli uni e gli altri avvinghiati all’interno degli stessi microcosmi familiari e abitativi, si obbligano le forme di dominio a diventare microfisiche e interstiziali e a inaugurare espressioni del dominio stesso fondandolo sul conflitto protratto, oltre che a bassa intensità, tra generazioni, generi e culture.

La deriva storica dei popoli in fuga che possono essere compresi nella loro dimensione antropologica profonda e, al tempo stesso, più generale, metterà in circolazione figure autenticamente spettrali e problematiche. Al termine della Prima Guerra Mondiale esse erano malamente coperte dai cappotti rappezzati dei reduci, indossati anche da molti civili vaganti: figure sradicate dai loro territori e messe in fuga dal gioco marziale. Oggi, gran parte dei popoli fuggitivi hanno conosciuto il gusto della guerra ma da essa sono stati sconfitti, dissimulando o esibendo nel nostro mondo ferite, traumi e violenze della loro esperienza storica. Reduci e miliziani delle legioni combattenti dei mondi terzi vengono in contatto con persone che, invece, li considerano come vittime lacere e dolenti del fato, richiedenti asilo pur essendo state contaminate dal sangue da loro stessi versato. Essi andrebbero sottoposti a una sorta di decontaminazione e purificazione dalla violenza, ma riducendoli a figuranti di sceneggiature sociali stereotipate, negando la singolarità delle loro esperienze, vediamo solo le maschere di un dramma storico astratto (umanità general-generica sempre sofferente per castigo metafisico) piuttosto che i protagonisti di tragedie storiche innumerevoli e concrete (umanità etno-specifica che professa e pratica una violenza altrettanto specifica). Tali  maschere sono idealtipi, modelli seriali riproducibili dietro i quali si occultano differenze irriducibili.

La psicopatologia geoclinica intende studiare questi fenomeni complessi, introducendo alcune accortezze metodologiche che evitano di indulgere nella stereotipia delle teorie e delle pratiche di cura. Essa intende studiare il disordine mentale – spesso non diagnosticabile perché di incerta natura nosologica (è un fenomeno psicopatologico o di altro tipo?) prima che nosografica (di quale disturbo mentale si tratta?) – in quanto prodotto della storia sociale e politica di un mondo culturale specifico. Tale prodotto non è meramente casuale ma risponde a leggi costruttive precise e, soprattutto, prevedibili: ansia, panico, terrore; prostrazione, depressione collettiva; furia, odio, violenza esplosiva o efferata; diffidenza, ostilità, ideazione persecutoria; inferiorità, devalorizzazione, vergogna sociale; tortura, offerta e sfruttamento merceologico dei corpi, costituiscono fenomeni emozionali, ideativi, comportamentali riscontrati in particolari contingenze storico-politiche e socio-culturali. Essi non sono fenomeni meramente individuali né emergenti a carico di configurazioni personologiche vulnerabili o a rischio. Non solo, la varietà delle espressioni fenomeniche, la loro intensità e pervasività, la loro contaminazione, sovrapposizione e ricombinazione consigliano di non ridurre la molteplicità, varietà e differenza a una somiglianza di pura convenienza nosografica (per economia di classificazione). Solo adeguando il metodo e la pratica conoscitiva alla novità, oltre che alla mutazione irresistibile, dei fenomeni disfunzionali e disadattivi ad elevata saturazione storico-sociale si riuscirà a vedere finanche nel buio relativo di un’eclissi di civiltà.

La psicopatologia geoclinica deve inoltre permettere di sostenere che nessuno è escluso dalla sfera dei diritti fondamentali dei gruppi e della persona ma che nessuno è innocente – dovendosi pertanto affilare gli strumenti della critica e l’acume dell’osservazione clinica per comprendere come gruppi e persone abbiano non solo dovuto subire l’andamento degli eventi storici ma anche come abbiano concorso a determinarli. Un’ulteriore notazione sul fatto di adottare l’espressione geoclinica: appare evidente che pratiche fondate sull’idea di soggetto, individuo, persona, sono obsolete in un mondo progressivamente post-umano, ovvero non più soltanto dominato dalle logiche e dalla supremazia degli esseri umani. In questo mondo tendenziale, dove bisognerà posizionare il limite esterno della differenza che costituiva il maggior merito metodologico e l’aspro calvario teorico dell’etnopsichiatria di Georges Devereux? Questa è la domanda davanti a noi ma non dobbiamo evitare di rispondere criticamente all’eco beffarda di quella alle nostre spalle, postaci dalle vecchie logiche di dominio che vorrebbero catturarci di nuovo nei dispositivi di controllo e disciplina a due termini: chi ha diritto e chi no; chi entra e chi esce; chi resta e chi fuoriesce, chi sopravvive e chi no…

 

 

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