EXAGERE RIVISTA - Marzo/Aprile 2018, n. 3-4 anno III - ISSN 2531-7334
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Il paradigma di Ireneo Funes

di Silvia Rosati

Non è sufficiente che io ti blocchi in rete, che cancelli le notizie di te e del resto o che sia io a nascondermi al mondo: tu ed il mondo e l’immagine mia in quel mondo  mi comparirete davanti ancora e  mi resterete attaccati in una sorta di memoria epidermica, viva e presente quanto una percezione sensoriale.

Ed io, cittadino dell’era digitale, continuerò a   vagare insonne, novello Ireneo Funes  bergsoniano, nel  mondo sovraccarico di dettagli, nel “vaciadero de bassura” o discarica della memoria che spesso è la rete, privo della speranza di dimenticare   e del diritto all’oblio di me e degli altri.

E’ questo il mondo delle interconnessioni che lasciano poco spazio al pensare, perché pensare è astrarre  e la mia è la condizione di chi offuscato fa fatica a dormire, perché dormire significa “distraerse del mundo”, riuscire a dimenticarselo.

E nella Rete, così come nel cervello di Funes, paradigmatico personaggio uscito dalla penna di Borges, in un racconto del 1944 della raccolta Ficciones, ogni impressione lascia traccia indelebile, ogni gesto viene registrato e conservato e l’accesso a questa memoria è libero, incontrollato, estremamente semplice, pericolosa origine dell’insonnia acritica di fragili internauti.

Memoria e l’Oblio sono processi fondamentali per  la generazione digitale che ha fatto della raccolta, pubblicazione ed archiviazione dei dati il suo credo inderogabile e la sua missione irrinunciabile. Parlare di memoria e più ancora di oblio significa, dunque, comprenderne il significato in rapporto alla dimensione digitale delle nostre esistenze e delle nostre culture.

Eppure già  la civiltà classica aveva dato le sue lucide definizioni, anticipando di molto le speculazioni delle scienze umane di fine Ottocento – inizio Novecento e mostrandoci le coordinate entro le quali leggere l’attuale rivendicazione alla memoria ed il nostro diritto all’oblio.

Il mondo latino con il verbo recordari , da cui deriva il nostro italiano ricordare,    introduce un concetto che va oltre il semplice richiamare a mente. Recordari corrisponde a “rimettere nel cuore ” un pensiero, un’immagine, un volto, con un movimento di tenace resistenza al tempo, come suggerito dal prefisso “re”  che indica un’inversione di direzione. C’è un elemento di scollamento del fatto dal tempo e il  fissarsi del dato in una sfera diversa che è quella emotiva. E prima ancora già il mondo greco aveva distinto tra mneme e hypomnesis, il primo ad indicare la memoria, ma anche il ricordo e,  per metonimia, ciò che ci permette di ricordare altro e il secondo il ricordo di breve durata, a cui si è sollecitati da elementi estrinseci. Dalla radice *mne derivano tutti i verbi del ricordare, che declinano le sfumature di un processo che può avvenire in forma intima e personale – nella forma media del verbo mimneskomai – o come ricordo condiviso e che sollecita ricordi negli altri  – nella forma attiva incoativa del verbo mimnesko. Questa distinzione è evidente nel mito platonico di Teuth sulla nascita della scrittura, come raccontato nel Fedro, il dialogo di Platone, dove la scrittura è presentata come “medicina per la reminescenza – hypomneseos – e non per la memoria – mneme. E la scrittura , dunque, nella evidente polemica platonica ai testi scritti , garantirebbe solo la cura di una memoria estemporanea, che non corrisponde però ad un’esperienza profonda, ad un sapere vitale.

La memoria è un bene talmente prezioso da essere divinizzato :  Mnemosyne è il nome della dea, dalla cui unione con Zeus nacquero le Muse, custodi della memoria che le ha generate e che in loro ha partorito frutti perfetti. Della madre le Muse condividono l’esperienza di una memoria attiva, intesa non come serbatoio di ricordi, ma come pratica inesauribile che si traduce anche nella capacità di far ricordare e di tradursi in epos cioè in parola poetica.   Tra i doni che esse offrono al poeta Esiodo vi è infatti la memoria, soprattutto onomastica e catalogica, che si esprime perfettamente nella narrazione della stirpe di dei ed eroi, attraverso un canto che parte dall’origine, secondo una precisa idea di ordine e di rispetto delle priorità. Esiodo, descrivendo la propria investitura poetica, così narra nella Teogonia (vv. 31-34):

[…] e una voce m’ispirarono

divina perché celebrassi le cose che saranno e quelle che furono,

e m’ingiunsero di lodare la stirpe dei beati sempre viventi,

e di cantare loro sempre al principio e alla fine.

