EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2020, n. 9 - 10 anno V - ISSN 2531-7334
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Governare la pluralizzazione radicale delle forme di vita nella città. Intervista a Gabriele Pasqui

di Federica Biolzi

La città, come oggi la viviamo, è il frutto di scelte, continue, volute o azzardate. Frutto di secoli di sedimentazione, non solo urbanistica e culturale. La struttura urbane e le pratiche dell’abitare, del fruire degli spazi urbani, appaiono sempre più stretti, in modo indissolubile, in un vincolo sempre rinnovato e sempre più complesso. Su quest’importante tematica, Gabriele Pasqui, urbanista docente del Politecnico di Milano, si è confrontato con il filosofo Carlo Sini, nel volume, appena edito dalla Jaca Book, Perché gli alberi non rispondono.

– La città è sempre stata un elemento centrale e fondante non solo nella cultura occidentale. Il libro che lei ha scritto, insieme al professor Sini e che riprende la forma greca del dialogo, inizia con una citazione del Fedro di Platone. In questo testo, Socrate, come ripropone il titolo del libro, ci dice che gli alberi non insegnano e non rispondono mentre è possibile imparare dagli uomini di città. Perché Socrate sostiene questa tesi?

– Naturalmente la citazione è apparentemente estrema, provocatoria, in un momento in cui  i temi ambientali, della qualità dell’ambiente, sono importanti per chi riflette sulla città. L’intenzione non era certo di sottovalutare questi temi, ma semplicemente di osservare come la città sia il palinsesto nel quale si è costituisce  il sapere dell’occidente.  Noi l’abbiamo ripresa semplicemente per evidenziare come oggi le città siano i luoghi fondamentali, costitutivi, gli epicentri  dei  grandi processi di trasformazione globale, compresi  quelli legati alla crisi ambientale, a cui noi nel nostro dialogo facciamo riferimento. Dentro la forma del dialogo (che è propria della “polis” greca) si istituisce lo spazio filosofico, lo spazio della riflessione del pensiero. La collana di Jaca Book, Percorsi Mechrì, si inserisce in questo percorso, è proprio quello in cui Carlo Sini ha scelto di discutere, in una prospettiva transdisciplinare, con altri esponenti del mondo culturale.

– Come lei nota, si pensa generalmente che l’urbanistica sia un sapere piuttosto giovane. Per altri versi, però, essa risulta radicata nel tempo. Le scienze hanno, da sempre e variamente, contribuito a disegnare le città. Come questo è accaduto nel corso dei secoli?

– E’ vero che l’urbanistica, come sapere specifico è abbastanza giovane, gli studiosi di  storia dell’urbanistica come disciplina autonoma, infatti hanno evidenziato come l’urbanistica nasca nella prima metà del XIX secolo,  connessa anche ai grandi processi dell’urbanizzazione europea legata all’industrializzazione. Essa nasce, di conseguenza, come l’intersezione di molti saperi. L’ingegneria, che è sempre stata fondamentale per la costruzione delle infrastrutture urbane (strade, acquedotti, eccetera), ma anche la nascita di figure professionali, come gli igienisti, gli architetti. A questi vanno aggiunti i saperi sociali perché, nella città dell’800, la grande questione urbana era, in primo luogo, anche una questione sociale. Le differenze sociali erano grandissime, enormi. L’urbanistica nasce come sapere specifico ed ha un paio di secoli, però è vero che la riflessione scientifica, tecnologica e culturale sulla città è ben più antica ed affonda le sue radici sin dal mondo greco. Anche in altre culture, ad esempio le culture d’oriente, le culture cinesi, sono state fatte delle straordinarie riflessioni teoriche e filosofiche sulla città. Essa è sempre stata un po’ un crogiolo di saperi, sia perché è stato un luogo in cui i saperi si sono generati, sia perché questo luogo che è stato oggetto di sguardi disciplinari e scientifici estremamente differenziati.

