EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2021, n. 7-8 anno VI - ISSN 2531-7334

Hantologie dell’eredità

di Paolo Beretta

Le righe che seguono, articolate in tre punti, interpretano l’opera derridiana Spettri di Marx come un testo di (sulla) eredità.

1) Anzitutto lo scritto, rivendicando l’importanza e l’attualità dell’eredità di Marx («nessun avvenire […] senza la memoria e l’eredità di Marx: e comunque […] di uno almeno dei suoi spiriti»[1]), ci dice qualcosa dell’eredità “in generale”.

Eredità – ha luogo quando va a segno, quando la radicale «eterogeneità» che la caratterizza si raccoglie in unità passando per un filtro; infatti «l’eredità non è mai un dato, è sempre un compito»[2], un aver da essere che è il nostro stesso essere: siamo in quanto siamo eredi e perciò testimoniamo. Nella decisione per l’eredità, il passato testimoniato apre l’avvenire; non un presente-futuro, ma l’a-venire di un evento irraffigurabile, che ha la natura del tutt’altro: immagini che in Derrida comportano (e presuppongono) un orizzonte messianico (un messianico senza messianismo). Proprio per questo, il filosofo francese riconosce in Marx un’urgenza formidabile: «Quale altro pensatore […] si è mai richiamato alla trasformazione a venire delle sue tesi? […] al fine di prendervi in conto […] gli effetti di rottura o di ristrutturazione? E di accogliere […] al di là di ogni possibile programmazione, l’imprevedibilità di nuovi saperi, di nuove tecniche, di nuove distribuzioni politiche?»[3].

2) In secondo luogo, Spettri di Marx è una via d’accesso all’eredità della decostruzione; questa, in quanto mette in discussione il privilegio della presenza, ha nel fantasmatico un suo proprio elemento. Lo spettro infatti viene da «un tempo che […] ci precede» in due sensi: «è davanti a noi ma anche prima di noi»[4]; esso si presenta, ma la sua “presenza” è un rimando, il suo movimento è un uscir fuori di sé che non è mai stato in un inizio assoluto, poiché accade nel riconoscimento: «questione di ripetizione: uno spettro è sempre un revenant. È impossibile controllarne gli andirivieni, perché comincia col rivenire»[5].

È noto che nel Manifesto viene evocato lo spettro del comunismo. Non è l’unica occasione in cui il Moro di Treviri si trova in compagnia di fantasmi; anzi, nota Derrida, egli ne è ossessionato. Tale ossessione per i revenants diventa in Spettri la scena per una hantologie (il verbo francese hanter significa ossessionare, infestare, senza perciò voler dire «esser presente»), la quale individua la hantise (infestazione) «nella stessa costruzione di un concetto»[6]. È come negazione di questa inquietante assenza nel cuore della presenza che si costituisce ogni ontologia, essa «si oppone» al ritorno spettrale «solo in un movimento di esorcismo. L’ontologia è uno scongiuro»[7]. Di conseguenza, Derrida sollecita alcuni luoghi in cui il discorso marxiano rischia di ricadere nella tradizione ontologica: un caso emblematico è quello nel quale siamo chiamati a dubitare della rigorosa purezza del valore d’uso, che invece mostrerebbe di essere già «contaminato»[8], “invasato” dal suo altro, il valore di scambio.

3) In terzo luogo, Spettri di Marx ci chiama in causa come ereditanti/interpretanti. In che modo corrispondere all’eredità che si incarna in questo volume? L’esperienza della decostruzione ha virtuosamente promosso in noi una sensibilità sottile, per dir così da scassinatori, ci ha resi vigili nei confronti di presunte evidenze emerse all’ombra della nostra grande tradizione metafisica, che non possiamo certo dimenticare ma che dobbiamo d’altra parte traghettare in un avvenire mutato.

Ciò significa anzitutto riconoscerci come risultati di tale tradizione, effetti dei suoi modi diversi d’interpretare il mondo – ma non solo di questi. Nel volume Teoria e prassi, che riproduce un seminario tenuto da Derrida nell’a.a. 1975-76, il filosofo ricorda le Tesi su Feuerbach. La prima di esse così recita: «Il principale difetto d’ogni materialismo fino a oggi […] è che l’oggetto [Gegenstand], la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell’obietto [Objekt] o dell’intuizione; ma non come attività umana sensibile, prassi»[9].

La rivoluzione marxiana intorno alla prassi è senz’altro uno spettro da non esorcizzare. Non può che essere una risorsa preziosissima per una genealogia votata a mostrare come i nostri strumenti, le nostre macchine, le nostre cose, i nostri corpi sociali e individuali – e la nostra facoltà di conoscere con loro, in loro, essendo loro – siano esiti provvisori di una sterminata epopea di concreti usi del mondo[10]. Per Derrida tuttavia la genealogia rimane per lo più un testo sullo sfondo. Egli lo sfiora, ma non ne fa mai un orizzonte nel quale sprofondare oltre le quinte di dune della Grecia, della Bibbia e oltre la différance.

 

[1] J. Derrida, Spettri di Marx, Cortina, Milano 1994, p. 22.

[2] Ivi, p. 73.

[3] Ivi, pp. 21-22

[4] Ivi, p. 26.

[5] Ivi, p.19.

[6] Ivi, p. 202

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 201.

[9] Id., Teoria e prassi, G. Dalmasso, S. Facioni (a cura di), Jaca Book, Milano 2018, p. 97.

[10] F. Cambria (a cura di), Le parti, il tutto, Jaca Book, Milano 2021, pp. 17-57.

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