EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2019, n. 3 - 4 anno IV - ISSN 2531-7334
edito

Humpty Dumpty sat on a wall…

di Giacomo Dallari

Sarebbe fin troppo facile citare le parole attribuite a Isaac Newton quando ci disse che costruiamo troppi muri e non abbastanza ponti e uscirne indenni e intonsi. I muri ci sono, ci sono sempre stati e, con ogni probabilità, ci saranno sempre.

Hanno forme diverse: a volte si presentano ammiccando come i pregiudizi – così, tra una battuta e un’altra pronunciata sovrappensiero  – altre  volte arrivano come certezze o peggio ancora come sicurezze, e allora hanno l’atteggiamento di una madre che accudisce, che protegge e ci sfama; altre ancora possono essere prigioni mentali che, mattone dopo mattone, lasciano fuori, escludono e dividono.

Pigrizia, difesa, senso di impotenza, egocentrismo e potremo proseguire all’infinito senza mai giungere ad una conclusione vera, come quelle della matematica. Ma questo non deve fermarci. Se ci fermassimo, infatti, non faremo altro che erigere un ennesimo muro, una nuova difesa e un nuovo confine. E ancora una volta, immacolati ed integri, potremo affermare che non possiamo affrontarli, che ci sono perché ci devono essere, che fanno parte di noi, che sono connaturati alla  condizione di uomini.

È un dato di fatto ben oltre il limite del banale: la presenza di un muro costituisce una barriera. È un artefatto che riguarda la separazione, la dissociazione come atto ontologico. La storia testimonia il suo utilizzo in ogni epoca, a volte come strumento di difesa, altre volte come strumento di contenimento. Un muro, infatti, serve per difendersi da qualcuno come la grande Muraglia Cinese  o il Vallo di Adriano, fino ad arrivare a tempi decisamente più recenti con il Muro di Tijuana, una lamiera metallica lunga più di tremila chilometri che separa il Messico dalla California o con il nostrano Muro di Padova innalzato nella zona est della città nel 2006. Lungo solo un centinaio di metri e fatto di mattoni, isola la zona residenziale da quella abitata in maggioranza da extracomunitari.

La storia degli uomini, inoltre, ci ha consegnato muri che avevano l’obiettivo di “portare pace” come le cosiddette “Peace Line” nell’Irlanda del Nord: strutture alte fino a otto metri, adattate al territorio e di diverse grandezze, separavano le comunità cattoliche da quelle protestanti. Ne furono erette più di novanta e, dopo la loro costruzione, ci furono quasi quattromila vittime.

Sarebbe impossibile contare le strutture murarie, le barriere e i laminati metallici che ancora oggi dividono le persone in base alla nazionalità, alla lingua, alla religione o impediscono l’ingresso di qualcuno.

Un muro, però, può essere usato anche come strumento di contenimento e in questo caso non serve tanto per non fare entrare, quanto per non fare uscire qualcuno. Il Muro della Vergogna , edificato a Berlino nel 1961, ne è la più drammatica versione: sbarrava la strada e segnava il confine tra la zona Est e quella Ovest della città e, soprattutto, impediva l’emorragia di persone da una parte all’altra.  Per quasi trent’anni condizionò l’esistenza e la quotidianità dei tedeschi oltre ad essere il simbolo di una guerra ideologica per fortuna mai dichiarata ufficialmente.

I muri, comunque, si costruiscono. Ed ogni costruzione ha la caratteristica della finitudine: prima o poi finisce. A lavoro terminato rimaniamo lì a guardare il nostro lavoro e a contemplare le pareti che abbiamo costruito intorno a noi. Tutto rimane chiuso lì dentro e gli attrezzi che abbiamo utilizzato per costruire, diventano gli unici a nostra disposizione. Ci sentiamo al sicuro dentro le nostre pareti, lasciamo entrare chi vogliamo e teniamo fuori ciò che non ci piace, le cose che ci infastidiscono e ciò che, nel profondo del nostro cuore, avvertiamo come una minaccia.

I muri hanno a che fare con la spazialità e con una serie di altre categorie umane – troppo umane – come quelle politiche, economiche, giuridiche, sociali e culturali. Il tempo a noi contemporaneo, che avrebbe dovuto essere il trionfo dallo spazio aperto, dell’assenza di muri, al contrario, si delinea come un universo rigidamente suddiviso, ripartito in entità via via sempre più resistenti. Le entità spaziali si definiscono sempre di più nella forma del territorio che si arroga il diritto della forza, della decisione autoreferenziale e della robustezza della risoluzione: ad una extra territorialità della comunicazione, rapida a tal punto da non avere quasi più valenza, si contrappone una visione dei valori che potremmo definire condominiale; ad una smaterializzazione della merce si accompagna un’estrema materializzazione nella circolazione dei corpi – indesiderati e di troppo – bloccati alle frontiere: entrano solo i corpi utili, adatti, adeguati e vantaggiosi, quelli che viaggiano con valige colme.

