EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2018, n. 7-8 anno III - ISSN 2531-7334
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Il concetto di token e la catena della punizione. Intervista a Fabio Celi

intervista di Luigi Serrapica

La teoria cognitivo-comportale sta acquisendo un discreto seguito presso le istituzioni scolastiche e i pedagogisti: il concetto di ‘token’, una sorta di premio, una gratificazione, promette di spezzare la catena della punizione come unico strumento educativo. Stando alle osservazioni di Fabio Celi, docente di Psicopatologia dello sviluppo all’Università di Parma, la cosiddetta ‘token economy’ ha ricadute positive sugli alunni, anche quelli che presentano disturbi dell’attenzione. Abbiamo proposto al professor Celi alcune riflessioni sulla punizione e gli strumenti educativi, specialmente in età scolare.

– Professore, la punizione è una menzogna educativa?

– Per educare nel lungo periodo, la punizione non va eliminata tout court. Bisogna osservare il rapporto fra costi e benefici: un bambino Adhd, che soffre di un disturbo dell’attenzione e dell’iperattività, potrebbe essere contenuto con una mutanda che rilascia scariche elettriche a ogni suo movimento, come punizione. Il bambino resterebbe seduto per non sentire le scariche, ma al comportamento motorio non corrisponderebbe un virtuoso atteggiamento di attenzione: ecco, con questo atteggiamento educativo paradossale si toglie spazio alla gratificazione che, invece, ha più efficacia. La punizione va usata con cautela, bisogna essere consapevoli degli effetti potenzialmente dannosi: essa è un farmaco “maneggevole”. Se decido di punire, è perché è il metodo giusto per educare o per scaricare una tensione? Ecco, la menzogna educativa è questa: chi punisce, in realtà, non sta punendo l’alunno, ma premia se stesso scaricando il proprio nervosismo.

– Perché il token è uno strumento educativo?

– La punizione andrebbe annunciata, programmata o concordata. La punizione che cade come un fulmine di Zeus non è produttiva. Il token, invece, mette in chiaro prima le regole: la gratificazione arriva quando si raggiungono gli obiettivi programmati. Il rinforzo positivo permette l’introiezione della regola, come nel comportamentismo puro, con attenzione al ruolo dell’educatore: occorre che tra lui e gli alunni vi sia fiducia, vero centro di gravità del rapporto significativo. Del resto, rinforzare un comportamento positivo, è rinforzante per l’educatore stesso; punire, al contrario, è stancante. Quello che si propone è un cambio di paradigma educativo che si comincia a vedere anche ai vertici delle aziende private. Non si cercano più dei manager, ma un leader che guida, coordina e fa cooperare. Riconosco che è difficile proporlo, è una difficoltà concettuale. Nessuno ha più il coraggio di dire “Punirò il bambino”, ma a scuola, in ogni classe, si continua a punire e a urlare. Bisognerebbe avvertire prima di punire e, quando lo si fa, bisogna far seguire un “mi dispiace punirti, ma…”alla punizione stessa a cui, a sua volta, si deve ricorrere in scienza e coscienza.

– I critici della token economy contestano il ricorso al comportamentismo come forma educativa, quasi fosse un ‘addestramento’. Perché questa metodologia ha valore?

– Se il comportamentismo funziona, perché non usarlo? Propongo un esempio: tutti sappiamo che il principio attivo di un farmaco, che è quello che cura le malattie, non ha un buon sapore. E tutte le case farmaceutiche inseriscono il principio attivo in una confettatura più gradevole che gli permette di scivolare più agevolmente: la token, il rinforzatore, è quello che ‘confetta’ la regola.

– In alcuni suoi interventi pubblici, lei ha parlato di “comportamentismo ben temperato”: di cosa si tratta?

Tutto ruota attorno alla relazione adulto-bambino, o – per rimanere in ambito scolastico – educatore-alunno, ma anche a quella fra ricerca universitaria e pratica didattica. Con il comportamentismo ben temperato guardiamo alla teoria di base, alle osservazioni teoriche, ma poi cerchiamo di accordarle con la pratica quotidiana degli insegnanti secondo le esigenze della classe e dei bambini: contestualizzare e capire può portare dei risultati

– In un mondo in cui tanti invocano “punizioni  esemplari” per chi sbaglia. La gratificazione può avere un valore anche nell’ambiente del carcere?

– Esco dal mio campo specifico di studi, lo voglio sottolineare, ma anche in questo ambiente – dove si punta alla rieducazione – rovesciare il paradigma può attivare comportamenti positivi: gratificare per le piccole cose buone è meglio che cercare occasioni per punire ulteriormente. Le ricerche dimostrano che la recidiva cala quando si ricorre a pene alternative al carcere. Non si tratta di buonismo, ma premiare e incentivare quelle azioni che sono utili alla società: è utile per tutti e non c’è niente di regalato in questa prospettiva. Ti chiedo un comportamento difficile, lo so, ma se riesci a mantenerlo, ti premio.

 

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