EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2020, n. 9 - 10 anno V - ISSN 2531-7334
fotografo

Fotografare la lentezza

di Nico Di Cesare

 

Mi chiamo Nico Di Cesare e nasco il 9 giugno del 1978, un mese dopo l’omicidio di Peppino Impastato e il ritrovamento di Aldo Moro.

Sono abruzzese, cresciuto tra Silvi e Atri, tra il mare e la collina, tra le onde e i calanchi, orgogliosamente meticcio.

La passione per la fotografia, che nel mio caso è esclusivamente analogica, è nata molto tempo fa. Frequentavo le elementari quando un amico di famiglia si presentò a cena con un regalo inaspettato: una fenomenale Kodak Instamatic, formato 126, allora ancora non obsoleta, tutta e solo per me. Lei prese ad accompagnarmi in ogni occasione, ad ogni uscita scolastica, rendendomi un bambino un po’ alieno rispetto agli altri – particolarità, questa, che non avrebbe alcun senso ai giorni nostri, in cui sono già moltissimi a possedere un telefonino con fotocamera integrata all’età di 8 anni -. Pian piano cominciai a sottrarre furtivamente le apparecchiature di mio padre: la Polaroid, che gli serviva per il suo lavoro di vigile urbano, e la Olympus Mju, che usava come corrispondente locale del Messaggero. Ricordo ancora che da piccolo mi ostinavo a perfezionarmi nelle foto “a cartolina”, basandomi probabilmente solo su quanto avevo già visto e vedevo negli album di famiglia o sulle riviste che circolavano in quegli anni.

Certo, da quei primi scatti ad oggi, i miei gusti sono cambiati parecchio, ma la fotografia è stata sempre con me e parte di me, con gli alti e i bassi propri di tutte le relazioni autentiche, che barcollano ma non mollano. E lei non molla, anzi a tratti incalza, soprattutto in questi ultimi tempi e nonostante la mia professione, che da più di vent’anni ruota attorno alla ristorazione, altra forma creativa molto interessante.

La “lentezza” argentica è per me un piacere impagabile. Le foto nascono da lontano, già a monte dalla scelta del rullino, al momento in cui la foto ti trova – perché è lei a trovarti e non il contrario -, fino all’alchimia dello sviluppo in cui avviene quella prodigiosa trasformazione che concretizza una visione, e a volte regala sorprese inaspettate, per arrivare alla stampa. Sono processi che mi piace seguire uno ad uno personalmente, anche se stampare richiede spazi non sempre disponibili, sostando nell’attesa, e con la calma imprescindibile che la fotografia mi chiede.

È con quella stessa calma che me ne vado in giro giorni e giorni, attrezzatura in spalla, scattando al massimo due fotogrammi al mese, tempistiche talmente dilatate che per un nativo digitale potrebbero sembrare follia pura, e invece si tratta forse solo di una questione di abitudine, o di disabitudine, dipende da come la si guardi.

E il guardare c’entra, in un modo o nell’altro.

Nei miei viaggi, che siano oltreoceano o semplicemente in qualche borgo oltre la collina, mi piace trovare un piccolo bar dove sedermi a un tavolino, bere una birra fresca e osservare, osservare le persone, i movimenti e le posture, i volti. Mi incuriosiscono certi dettagli, ma non si tratta mai di decontestualizzarli, anzi, hanno senso solo nell’insieme, nella loro relazione col contesto. Mi piace capire, o quantomeno provarci, il luogo in cui mi trovo dalle persone che lo abitano e lo rendono vivo, che ne attraversano le strade. Perché nella street guardi il mondo come fosse un palcoscenico a cielo aperto, senza posti riservati, e così quelli che sarebbero semplici passanti diventano attrici e attori, tanto perfetti quanto inconsapevoli, di una piece involontaria.

E poi c’è la vita quotidiana, in cui – e questo capita a me, come a molti altri – guardandomi intorno in qualsiasi momento, che io stia cucinando, giocando con mia figlia o banalmente oziando sul divano, vedo qualcosa, un angolo, un accostamento, delle linee o delle geometrie, già con taglio fotografico.

Non mi sono mai posto il problema di scattare per creare qualcosa di bello per gli altri. Ho sempre fotografato o non fotografato per puro piacere personale, e questo è un lusso che probabilmente solo un fotoamatore non professionista può permettersi. È un lusso poter scegliere se scattare o meno, ma anche una necessità dal momento che l’analogico ti porta a fare i conti con il numero limitato dei fotogrammi. Eppure è una limitatezza paradossale perché non è un limite: aiuta a non sprecare, a non sovraprodurre, e aiuta l’attenzione. Ci vuole attenzione per sentire il momento del “click”, per rispondere “ci sono!” all’appello della fotografia, mentre ti cerca con quel linguaggio tutto suo che non sa parlare ma sa farsi sentire.

Nel frattempo, anche se per fare buone foto, come ci ha insegnato tra gli altri il grande Mario Giacomelli, la qualità del mezzo può essere secondaria, il mio parco macchine aumenta. Provo anche solo il gusto nel possedere fotocamere antiche ma tutt’ora precise e con ottiche di qualità elevatissime, tutt’ora in grado di emozionare solo tenendole in mano perché, a differenza delle moderne apparecchiature che in poco tempo diventano “vecchie”, loro non soffrono l’obsolescenza. Restano al passo coi tempi in una dimensione sospesa nel tempo.

Anche per questo, quando incontro giovani che si approcciano alla fotografia spendendo migliaia di euro in super-mega-zoom, fotocamere ultramoderne e iperprofessionali, mi permetto di consigliare loro di evitarlo.  Chiacchierando, li incoraggio a utilizzare la vecchia fotocamera del nonno, quella con cui immortalava i compleanni e senza automatismi, che costringe ad imparare la tecnica. Suggerisco magari di usare un po’ di quei soldi per viaggiare, acquistare qualche buon libro fotografico, frequentare un corso o visitare una mostra. Perché, come diceva Anselm Adams, “non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato”.

E forse il segreto della fotografia sta tutto nel modo in cui si fanno i conti personali col tempo, e non parlo solo del tempo dello scatto, ma anche, se non soprattutto, di quello della propria vita.

Con calma, senza fretta.

 

 

Share this Post!
error: Content is protected !!