La spazialità – quella rigida, ferrea e indeformabile – ha ripercussioni su tutti gli aspetti umani e diviene un modus , un habitus difficile da modificare che riecheggia nelle strade, nei bar, nelle piazze a tal punto da diventare un diritto: parlo solo con chi mi capisce, tocco solo chi è uguale a me, è giusto solo ciò che faccio io, e ciò che fai tu è da rinnegare, scacciare, allontanare.

E allora ecco che lo spazio diviene muro, una parete divisoria, un oggetto concreto che determina rapporti di potere, dinamiche valoriali fino a divenire criterio ontologico: sei e non sei, esisti e non esisti, sei identico o sei estraneo.

La natura umana è caotica e l’uomo, fin dal suo arrivo, si è sentito in dovere di ordinarla e ha cominciato ad edificare e a erigere muri di cinta. E i muri servono proprio a questo: mantengono l’ordine, classificano e sistemano attraverso una logica prigioniera che vede l’Io in contrapposizione al Tu, che produce un corpo estraneo e ostile che turba. «La presenza di un di un confine – scrive infatti Paolo Zanini – è la condizione che trasforma qualcuno in straniero»[1].

La sovranità, che oggi sembra ritornare priva di memoria, lucida e nuova come una conseguenza ineluttabile, riattiva la politica dei muri e la materializza e la concretizza nel confine, nella protezione e nella sicurezza. Proprio come una performance scenica, è in realtà il segno concreto di una crisi di identità, incapace di affrontare il confronto, impaurita dall’altro perché fragile al suo interno. In tutto ciò la politica dei muri preferisce costruire veri e propri palcoscenici maestosi e visibili a tutti; preferisce la contrapposizione perché di facile gestione, intuitiva e veloce, come un moto dell’anima, come un pensiero rapido e istantaneo. Nel teatro della sovranità politica e culturale nascono le sovrastrutture ideologiche che la storia, ironicamente, avrebbe dovuto consegnare all’attenzione critica della memoria,  e che, contrariamente a ciò che si può pensare, sembrano riemergere con la sola grammatica dell’emergenza, della crisi imminente e della fine incombente.

I muri, però, non sono solo quelli che si possono toccare, quelli contro i quali il corpo – quello fatto di materia – si ferma e sbatte. I muri sono anche mentali e forse sono ancora più fortificati di quelli veri. Almeno questi possono essere buttati giù, possono essere abbattuti o, più semplicemente, possono includere una porta o un passaggio. Anche in questo caso la storia, ma soprattutto il presente, ci dimostra che siamo attivi nel costruire muri perché siamo pigri nell’accettare il confronto, nel costruire relazioni. Sono tutte cose che richiedono impegno e il nostro cervello ha un metabolismo lento che ha bisogno di poche cose per funzionare: un po’ di semplificazione unita ad un pizzico di generalizzazione e il gioco è fatto.

Secondo Gordon Willard Allport[2] (1954), che ha studiato soprattutto quelle barriere mentali che costituiscono e originano gli stereotipi, essi affonderebbero le loro radici nei normali processi cognitivi della mente umana: le nostre risorse cognitive sono inadeguate per conoscere e riconoscere la molteplicità che ci circonda e la nostra mente risponde adottando strategie di semplificazione dei dati che riceve. All’efficacia di tale strategia, però, corrispondono una serie di altri rischi: siccome le nostre esperienze sono limitate, noi non facciamo altro che procedere attraverso forme di generalizzazione estrapolando, da un numero di informazioni ovviamente ridotto, una serie di valutazioni che crediamo di portata universale. Una volta che queste si sono sedimentate, il nostro pensiero procede in maniera semplice: esagera differenze che riteniamo appartenere a categorie ben distinte e minimizza quelle ritenute appartenere ad una stessa categoria.

Non è difficile comprendere che un tale meccanismo non possa fermarsi solo ad un livello di percezione e di analisi dei dati. Esso penetra nei processi della memoria orientando il nostro modo di selezionare e immagazzinare gli eventi. È quel meccanismo che ci porta a privilegiare ciò che conferma la nostra visione e ad allontanare ciò che la smentisce, ed ecco che ricordiamo di più le infrazioni delle donne al volante rispetto a quelle degli uomini. D’altra parte, come si dice, “Donna al volante ….”. E cosa dire di tutte quelle volte in cui una stessa qualità, associata a persone appartenenti a categorie sociali, etniche e culturali diverse, viene letta in maniera differente e, a volte, opposta? Se un senegalese è appassionato di musica è perché “ha il ritmo nel sangue”. Se un milanese è appassionato di musica è invece una scelta personale, magari emblema del suo stato sociale o del suo livello culturale.

