EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2019, n. 3 - 4 anno IV - ISSN 2531-7334
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Identità in viaggio: i bambini e gli adolescenti migranti tra appartenenza e diversità

di Francesca Rifiuti

 

 

Lampedusa: terra di arrivi e di storie

Quando sono arrivata a Lampedusa per la prima volta non sapevo cosa mi aspettava. Non sapevo dove stavo camminando, né dove portavano le strade. Non sapevo chi avrei trovato, quali sguardi avrei incrociato. Il progetto di Ibby Italia per la costruzione di una biblioteca per bambini e ragazzi in mezzo al Mediterraneo era ancora nelle fasi iniziali e io volevo farne parte, sentivo un’urgenza di conoscere, capire e mettermi in contatto con un’Italia diversa da quella che ogni giorno viviamo nella quotidianità delle cose da fare, nella fretta delle nostre abitudini, nella pigrizia delle domeniche pomeriggio in centro città.

Dal mio primo passo su quel piccolo mondo in mezzo al mare, su quelle strade un po’ polverose, sotto quel sole brillante, nel forte respiro del vento, di una sola cosa ero assolutamente certa: proprio lì, ad aspettarmi, c’erano innumerevoli storie da ascoltare, da raccontare, da percepire anche soltanto attraverso un’interazione di pochi attimi.

Lampedusa è un posto fuori dal tempo, l’atmosfera è magica e la gente è di cuore. I Lampedusani sono una piccola parte della popolazione italiana, così amanti della loro terra e proprio per questa ragione così accoglienti nei confronti di chi ci arriva: sono pochi, ma fanno la differenza. Loro sono lì, sul molo, quando la Guardia Costiera accompagna i gruppi di uomini, donne e bambini che, dopo giorni e notti di navigazione e di incertezza, finalmente mettono un piede sulla terraferma. Sono lì a stringere loro le mani, a guardarli negli occhi, a regalare sorrisi e a dire loro quella parola, così semplice, ma così sottovalutata: “Benvenuti!”

 

Cultura, identità etnica e identità culturale

Per poter parlare di costruzione di identità nei contesti di migrazione, con un riferimento particolare all’infanzia e all’adolescenza, momenti cruciali di questo processo, c’è bisogno di fare un po’ di chiarezza riguardo ad alcune parole chiave: la prima che dobbiamo considerare è “Cultura”.

La letteratura etno-antropologica ci illustra come ogni società, secondo il proprio sviluppo storico, abbia elaborato un sistema culturale che racchiude valori, idee e relazioni sociali, tradizioni, modi di comunicare, norme etiche, religiose e sociali e comportamenti. Questo sistema, che è detto cultura, si è sviluppato nel corso della storia e si è tramandato nel tempo tramite due tipologie di trasmissione: una verticale, che si basa sull’apprendimento da una generazione all’altra (tutto ciò che ci viene consegnato dai nonni o dai genitori) e una orizzontale, che coinvolge le interazioni con i pari.

Un secondo importante concetto da analizzare è quello dell’Identità Etnica.

Secondo Tajfel e Turner essa è legata a un’attribuzione di valore dai connotati emotivi verso la propria appartenenza a un gruppo specifico. E’ un concetto che quindi si lega strettamente a quello di identità culturale. Phinney (1996) sottolinea come l’identità etnica racchiuda processi psicologici e comportamentali riferiti a vari ambiti: quello della consapevolezza etnica, ovvero la discriminazione tra ciò che fa parte del proprio gruppo e ciò che è esterno; quello della autoidentificazione etnica, riferito al modo in cui ogni individuo si definisce in funzione del proprio gruppo; quello dell’atteggiamento etnico, che riguarda i connotati affettivi circa l’appartenenza al proprio gruppo e infine quello dei comportamenti etnici, legato ai pattern comportamentali che sono derivati dall’identificazione con un gruppo etnico. I processi di sviluppo della propria identità etnica e gli esiti dei processi di acculturazione contribuiscono alla costruzione dell’identità culturale.

A livello individuale si parla di identità culturale come di un tipo di identità sociale che si riferisce all’essere membro di un gruppo culturale, etnico o di altri gruppi con cui si condividono caratteristiche culturali, storiche, genetiche. L’identità culturale individuale è soggetta a cambiamenti in funzione dell’interazione con altri individui e dell’esposizione a diverse situazioni culturali; essa integra sia la cultura del gruppo di appartenenza (acquisizione di credenze, valori, lingua, comportamento, usanze), sia gli aspetti legati alla personalità individuale, come le esperienze di vita, i traumi, i ruoli sociali e gli aspetti del proprio status.

È quindi anche nell’interazione con l’Altro, che la nostra identità prende forma, lentamente, ogni giorno. Riprendendo l’idea di Simmel, si può quindi affermare che il carattere fondante dell’Io è dato dal suo trascendersi continuamente, in un movimento incessante di conoscenza di Sé e dell’Altro, movimento nel quale si coglie tutta la continua trasformazione a cui può essere sottoposta la cultura. L’identità è quindi un processo anziché un dato, nonostante spesso si incorra nell’errore di considerarla come un carattere innato dell’individuo.

