EXAGERE RIVISTA - Novembre - Dicembre 2019, n. 11 - 12 anno IV - ISSN 2531-7334
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Genere e senso comune

 

di Silvia Fornari – Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali Umane e della Formazione dell’Università degli Studi di Perugia – Mariella Nocenzi –Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, Sapienza Università di Roma – Elisabetta Ruspini –  Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università degli Studi di Milano-Bicocca

 

Introduzione

Il senso comune circola continuamente nelle arterie culturali e finisce per essere assunto, condiviso e trasmesso come pura verità. Il panel si è posto l’obiettivo di definire le dimensioni del senso comune attribuite a donne e uomini: quella femminile, del sentimento, dell’emotività e della cura; quella maschile, fatta di azione, impulsi e aggressività causati dal livello di testosterone nel sangue. Quando diciamo che gli uomini sono violenti e le donne sono emotive, stiamo semplificando la complessa realtà sociale, ma nello stesso tempo riduciamo lo spazio di appartenenza ad uno dei generi, con ovvie conseguenze. In quest’incontro, docenti e studenti/tesse hanno ragionato insieme su come è possibile lavorare per modificare il “senso comune” e superare i tanti pregiudizi e prescrizioni che ruotano intorno al concetto di genere.

Conoscenza, senso comune, stereotipi di genere

Il senso comune può essere definito come un sistema di conoscenze che si basa su convinzioni condivise, non necessariamente dimostrate/dimostrabili a livello empirico. È un sapere incorporato in azioni e regole sociali, una conoscenza pratica che connette le persone appartenenti ad una comunità rendendo possibile la vita collettiva (Jedlowski 1994, 2006). Alfred Schutz (1932) identificava il senso comune nell’insieme delle definizioni della realtà ─ e dei modi congruenti di agire al suo interno ─ che è diffuso all’interno di una cerchia sociale e viene considerato ovvio dai suoi membri. È ciò che “ciascuno crede che tutti credano”. Il senso comune permette anche l’espressione di bisogni e sentimenti e la comunicazione tra individui (Gadamer, 1960; Geertz, 1983). Per Hannah Arendt la messa tra parentesi del senso comune riflette la moderna alienazione dal mondo, quando la razionalità strumentale dell’homo faber dimentica il mondo della vita: il senso comune è un tentativo di comprendere la condizione umana (Arendt, 1958; Terenzi, 2002). Il senso comune assume da un lato la forma di memoria sociale (pensieri, atteggiamenti, azioni che danno per scontata una certa interpretazione della realtà: Gadamer, 1960). Dall’altro lato, si riproduce anche grazie alla partecipazione di ognuno: un insieme di conoscenze aperto a mutamenti ed elaborazioni legati alle contingenze pratiche che gli attori incontrano. (Jedlowski, 1994, 2006).

La nostra riflessione sugli stereotipi di genere prende avvio da queste premesse. Lo stereotipo è una credenza, un giudizio di valore, una categorizzazione che permette di attuare un processo di semplificazione della realtà secondo modalità stabilite culturalmente. Gli stereotipi sono parte della cultura del gruppo al quale si appartiene e come tali vengono acquisiti dai singoli e utilizzati per comprendere, comunicare e farsi comprendere. Il senso comune attribuisce a donne e uomini diverse caratteristiche: l’azione femminile è sentimentale, emotiva, affettiva, accudente; quella maschile è razionale ma al contempo caratterizzata da forza, impulsi e aggressività. Gli stereotipi spesso conducono alla formazione di pregiudizi: giudizi che nascono prima di avere maturato esperienza diretta e che possono orientare concretamente l’azione. Se, da un lato, stereotipi e senso comune sono strettamente intrecciati, d’altra parte la Sociologia come scienza sociale dispone di strumenti per superare i limiti della conoscenza di senso comune, ma non può prescindere dalla presenza di questa. Il senso comune appare, infatti, inestricabilmente legato alla dimensione della vita quotidiana, una dimensione molto preziosa per la riflessione sociologica (Berger, Berger, 1975 Jedlowski, Leccardi, 2003). Partendo da queste premesse, l’incontro ha avuto lo scopo di ragionare sul lavoro da svolgere per interpretare e modificare il “senso comune”, superando stereotipi e pregiudizi che influenzano la costruzione sociale delle identità femminili e maschili e la forma e direzione delle relazioni di genere.