– La città è, ed è stata, anche il luogo in cui sono presenti interessi che possono configgere, ad esempio dal punto di vista economico, di gestione, occupazione o fruizione del territorio. Qual è il ruolo degli urbanisti in questo campo?

– Le città sono luoghi potenzialmente conflittuali, ci sono diversi tipi di conflitti che riguardano lo spazio urbano. L’urbanistica ha sempre cercato, in qualche modo, di contemperare questi conflitti sulla base di un’interpretazione e di un’idea d’interesse generale, di riconoscimento di alcuni elementi che potessero caratterizzare la qualità urbana per tutti i gruppi sociali. L’interesse generale è un’idea che ha accompagnato l’urbanistica in tutto il XX secolo nelle sue diverse declinazioni ed articolazioni ed ha portato a costruire modelli di città, in cui viene dato spazio al tema del parco, del verde, degli spazi pubblici, delle infrastrutture, ma anche all’edilizia, con la costruzione di quartieri per i ceti più disagiati. Quest’approccio, proprio dell’urbanistica, puntava  a migliorare le condizioni di tutti ed a rappresentare, appunto, un interesse generale. Oggi, questo tema appare sempre più importante, perché nella città rimangono  e si sono accresciute le diseguaglianze economiche e sociali tra gruppi sociali ed etnici. Al tempo stesso, però, vi è anche un’altra dimensione che nel nostro libro evidenziamo, le città sono abitate da gruppi, persone, famiglie, che hanno culture veramente e profondamente differenti. Questo aspetto pone problemi inediti all’urbanistica che ha sempre cercato di uniformare, in un certo senso, il modo di vivere nella città . Una dei nostri obiettivi è quello di poter governare un processo nel quale si ha una pluralizzazione radicale delle forme di vita. Si pensi agli emigrati, ma non solo, la città è usata in maniera estremamente differenziata e difforme da chi la abita. Questo naturalmente non è semplice per una cultura disciplinare, come le nostra, che spesso  ha teso, come si diceva,  ad uniformare. 

– Nel libro, lei cita a più riprese il progetto Mechrì. Da quanto lei scrive questo sembra molto di più di un semplice progetto. Cosa è? A chi si rivolge?

Mechrì è un’Associazione, è un laboratorio. Noi lo chiamiamo laboratorio di filosofia e cultura, perché è un luogo che è anche uno spazio fisico, nel quale le persone di diversa formazione (filosofi, scienziati, poeti, musicisti, ecc.), dialogano  per cercare di costruire una prospettiva culturale di tipo transdisciplinare. Con ciò, non intendiamo solo il dialogo tra diverse discipline, ma la capacità delle discipline di mettersi un in gioco, un po’ come abbiamo provato a fare con Carlo Sini. Io mi occupo di città e di urbanistica e lui è un grandissimo filosofo, abbiamo cercato di costruire un dialogo che non annacquasse i saperi diversi, ma che ci consentisse di trovare dei canali  di comunicazione e di ascolto reciproco, di ascolto reale tra conoscenze differenti intorno ad un tema che, in questo caso era la città.  Mechrì è un luogo nel quale attraverso dei percorsi, che sono di riflessione e di lavoro comune, cerchiamo di costruire prospettive di una nuova cultura transdisciplinare che oggi  è sempre più difficile, sempre più i saperi e le diverse discipline sono specializzati, sordi reciprocamente gli uni agli altri.  

– La città è memoria, identità. Vivere in centro non è come vivere in periferia. Lo spazio vissuto è molto più che una semplice definizione dello spazio. In quest’ottica esiste un futuro per la città? Quale?