 

“Chi sono?”: il dilemma del migrante e il processo di integrazione

Abbiamo visto quindi come l’identità sia un processo che comprende al suo interno una dimensione di tipo biologico, storico e familiare, ma anche una componente di tipo sociale ed esperienziale, che per i bambini ha a che fare soprattutto con le relazioni con il gruppo dei pari e con le esperienze scolastiche. Ecco che il dilemma del “chi sono?” diventa tangibile: il bambino migrante si trova a dover fare i conti con varie appartenenze, tutte diverse tra loro.

Amilcar Ciola affermava che il migrante è una persona che sta “seduta tra due sedie”, senza riuscire mai a raggiungere stabilità. Provate anche voi ad assumere questa posizione, riuscirete a percepire con il vostro corpo una sensazione di completa instabilità, un timore di perdere l’equilibrio e l’impossibilità a raggiungere una postura comoda. Ecco, il migrante vive questo disequilibrio: non sta del tutto nel paese d’accoglienza, ma neanche è rimasto al paese d’origine. È in continua oscillazione tra la cultura e l’identità etnica della famiglia d’origine e ciò che esperisce nelle relazioni con i pari del paese d’accoglienza. Oscilla tra due lingue, quella originaria e quella parlata nel nuovo paese. Oscilla tra il passato doloroso prima della partenza e il presente nella società ospitante, ma anche il futuro, ricco di aspettative e speranze, ma anche di paure e di ansie. Oscilla tra la stabilità nel nuovo luogo e la transitorietà della condizione di ospite.

La migrazione dà vita quindi a un processo di integrazione difficile e lungo, che si snoda tra due poli opposti: la rinuncia alla propria individualità (perché la terra d’origine è troppo lontana e la nuova terra troppo diversa) e lo sforzo costante di mantenersi come si era prima del viaggio, di continuare a sentirsi se stessi in tutto, senza rinunciare alla storia familiare, ai racconti dei genitori, a un passato che non si può negare.

Spesso, i bambini e gli adolescenti, che nelle loro esperienze sociali e scolastiche si rendono conto di far parte di una minoranza, desiderano ardentemente staccarsi da essa e iniziare ad appartenere alla maggioranza e per fare ciò danno avvio a un processo di distacco dalla loro famiglia d’origine: iniziano a parlare solo la lingua locale, seguono le mode del momento, cercano un’assimilazione che annulla quell’aspetto identitario che li lega alla storia familiare, al passato.

Di fondamentale importanza, quando si parla di costruzione dell’identità nei figli della migrazione, è distinguere l’assimilazione dall’integrazione. Quando si parla di assimilazione ci si riferisce a una totale trasformazione del gruppo minoritario per entrare a far parte della maggioranza. In questo modo le differenze non vengono valorizzate, è come se il migrante fosse nativo del paese ospitante, ma di fatto continuerà sempre a non esserlo. L’identità viene disintegrata e una importante parte della storia dell’individuo mandata nel dimenticatoio.

Parlando di integrazione invece, possiamo immaginarci un processo continuo di cambiamento e valorizzazione reciproci, uno scambio di abitudini, sapori, norme, tradizioni, lingue e valori. Un po’ come dare vita a qualcosa di nuovo e di unico, mai esistito prima, che non è né la cultura del paese d’origine, né quella del nuovo paese.

Sicuramente dare vita a un vero e proprio processo di integrazione è molto difficile, dal momento che spesso i protagonisti dei processi migratori vivono un contrasto che sembra non avere soluzione, come se l’uno non potesse stare dove l’altro sta, come se ascoltarsi e guardarsi negli occhi fosse impossibile, come se prevalesse la paura di essere “contaminati” dallo straniero. Per dirlo con le parole di Cecilia Edelstein:

“Spesso mi sembra che si entri in contatto con l’immigrato come se fosse nato dopo la sua partenza, con lo sguardo rivolto in avanti e con l’aspettativa della costruzione di una nuova vita. Il migrante invece arriva con lo sguardo indietro verso ciò che ha lasciato. In questo modo, migrante e nativo, al momento dell’incontro, si volgono metaforicamente le spalle.” (Edelstein, 2000).

 

L’importanza di voltarsi, di decidere di non darsi più le spalle, di guardarsi, di poter dare una parte di noi all’Altro e di riuscire ad accettare che l’Altro possa donare una parte di sé a noi: tutto questo è alla base di un processo di integrazione che parte dal presupposto che i bambini e gli adolescenti migranti, con i loro vissuti e le loro storie, devono avere il diritto di preservare tutte le sfumature della loro identità, evitando che qualcosa venga dimenticato, rimosso, seppellito nelle pieghe della memoria.

