EXAGERE RIVISTA - Maggio - Giugno 2024, n. 5-6 anno IX - ISSN 2531-7334

I social, la grande madre ambigua. Intervista a Guerino Nuccio Bovalino

di Gianfranco Brevetto

Il paradiso terrestre è possibile? alcuni pensano di sì, di arrivarci attraverso la tecnologia. Con l’IA tutto appare possibile. Una fuga ossessiva dalla realtà dalla realtà, tra Algoritmi e preghiere come fa notare Guerino Duccio Bovalino, membro del Laboratoire d’Études Interdisciplinaires sur le Réel et les Imaginaires Sociaux all’Université Paul Valéry di Montpellier e del CEAQ, Centre d’Études sur l’Actuel et le Quotidien, nell’ omonimo volume edito dalla Luiss University Press.

Nel suo interessante saggio parte da un evento a lei caro al quale ha assistito nella sua giovinezza. All’avvicinarsi minaccioso di una tromba d’aria, le donne dei pescatori del Sud, sfidavano, coltello alla mano, l’avvicinarsi di questa sciagura. Più che sull’immagine poetica e inquietante, la vicenda fa emergere la necessità per l’uomo, di fronte all’assurdo dell’esistenza, di dare un senso, e magari rappresentare, come in questo caso, una improbabile lotta con gli elementi. Cosa significano e hanno significato queste pratiche salvifiche?

-L’uomo ha da sempre l’urgenza di comprendere il mondo, dargli un senso, illudersi di poterne controllare gli eventi. I rituali arcaici sono stati sostituiti nel corso dei secoli dalle varie religioni e infine dalla scienza. Ognuno di questi strumenti ha avuto ed ha il compito di dare l’illusione all’uomo di poter intervenire sulle cose del mondo. Mutare gli eventi. Non vi è differenza nelle intenzioni di chi invocava Nettuno per salvarsi da una tempesta nel mare, di chi prega Dio per salvarsi da un pericolo e di chi affida alle nuove tecnologie più sofisticate il compito messianico di trovare nuove cure, al fine di regalare all’uomo una vita priva di malattie e il più lunga possibile.

A proposito di senso, lei riprendendo una nota definizione, ce ne fornisce un’interpretazione doppia, anfibia, che è quella di la creazione di un’idea a partire da un’esperienza empirica e della sua relazione con il potere. In cosa si traduce questo meccanismo di addomesticazione di forze che sono all’uomo manifestamente superiori?

Il senso è innanzitutto il percepire col corpo e con l’intelletto. Esso rimanda anche alla dimensione figurativa di sensualità e appetito, ma soprattutto indica l’intelletto, l’intelligenza, il senno, che è il senso della ragione.

È fondamentale porre il concetto di senso in dialogo con quello di potere. Potere rimanda etimologicamente a due significati: colui che domina e colui che protegge. Il termine si declina quindi come forza che si impone, ma che allo stesso tempo difende. La radice pa- del termine potere è la medesima che forma i termini pane e padre, rimandando all’idea di una forza che è nelle mani di un sovrano che viene a essere pure un custode. Ed è proprio la dimensione domestica del potere che ci aiuta a sottolinearne le capacità di statuire un regime verticale e, contemporaneamente, di consentire la nascita di un ambiente che si pone come rifugio, casa comune. Una idea di potere che lo rende il medium con cui costruire un senso da attribuire alle cose del mondo e da condividere in una comunità.

Per venire adesso a uno dei temi centrali del suo volume, come si riproducono questi meccanismi umani nell’epoca dominata da internet e dagli algoritmi, in cui il singolo oscilla tra esibizionismi pubblici sui social a fronte di un’indifferenza comunitaria?

I media sono lo strumento che usiamo per dare senso e interpretare il mondo. Ancor di più, essi sono un surrogato materno. Come la psicologia insegna, grazie agli studi di Bowlby, la relazione fra la madre e il figlio è talmente complessa da poter assumere una forma patologica: è il caso delle sue riflessioni sulle conseguenze nello sviluppo futuro del bambino relativamente alle diverse modalità di attaccamento. Gli atteggiamenti ambigui della madre, fra attenzioni profonde e distacchi improvvisi, possono creare uno stato di confusione nel bambino al punto da renderlo incapace di comprendere le emozioni della madre. Tale ambiguità può far sorgere tendenze schizoidi nella fase adulta del soggetto. I media agiscono ugualmente, creando un’altalena di emozioni contrastanti: la nostra esistenza sui social è un continuo oscillare fra accettazione e respingimento, tesi come siamo fra l’attesa di un like in grado di darci una fragile gioia momentanea e la paura di non raggiungere con il nostro ultimo post il numero di condivisioni e di apprezzamenti che auspichiamo e ci attendiamo. I social, come una madre ambivalente, ci sommergono di attenzioni per poi costringerci a un improvviso e indecifrabile oblio. È l’affermarsi di quella che chiamo la società schizomediatica, dove i soggetti esplicitano un vissuto costantemente in bilico fra esibizionismi ricompensati e cadute negli abissi dell’indifferenza comunitaria della rete.

Con l’intelligenza artificiale, ci si propongono scenari che in parte sono ancora ignoti, o meglio non facilmente prevedibili. Tra un Frankenstein e un androide, credo che ci sia una bella differenza. Frankenstein, il nuovo Prometeo, è pur sempre un mito. Cosa c’è di diverso in un androide? In ultimo, non rischiamo in questo modo di aver trovato esattamente quello che temevamo, ossia l’impossibilità di ricomporre un senso? 

-Frankenstein è un personaggio di un romanzo che rappresenta il mito fondativo di una inedita configurazione dell’immaginario nell’epoca della rivoluzione industriale e della conseguente nascita della metropoli. Nato da un esperimento scientifico, Frankenstein è una creatura costituita da parti diverse di più corpi, una metafora della massa indistinta che ha con-fuso gli esseri umani nel magma indistinto della nuova metropoli, e ibridato gli stessi con le macchine con le quali operano nelle fabbriche e dalle quali sono agiti. L’Androide è invece un robot umanoide che la tecnologia ha reso sempre più complesso e sofisticato. È il futuro che va al di là della fantascienza descritta nei romanzi. L’IA è il software in grado di perfezionarli nella loro capacità di acquisire informazioni dagli umani e imitarli. Il senso è sostanza che si incarna in forme mutevoli. Infatti quella che ci pare essere la definitiva destinazione della ricerca di senso dell’uomo, ossia la tecnologia, probabilmente verrà deposta per far posto a una nuova e oggi non intuibile sorgente di senso per l’umanità.


Guerino Nuccio Bovalino

Algoritmi e preghiere

L’umanità tra mistica e cultura digitale

Luiss University Press, 2024

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