Il poeta parla per investitura divina, ma quel che conta qui è che il canto che le Muse insegnano presuppone una sapienza che si traduce nel rigore della narrazione. La voce del poeta epico si presenta come ripetizione della parola divina e cura della tradizione, conservata nell’armonia di un canto che riproduce l’ordine dei nomi e degli eventi, secondo una precisa successione temporale.

Eppure il poeta può ricordare il passato, anticipare il futuro, ma non può narrare il presente, che può essere solo vissuto con un’adesione totale alla sua estraneità.

Il poeta si consacra tale nel momento in cui supera la sua dimensione temporale per incontrare l’eterno in cui le Muse sono immerse e la memoria si traduce nella capacità di richiamare il passato nella costruzione poetica. Ma per fare questo la poesia non può essere solo memoria, deve essere necessariamente anche dimenticanza “oblio dei mali e ristoro degli affanni” , dice Esiodo nella Teogonia (v.55) . Perché la parola poetica possa sortire il suo effetto di sospensione e rapimento, il poeta chiede al pubblico un’adesione profonda, ma mai totale, un’identificazione non piena con quanto narrato[1]  La genesi della poesia si colloca, dunque, in quella sfera che la psicologia   secoli dopo avrebbe definito come memoria a lungo termine, distinguendola da quella a breve termine intesa come capacità di richiamare informazioni appena assunte e che a partire da E. Tulving si è soliti dividere  in tre diversi sistemi: la memoria procedurale, quella semantica e quella episodica.[2]   Memoria semantica ed episodica rappresentano, dunque, quella memoria dichiarativa, in grado di rappresentare il mondo o il passato – in contrapposizione alla memoria abituale o procedurale, che rappresenta il requisito di  abilità pratiche e non ha obiettivi rappresentativi.  E se la prima aspira alla verità della parola e alla sacralità della poesia degli antichi, la seconda aspira all’efficacia e corrisponde di solito alla capacità tecniche del corpo di cui non si ha consapevolezza linguistica.

Insomma la nascita della  poesia, in particolare l’oralità poetica del mondo classico delle età arcaiche si spiegherebbe con  quella che Frederic C Bartlett, agli inizi degli anni ’30 definiva come visione “interpretativa” della memoria concependola come uno  “sforzo verso il significato” (an effort after meaning) e cioè  “non come  la mera  capacità di immagazzinare dati passati, ma come un processo di ricostruzione che, partendo dagli interessi e dalle conoscenze presenti del soggetto, tenta di ricostruire a posteriori il significato del ricordo”.[3]

Ciò apre la considerazione agli aspetti sociali del ricordare, che si colloca come processo collocato storicamente. In particolare secondo Maurice Halbwachs, seguace di Durkheim  e autore di tre importanti libri sul tema della memoria, l’atto individuale del ricordare è  possibile solo sulla base di “quadri sociali”  che sono logicamente antecedenti a qualsiasi singolo ricordo. Tali quadri non si limitano a selezionare i ricordi, ma li producono. Halbwachs rovescia la filosofia della memoria della Francia di inizio secolo, quella di Bergson, secondo la quale tutte le esperienze di un individuo sono sempre presenti sotto forma di ricordi latenti o inconsci nella mente, senza che nulla si perda mai veramente.  Al contrario sostiene che non ci sia nulla che propriamente si “conserva” e i ricordi sono ricostruzioni sempre orientate sul presente.[4]

La memoria è, dunque, rappresentazione di quella solidarietà tra l’individuo e il gruppo o i gruppi sociali cui appartiene e il ricordare è una pratica performativa e non puramente rappresentativa, la cui logica si intreccia con quella delle altre pratiche sociali e in senso lato politiche. [5]

Ricordare è  processo di ricostruzione poetica, narrativa, storica :   “Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori. Gli occorrono questi e quei suoni, non altri. E perciò il passato sembra ora tanto lungo ora tanto breve. Risuona o ammutolisce. Nel presente riverbera solo quella parte ch’è richiamata per illuminarlo o per offuscarlo”. Scrive Italo Svevo agli inizi del Novecento, fiducioso nella potenza interpretativa della memoria e nel diritto all’oblio.  [6]

Nei lunghi secoli della storia delle civiltà, la capacità rielaboratrice  della memoria  sembrò assopirsi nella giudizio aristocratico   di Platone, che accompagnò il tramonto dell’oralità e la nascita della scrittura. Secondo Platone la memoria interiore che nasce nell’oralità è l’unica che consenta di sedimentare in profondità le esperienze e che ci parli dal nostro intimo, essa rinvia al rapporto con il maestro ed innesca il dialogo con noi stessi. La scrittura invece distrugge la voce interiore e sostiene piuttosto il ricordo e non la memoria.  Di fatto Platone polemizzava contro uno strumento di cui non avrebbe fatto a meno, scrivendo ciò che il suo maestro aveva tramandato oralmente.