Inoltre la realtà non può essere conosciuta in quanto tale, ma solo attraverso le rappresentazioni che ognuno di noi si crea (Lippman, 1922)[3] e queste rappresentazioni sono costituite da semplificazioni che hanno origine nel contesto culturale, educativo e sociale e influenzano, in modo più o meno marcato, la raccolta e l’analisi dei dati che interpretiamo e osserviamo. Quando queste immagini non si riferiscono solo ad un individuo in particolare ma a un gruppo di persone, nasce la convinzione che i membri di un determinato gruppo  non siano distinguibili l’uno dall’altro: i francesi sono buongustai e bevono vino buono, i tedeschi sono precisi e spesso arrabbiati, i giapponesi lavorano tanto e i sudamericani ballano. Queste, e molte altre ancora, sono solo alcuni esempi di questo processo di semplificazione che ci porta ad abbandonare l’individuo singolo e a prendere in considerazione il gruppo nella sua genericità.

Tale processo non riguarda solo gli altri. Henry Tajfel (1979)[4], attraverso la sua teoria dell’identità sociale, ci dice chiaramente che non ci limitiamo a classificare cose e persone in categorie generali, ma includiamo noi stessi in tali categorie. In  questo modo definiamo la nostra identità sociale in base alle categorie a cui sentiamo di appartenere, attraverso ciò che ci distingue o ci caratterizza rispetto agli altri. La realtà sociale , quindi, viene a caratterizzarsi attraverso un processo i cui termini sono in oppure out: o dentro ad un determinato gruppo oppure fuori.

Forse è proprio in questo modo che qualcuno, ancora oggi, si arroga il diritto di decifrare l’amore, quello che stabilisce inevitabilmente una struttura familiare degna (in) e, nega l’esistenza delle altre forme di amore (out) come se esse, vili e indegne, rappresentino armi bianche pronte a fendere  l’anima della natura. Succede che vengano innalzati muri e recinzioni, sia reali che culturali, che determinano condizioni umani differenti, alcune vere e utili (in), altre inesistenti e inutili (out).

Collegare questi dispositivi di differenziazione e di generalizzazione ai comuni meccanismi cognitivi e psicologici degli individui, però, non vuol dire considerarli inevitabili e, tout court, ineliminabili, ma piuttosto accettare il fatto che nessuno può dirsi immune e iniziare a lavorare sui meccanismi che ne stanno alla base, riconoscendoli e modificandoli. La formazione umana, l’evoluzione culturale, la possibilità di entrare in contatto con l’altro al di là del muro possono essere validi strumenti che, proprio come un piccone, iniziano ad incidere e a indebolire i muri che dividono oltre i quali in e out possono incontrarsi non solo come gruppi o come categorie sociali, etniche, culturali e umane, ma come individui.

Erigere un muro può essere semplice, mentre abbatterlo richiede impegno ed uno spirito critico in grado di comprenderne il vero significato e la portata. Ognuno di noi, in quanto attore sociale[5], deve essere in grado di riconoscere alcuni modelli educativi e abbandonare alcune istruzioni mentali) distanziandosi, così, dalle storture dei propri schemi culturali. È proprio questo che fa l’evoluzione. Solo così potremo iniziare a costruire i ponti di cui parlava Newton, aprire tutte le porte senza aver paura della corrente che si può generare e dare cosi un seguito positivo alle parole che  Walter Ulbricht, leader della DDR, pronunciò nel 1961: «Nessuno ha intenzione di costruire un muro». Esattamente due mesi dopo, tra il  13 e il 18 agosto del 1961, fu eretto il muro di Berlino.

 

 

[1] Zanini P., Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, Mondadori,Milano, 1997, p. 62.

[2] G.W.Allport (1954), The nature of prejudice, trad. it., La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze, 1973.

[3] W. Lippmann (1922), Public Opinion, trad. it., L’opinione pubblica, Donzelli, Roma 1995.

[4] Per un approfondimento: H.Tajfel, Gruppi umani e categorie sociali, Il Mulino, Bologna, 1999.

[5] R.Gallissot, M. Kilani, A. Rivera, L’imbroglio etnico in quattordici parole – chiave, Dedalo, Bari, 2001.

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