 

Dare voce alle storie di migrazione: un presupposto per la costruzione dell’identità

 

Molte volte i genitori pensano che sia giusto “proteggere” i figli dal racconto della migrazione, dai ricordi, dalle rappresentazioni e dai vissuti legati al periodo precedente il viaggio e ai difficili momenti della prima fase migratoria. Infatti, molto spesso il trauma della migrazione è solo successivo ad altri eventi traumatici vissuti in precedenza: la migrazione è una scelta, fatta per uscire da una condizione insostenibile. I genitori privano quindi i figli della narrazione della loro storia, ritenendolo la giusta modalità per evitare loro la sofferenza, la nostalgia e a volte anche la vergogna. Quello che succede è però l’esatto contrario. I figli hanno bisogno di sapere da dove vengono, di sapere “in che lingua sono nati”. In questo modo invece sono tenuti all’oscuro e la costruzione di un solido e armonico senso di identità diventa ancora più difficoltosa. Attraverso questo pesante silenzio, il trauma della migrazione invece di essere elaborato e superato, viene trasmesso di generazione in generazione, come un germe nascosto, pronto ad innescare effetti disastrosi nella vita dei figli dei migranti.

Le storie, se raccontate e non dimenticate, sono un importante punto di incontro e di scambio per i bambini e gli adolescenti migranti che frequentano le scuole del paese di accoglienza.

Tutti i bambini sono, nella maggior parte dei casi, molto curiosi di conoscere le storie dei loro compagni che vengono da lontano. Vorrebbero condividere con loro giochi e tradizioni, sapere cosa c’è in comune nonostante la lontananza. Spesso però non sanno come avvicinarsi, hanno timore a fare il primo passo, quel timore misto a curiosità che è normale avere quando ci troviamo di fronte a una persona che ancora non conosciamo. Un timore che anche i bambini migranti hanno, per le stesse ragioni. Diventa quindi fondamentale la collaborazione degli adulti di riferimento, che potranno dare il via a quel piccolo viaggio che serve per trovare un punto di incontro a metà strada tra due mondi. Una volta raggiunto questo spazio intermedio, può crearsi una condivisione importante, uno scambio di storie, idee, suoni, profumi e sapori che arricchisce e valorizza tutti i protagonisti, pone le basi per una convivenza positiva e per lo sviluppo di un buon clima relazionale e di un sé solido e consapevole.

 

Due bandiere possono stare dentro a un’identità?

Avviare un buon processo di integrazione richiede un lavoro lungo e creativo, tanti fili devono essere intrecciati in modo da poter dare forma a un’identità che racchiuda tutto, dando spazio e valorizzando, permettendo al bambino migrante di poggiare la valigia, fare un bel respiro e immergersi serenamente nella vita del paese ospitante. Si può stare qui, rimanendo in parte là. Si può crescere, prendendo dall’Altro qualcosa che ci sarà utile in futuro, scambiandoci vissuti, aspetti culturali, emozioni, sguardi di intesa e piccoli aspetti che arricchiscono il nostro senso di identità individuale. Il processo di integrazione serve ai bambini, agli adolescenti e agli adulti migranti, ma serve anche a noi: perché l’identità è un fiume e non uno stagno, è continuo fluire e cambiare e non immobile staticità.

Ricordo un pomeriggio di lavoro alla biblioteca a Lampedusa, qualche anno fa. A darci una mano c’erano i ragazzi sopravvissuti al terribile naufragio del 3 Ottobre 2013: spacchettavano con noi tutti i libri che erano arrivati in dono per il progetto, li mettevano in ordine, li sfogliavano con curiosità. Accanto a me, un ragazzo eritreo guardava le bandiere del mondo su un bellissimo atlante illustrato. Si avvicinò a me e per un poco osservò le pagine del libro con attenzione, finché non individuò la bandiera dell’Eritrea. Con il dito la indicò e poi si appoggiò tutta la mano sul petto, come a dire: “Questo sono io, quella è la mia terra”. Gli occhi diventarono lucidi e mostrarono tutta l’amarezza, la stanchezza del viaggio, la speranza di poter ricominciare. Guardandolo, vissi con lui una parte di ciò che gli girava dentro in quel momento, sentii di aver fatto esperienza di qualcosa a me sconosciuto, di un dolore immenso ma anche del più grande carico di speranza. Allora feci lo stesso: cercai la bandiera dell’Italia e feci i suoi stessi gesti, questa volta però indicando prima me stessa e poi lui. Capì quello che il mio gesto voleva dirgli, sorrise. Ricominciammo a mettere in ordine libri e scatoloni, con il suono dello scirocco a farci compagnia.

 

 

Riferimenti bibliografici

Andolfi, M. (A cura di). (2004). Famiglie immigrate e psicoterapia transculturale. Franco Angeli.

Chiozzi, P. (2008). Antropologia della libertà. Bonanno Editore.

Ciola, A. (1997). Stare qui stando là. Terapia Familiare (54).

Edelstein, C. (2007). Il counseling interculturale. Un modello di intervento pluralista. Connessioni, vol. 19, 2007, pp. 121-140.

Phinney, J. S. (1996). Understanding ethnic diversity. The American Behavioral Scientist, 40, 143-152.

Tajfel, H., & Turner, J. C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. The social psychology of intergroup relations.

 

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