EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
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Il disordine annuncia un nuovo ordine? Una modernità da ridefinire.

di Traki Zannad  Bouchrara

(ITA/FRA – testo in lingua originale in fondo)

L’ordine e il disordine costituiscono delle nozioni astratte. Si tratta di un’eredità hegeliana che ha segnato il pensiero delle filosofia occidentale. Questo pensiero definisce il reale, come un tutto, un sistema, una razionalità, una regola universale: un’ambizione totale.

Non  ci si può addentrare nel pensiero sociologico post moderno, in questo realismo puramente teorico. Non ci sono più legami astratti tra lo Stato e la società. S’impone, invece, un approccio micro-sociologico.

Siamo passati, negli ultimi trent’anni, da una sociologia strutturalista che fa astrazione dal ruolo di attore sociale e della sua umanità, a una sociologia dell’azione che impone, nelle sue analisi, il ruolo dell’attore sociale nelle dinamiche interne del cambiamento.

Ed è in questo modo che le nozioni dell’ordine e del disordine sono divenuti concetti che traducono oggi una sociologia del non razionale, quella della sociabilità sensibile, della via quotidiana ( per dirla con Michel Maffessoli) , del vissuto, quello dell’impatto della memoria collettiva degli attori sociali sui legami sociali[1].

Nel corso degli anni, durante le mie ricerche,  ho compiuto molti studi seguendo questa traccia, quella di una sociologia dei sensi, delle emozioni collettive e del loro ruolo nel cambiamento sociale. Esiste un potenziale di emozioni  che determinano  questa relazione tra memoria collettiva e i legami di solidarietà situati negli spazi comuni. Ma di cosa parliamo qui? Si tratta di analizzare il grado di resistenza degli immigrati all’ assimilazione nei paesi di accoglienza, relativamente alla seconda generazione, i giovani.

In effetti, la loro identità di giovani immigrati, i “beurs[2]”, porta con sé la collera, la rivolta, il bisogno di ritrovarsi con un noi che abbia la stessa storia d’origine geografica e religiosa.  Si riuniscono a loro degli altri convertiti anche di origini agiate. Il fenomeno diventa internazionale. Esprime il malessere dei giovani, i più fragili. Questa memoria di resistenza è, per la seconda o terza generazione di origini Nordafricane, un  bastione. Come se l’eredità negativa di una memoria d’adattamento dei loro genitori avesse tessuto in silenzio questa resistenza. Alcuni di loro si rivoltano contro un’ingiustizia socio economica. Delusi, disincantati, creano una solidarietà virtuale, quella dei social media di internet, oltre quella urbana, dei quartieri periferici delle grandi città, nei quali sono nati e sono  diventati adulti. Cercano un’identità spirituale che ha come ispirazione l’Islam. Sognano un Islam puro che sarà una sorta di rivincita contro quello che percepiscono come frustrazione, umiliazione, razzismo.  Inizia per loro un meccanismo di rifiuto dell’identità sociale, di diritto al suolo. Oggi, il mondo é sotto minaccia di un disordine che durerà ancora per decenni.

Una complessità metodologica è necessaria in queste analisi. Poiché la percezione del fatto sociale va a collegarsi  con il disordine, un fenomeno di “effervescenza sociale” e di anomia, queste due nozioni durkheimiane sono state utili e operatorie durante i nostri anni di ricerca. Lo studio del fatto anomico, che appare disordine, annuncia un nuovo cambiamento, un nuovo ordine. Come definire questo nuovo ordine?

Io considero il corpo come un dato di visibilità sociale. Questo fa parte di un duplice progetto, quello del singolare e del plurale. Il corpo terrorista trasgredisce le leggi. È fuori del tempo reale. È fuori norma. Il registro psicologico degli esecutori interferisce qui con il registro dei mandanti degli atti terroristici.

Siamo in presenza di un soggetto utopico, un progetto sconosciuto, che sfugge a qualsiasi controllo. Si nutre dell’insostenibile. Gli  autori desiderano annientare tutti quelli che non aderiscono al loro ideale. Condannano la materialità e aspirano a un cambiamento sociale che implica la modificazione dei rapporti di forza. Viviamo nell’ora di un’ideologia dell’estremo e che prende a prestito dalla religione islamica dei progetti “anteriori”,  messi in atto durante l’espansione dell’Islam con la forza della fede e non delle armi. La storia ce lo dice: l’Islam non ha mai forzato i popoli conquistati a cambiare la loro religione.