– Io credo che esista un futuro per la città innanzi tutto per ragioni oggettive. Il futuro per la terra sarà inesorabilmente un futuro urbano, noi sappiamo già che, entro il 2050, i due terzi della popolazione presenti sulla terra, vivranno in aree urbane. Il processo di inurbamento è inarrestabile, si tratta di capire quali città vivremo. Ci sono in campo diverse forze che spingono; una di esse spinge verso una città nella quale le dinamiche economiche dominano su tutto e quindi le disuguaglianze crescono. Ci sono, d’altro canto, anche tentativi interessanti di costruire una città che sia in grado di essere ospitale per i diversi, che sia in grado di affrontare, almeno in parte, la sfida del cambiamento climatico ed ambientale. Io credo, posso affermarlo, in un futuro urbano. Le città che abbiamo davanti non sono più la città europea che avevamo in mente noi, con la strada, la piazza, la chiesa, il comune, ossia quello che è stata, via via, la trasformazione della città medievale. Questo modello, non può essere riprodotto oggi. Bisogna immaginare delle pratiche di urbanità, ossia una capacità di costruire valori urbani in una città che è fatta in modo diverso, più dispersa, più disorganizzata. Altrimenti rischiamo di veicolare un’immagine che è puramente un memoriale. Come dice il professor Sini bisogna avere memoria del passato, io aggiungerei che occorre avere, però, la capacità di comprendere quali valori della tradizione urbana europea occidentale possono oggi vivere dentro ad una città che è fatta in modo molto differente rispetto ad allora.

– Come possiamo, quindi, immaginare un’ipotetica città futura?

– In Europa esistono alcune città come Berlino, Copenaghen,  che hanno posto una grossa attenzione ad una dimensione ambientale. Si può usare l’urbanistica, e non solo, per progettare delle città che siano più capaci di rispondere alle nuove sfide che le città hanno di fronte. Naturalmente esiste anche un rischio. Io ho avuto la possibilità di conoscere bene una città africana, Maputo la capitale del Mozambico, dove sono stato molte volte. In questo caso si può vedere come vi siano stati progetti di urbanizzazione spaventosa con insediamenti informali, li si tratta davvero di cambiare passo. il rischio è quello di avere, come dice un grande urbanista italiano Bernardo Stecchi, una divaricazione tra la città dei ricchi e la città dei poveri, e questo dal mio punto di vista andrebbe evitato.

-Qual è il punto d’incontro, tra il filosofo e l’urbanista, nel fruttuoso dialogo contenuto in questo volume che ha come sottotitolo “Lo spazio urbano e i destini dell’abitare”?

– Sia io che il professor Sini abbiamo teso nel costruire un’idea, secondo la quale, il vivere insieme nella città, oggi, deve essere al centro di tutte le nostre attenzioni. Altrimenti si corre il rischio che la città si frantumi, si frastagli, i conflitti prevalgano su una base che non può più essere la tradizionale base comunitaria, ossia di condivisione culturale completa, siamo troppo diversi. Carlo Sini mette in evidenzia l’ idea  di condivisione senza comunità. Un’idea che mi trova pienamente d’accordo, molto interessante, ed è questo è il punto più radicale e profondo di sintesi.

Il professor Sini evidenzia molto  la dimensione memoriale, che non è una dimensione di esclusivo recupero del passato,  ma una sorta di narrazione della città  e della sua tradizione, dalla sua  storia, fatta da tutti gli abitanti e dalle persone, anche da coloro che vengono da altri paesi e che hanno loro storie con il loro immaginario urbano. Questo è molto utile, ma secondo me, noi dobbiamo costruire una condizione di maggiore accettazione di alcune dinamiche che la città ci evidenzia. Ad esempio pensiamo al centro commerciale come ad un luogo esteticamente brutto ma che, in parte, ha sostituito alcuni luoghi tradizionali della nostra città.  Non si tratta quindi di demonizzare il processo di mutamento, si tratta di governarlo e comprenderlo con i suoi elementi di autoregolazione. Occorre considerare quali siano le possibilità positive che ci sono in alcune di queste trasformazioni, anche se discutibili.

Carlo Sini, Gabriele Pasqui

Perché gli alberi non rispondono

Lo spazio urbano e i destini dell’abitare

Jaca Book, 2020

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