E’ pur vero che la scrittura incise profondamente sui contenuti di quella memoria e sulla costruzione che essa operava del mondo. La poesia orale aveva bisogno di “protagonisti forti”, di eroi smisuratamente grandi, di situazioni del tutto inconsuete o con forte pathos, in modo da facilitarne a lungo il ricordo. Con il passaggio alla cultura scritta non si ha più bisogno di queste tecniche mnemoniche e scompaiono gli eroi, si ridimensionano i grandi personaggi, si “democratizzano” i protagonisti.

Pochi secoli dopo l’invenzione della stampa, i personaggi di una narrazione si sarebbero mossi a proprio agio nella realtà ordinaria tipica del romanzo, dove trovano spazio antieroi ed inetti.[7]

In ogni caso la memoria non perse mai la sua valenza ricostruttiva che si manifesta a partire proprio dalla sua funzione più importante che è quella di dimenticare per fare spazio ad altro.

« Quando accade qualcosa, un fatto, un episodio che riguarda la mia vita, non mi dico mai: ecco, ne farò una poesia. Questa riscoperta avviene in me lungo tempo dopo», dirà Montale riprendendo la posizione di un giovanissimo Samuel Beckett, precoce critico di Proust  e distinguendo il momento dell’esperienza da quello del ricordo, che è quello che guida la creazione letteraria.[8]  Nella poesia di Montale  è  il momento del ricordo ad  aggiungere all’immagine sensoriale la possibilità della comprensione. Solo in questo modo, il ricordo risplende sopra gli altri per la superiorità della percezione cognitiva “altra”. Questo ricordare è capire e la rivisitazione di un momento passato diventa un’esperienza a sé stante, una vera e propria visitazione. [9]Ma, come si è detto,  perché quest’ operazione si compia è necessario  quello spazio temporale e  un interstizio spaziale che distingua tra l’accaduto e la sua narrazione, che è esattamente  il momento in cui le  memorie singole si saldano alla memorie collettive sedimentate.

Senza questa distanza, l’assenza di  between della comunicazione digitale  rischia di trasformarsi in un muro di fronte al quale la  narrazione,  cifra  della memoria collettiva  ceda alla spettacolarizzazione di intimità biografiche e di  solitarie memorie istintive, incapaci del sonno riparatore dell’oblio.

 

[1] .(Roberta Ioli Tra passato e presente, memoria e oblio, Zanichelli 2016)

[2] (E. Tulving, “Episodic and semantic memory” in E. Tulving, D. Donaldson (eds.), The Organization of memory, 1972; E. Tulving, Elements of episodic memory, Oxford University Press, 1983. Questa tripartizione ricalca quella stabilita dalla filosofia di inizio secolo tra memoria abituale o operativa, memoria proposizionale e memoria dei ricordi; v. John Sutton, “Memory”, in Stanford Encyclopedia of Phylosophy, 2003).

[3] ( G. Leone, La memoria autobiografica, cit., p. 80. L’opera principale di Bartlett è Remembering, del 1932 (trad. it. F.C. Bartlett, La memoria. Studio di psicologia sperimentale e sociale, Milano, Angeli, 1974).)

[4] (I quadri sociali della memoria, trad. it. Napoli, Ipermedium, 1997 (ed. orig. 1925); La memoria collettiva, trad. it. Milano, Unicopli, 1996 (ed. orig. postuma 1950, ma scritto negli anni ’30); Memorie di Terrasanta, trad. it. Venezia,  Arsenale, 1988 (ed. orig.  La tipographie légendaire des Evangelis en Terre Sainte, 1941).

[5] (Fabio Dei  Antropologia e memoria. Prospettive di un nuovo rapporto con la storia. www.progettofahrenheit )

[6] (cit. in Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale, trad. it. Bologna, Il Mulino, 2002 [ed. orig. 1999], p. 18).

[7] ( Paolo Montesperelli Sociologia della memoria Editori Laterza.

[8] (Nascimbeni, Giulio, Montale, biografia di un poeta, Milano, Longanesi, 1986, p. 137.)

[9] (Ilena Antici  Lo stupore d’un ricordo: Montale tra memoria episodica e memoria epifanica )

 

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