Verso quali direzioni di senso

Per comprendere come sia possibile orientare il “senso comune” superando pregiudizi e prescrizioni che influenzano la definizione delle identità femminili e maschili è importante chiedersi quali fattori, in questo specifico assetto sociale, orientino proprio il senso comune rispetto a quelle identità, ruoli, orientamenti sessuali. Questi fattori sono in parte uguali e in parte diversi nelle differenti condizioni sociali, politiche, economiche, culturali che caratterizzano una determinata società. In un rapido quanto simbolico excursus storico, infatti, è possibile individuare alcuni elementi caratterizzanti la rappresentazione di genere che parte da bisogni e, quindi, valori che in ogni società permeano appieno il senso condiviso e aggregante guidando le azioni individuali e collettive. Così, ad una definizione del ruolo di genere che nelle società antiche enfatizzava le funzioni riproduttive e produttive per adattarsi alle difficili condizioni di sopravvivenza prima e di costruzione di comunità sempre più ampie poi, si è passati alla progressiva definizione giuridica del ruolo pubblico di donne e uomini a partire dalla cultura romana. Con l’affermazione dei valori religiosi, specie cristiani nel mondo occidentale, e dell’esaltazione dei canoni estetici, dal Medioevo la rappresentazione delle donne e degli uomini ha assunto caratteristiche che hanno ulteriormente modificato le loro identità, ruoli, aspetti. Queste trasformazioni, ad esempio, hanno contribuito ad assegnare alle donne che presentavano connotazioni “straordinarie”, rispetto al modello prevalente, ruoli devianti come quelli che erano tipici delle “streghe”, mentre rare erano le figure femminili che assurgevano a ruoli pubblici di potere (Elisabetta I, Cristina di Svezia etc.). La rivoluzione industriale ha nuovamente enfatizzato la centralità delle funzioni riproduttive per aumentare la forza lavoro nelle classi operaie, ma anche una crescente rilevanza della soggettività sociale e giuridica per le donne, sulla base delle quali si definisce il quadro che accompagna la definizione della identità di genere nello scorso secolo. Caratterizzato dall’affermazione della società dei consumi prima, della formalizzazione dei diritti civili, sociali e politici e, più tardi, di una cultura globale, il XX secolo ha contribuito a determinare funzioni e ruoli sempre più definiti, al punto da rendere più agevole un processo di attribuzione di pesi e rilevanza sociale. Questa chiara definizione ha favorito una maggiore consapevolezza sulle diseguaglianze, ma anche sulla pluralità culturale delle identità di genere in un mondo globale che sta segnando una nuova radicale rivoluzione su quelle stesse identità, ma ancor più sul processo di definizione condotto dal senso comune, fino alla determinazione di pregiudizi (Zanfrini, 2011).

Il confronto storico permette di verificare quanto i bisogni prevalenti in una condizione sociale data contribuiscano a definire i valori portanti di quella società e ad orientare il senso comune, quindi l’interpretazione della realtà, che la conoscenza più oggettivamente legge, misura, scompone in dati. Nella società contemporanea, la direzione che assume il senso comune per la interpretazione della realtà, pur disponendo di un numero crescente di dati consegnato da una conoscenza sempre più precisa e condivisa, è chiaramente definita dai fattori prevalenti (Puech, 2018). Fra questi, possono essere sottolineati quelli relativi alla complessità sociale, all’affermazione delle nuove tecnologie, alla pluralità culturale che agiscono nel senso di una valorizzazione delle diversità, di un’accentuazione delle diseguaglianze, dell’autodeterminazione nella scelta delle proprie funzioni, specie quella riproduttiva, in contrasto con la semplificazione indotta dal linguaggio mediale.

Il tutto avviene con un ritmo di cambiamento inusualmente “accelerato” che spesso porta a far sovrapporre cause ed effetti delle trasformazioni e ad aggiungere complessità a quella di una cultura che ne è già ampiamente permeata. Le direzioni che il senso comune assume, quindi, sono spesso opposte fra loro con tendenze alla semplificazione e reagenti alla conoscenza, che trovano nello stereotipo la loro massima realizzazione, mentre le identità di genere cambiano in una società che si costruisce e ricostruisce rapidamente accogliendo nuove soggettività a partire da quelle non umane.

 

Riferimenti bibliografici

 

Arendt H. (1958), The Human Condition, University of Chicago Press, Chicago.

Berger P.L., Berger B. (1975), Sociology. A Biographical Approach, Basic Books, New York.

Gadamer H-G. (1960), Wahrheit und Methode. Grundzüge einer Philosophischen Hermeneutik, J.C.B. Mohr, Tübingen.

Geertz C. (1983), Local Knowledge. Further Essays in Interpretive Anthropology, Basic Books, New York.

Jedlowski P. (1994), Il sapere dell’esperienza, Il Saggiatore, Milano.

Jedlowski P. (2006), Che cosa significa che la realtà sia una “costruzione sociale”? Un seminario di teoria sociale, Working Papers n. 89.

Jedlowski P., Leccardi C. (2003), Sociologia della vita quotidiana, Il Mulino, Bologna.

Puech M. (2018), Homo Sapiens Technologicus, La Nuova Cultura, Roma.

Schutz A. (1932, 1967), The Phenomenology of the Social World, Northwestern University Press, Evanston, IL,

Terenzi P. (2002), Per una Sociologia di senso comune. Studio su Hannah Arendt, Rubbettino, Cosenza, https://www.store.rubbettinoeditore.it/per-una-sociologia-del-senso-comune.html

Zanfrini L. (2011), Sociologia delle differenze e delle diseguaglianze, Zanichelli, Bologna.

 

 

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