Quale Jihad? Un momento di storia passata ed oramai compiuta. Perché ora? Si tratta di un “complotto” esterno all’Islam? chi si nasconde dietro? Nelle opinioni raccolte per la strade di molti paesi arabi si tratterebbe di una macchinazione da far risalire a  Israele  e agli Stati Uniti.

Ma  Daech non è che un “agenzia” di reclutamento di giovani disperati, fragili, di origine mussulmana e non, che aspirano ad un nuovo mondo, un nuovo ordine mondiale.

Definire le poste  in gioco di questi disordini sociali che osserviamo oggi, implica la ridefinizione della nozione di modernità. La modernità è ostaggio di una nebulosa non controllabile.

Come rendere conto di questi campi complessi di credenze, di sentimenti che trasformano l’ordine in disordine nei quali interferiscono le nuove solidarietà [3]. Assistiamo da tempo, a un’internazionale del terrorismo, non programmata secondo le teorie classiche delle scienze politiche e sociologiche, un movimento imprevedibile che precede e mette in scacco il potere. Qui non si tratta né di legami di sangue, né di legami di ragione. Si tratta di sentimenti manipolati da una pseudo-ideologia in mano di pseudo-religiosi di cui s’ignorano le loro origini ei loro itinerari reali.

Non possediamo analisi sociologiche di ricerca di questo nuovo fenomeno anomico. Anche i giornalisti che pretendono di essere esperti del mondo Arabo, sono o meno coscienti che si sostituiscono ai sociologi? Fino a dove, fino a quando? Come qualificare l’inqualificabile?

Siamo testimoni qui, come altrove, di una forza di distruzione illimitata. Essa ci apre gli abissi del non-senso. Viviamo, in quanto ricercatori, una rottura epistemologica. Capiamo che queste azioni terroristiche, destabilizzano le strutture. Sono delle “ forze autonome di azione”. Costituiscono delle forme d’esasperazione che trasformano profondamente l’agire e i corpi. Richiamano “all’infinito”, un infinito senza limiti.

 

(trad. G. Brevetto)

 

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L’ordre et le désordre constituent  des notions abstraites. Il s’agit d’un héritage hégélien  qui  a marqué la pensée philosophique occidentale. Cette pensée définit le réel, comme un tout, un système, une rationalité, une règle universelle; une ambition totale.

On ne peut s’investir dans la pensée sociologique post moderne, dans ce réalisme purement théorique. Il n’y a plus de liens abstraits entre l’Etat et la société. L’approche micro-sociologique s’impose.

Nous sommes passés, ces trente dernières années, d’une sociologie structuraliste qui  fait abstraction du rôle de l’acteur social et de son humanité à une sociologie de l’action qui impose dans ses analyses le rôle de l’acteur social dans les dynamiques internes du changement.

C’est ainsi que les notions  de l’ordre et du désordre deviennent des concepts qui traduisent aujourd’hui une sociologie du non rationnel, celle de la sociabilité sensible, de la vie quotidienne (Michel Maffesoli), du vécu,  celui  de l’impact de la mémoire collective des acteurs  sociaux  sur les liens sociaux (G. Pecchinenda, Traki Zannad), voir l’ouvrage : «La mémoire collective des femmes méditerranéennes dans l’émigration.» Paris,édit Publisud, 2001.

Durant des années de recherches,  j’ai pu avancer sur cette piste,  celle d’une sociologie des sens, des affects collectifs et leur rôle dans le changement social. Ainsi, il  existe  un potentiel   d’affects qui déterminent cette relation entre la mémoire collective et les liens de solidarité situés dans des lieux communs. Mais de quoi parlons nous ici? Il s’agit d’analyser le degré de résistance des émigrés à l’assimilation dans les pays d’accueil, concernant la deuxième génération, les jeunes.

En effet, leur identité de jeunes émigrés, les « Beures », porte la colère, la révolte et le besoin de se retrouver avec un nous qui a la même histoire d’origine géographique et religieuse, se joindront à eux d’autres convertis et même d’origine aisée. Le phénomène devient international. Il exprime le mal être des jeunes, les plus fragiles. Cette  mémoire de résistance sera, pour la deuxième et la troisième génération d’origine Nord Africaine, un bastion. Comme si l’héritage négatif d’une mémoire  d’adaptation de leurs parents aura tissé  en silence cette résistance. Certains de ces jeunes se révoltent contre une injustice socio économique. Déçus, désabusés, ils vont créer une solidarité virtuelle, celle des réseaux sociaux de l’internet, en plus de celle urbaine, des quartiers périphériques des grandes villes, dans lesquels ils sont nés et ont grandi. Ils recherchent une identité spirituelle qui prend comme source d’inspiration l’Islam. Ils rêvent d’un Islam pur qui sera une sorte de revanche contre ce qu’ils ressentent comme frustrations, humiliations et racisme. Commence pour  eux un mécanisme de rejet de l’identité locale, du droit au sol. Aujourd’hui, le monde est sous la menace d’un désordre qui  va durer des décennies encore.

Une complexité  méthodologique s’impose dans ces analyses, puisque la perception du fait social va s’attacher à voir dans le désordre, un phénomène “d’effervescence” sociale et “d’anomie”, ces deux notions Durkheimiennes ont été utiles et opératoires durant nos années de recherches. Ainsi  l’étude du fait anomique qui parait un désordre, annonce un nouveau changement, un nouvel ordre.

Comment définir ce nouvel ordre ?

Je désigne le corps comme une donnée de visibilité sociale. Il est dans un double projet, celui du singulier et du pluriel. Le corps terroriste transgresse les lois. Il est hors du temps réel. Il est hors norme. Le registre psychologique des exécutants interfère ici avec le registre des commanditaires des  actes terroristes.

Nous sommes en présence d’un sujet utopique, un projet inconnu, qui échappe à tout contrôle. Il se nourrit de l’insoutenable. Ses acteurs désirent anéantir tous ceux qui n’adhérent pas à leur idéal. Ils condamnent la matérialité et aspirent à un changement social qui implique la modification des rapports de force. Nous vivons à l’heure d’une idéologie de l’extrême et qui  emprunte à la religion islamique des projets ¨antérieurs¨ qui n’ont duré que pendant l’expansion de l’Islam par la force de la foi et non  des armes. L’histoire le dit, l’Islam n’a jamais forcé les peuples conquis à changer leur religion.

Quel  Jihad ? Un moment de l’histoire  passé et  révolu. Pourquoi maintenant ? S’agit-il d’un  « complot »  extérieur à l’Islam,  qui est derrière ?

Selon l’opinion publique de la rue dans les pays arabes on croit à une machination  Israélo Américaine.

Daiêch n’est qu’une «agence» de recrutement de jeunes désespérés, fragiles d’origine musulmane ou non et qui aspirent à un nouveau monde, un nouvel ordre mondiale.

Définir les nouveaux enjeux de ces désordres sociaux que nous observons dans le monde d’aujourd’hui, impliquent de redéfinir la notion de la modernité. La modernité est l’otage d’une nébuleuse non contrôlable.

Comment rendre compte de ces champs complexes de croyances, d’affects qui transforment l’ordre en désordre  dans lequel interfèrent les nouvelles solidarités (Jean Duvignaud : La solidarité, liens du sang, liens de raison. E. Fayard, Paris 1986). Nous assistons, depuis un certain temps, à une internationale du terrorisme, non programmée par les théories classiques des sciences politiques et sociologiques, une mouvance imprévisible qui précède et met en échec le pouvoir. Il ne s’agit là ni de liens de sang ni de liens de raison. Il s’agit d’affects manipulés par une pseudo idéologie aux mains de pseudo religieux dont on ignore tout sur leurs origines et leurs itinéraires réels.

Les analyses sociologiques d’investigations de ce nouveau phénomène anomique nous  manquent. Les journalistes ainsi que ceux qui prétendent être des experts du monde Arabe  sont ils conscients ou inconscients qu’ils se substituent aux sociologues, jusqu’où et jusqu’à quand ? Comment qualifier le non qualifiable ?

Nous sommes témoins ici et ailleurs d’une force de destruction illimitée. Elle ouvre les abîmes du non sens. Nous vivons en tant que chercheurs une rupture épistémologique. Nous comprenons que ces actions terroristes, déstabilisent les structures. Ce sont « des forces autonomes d’action ». Elles constituent des formes  d’exaspération qui transforment profondément les conduites et les corps. Elles appellent à «l’infini», un infini sans limites.

 

 

[1] Cfr. G. Pecchinenda, T. Zannad, , La mémoire collective des femmes méditerranéennes dans l’émigration, Publisud, Paris, 2001)

[2] Discendenti di immigrati dell’Africa del Nord, nati in territorio francese (NdT).

[3] Cfr. Jean Davignaud, La Solidarité, lien du sang, lien de raison, E. Fayard, paris, 1986

 

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