di Claudio Fratesi
Ereditare è un concetto ampio e molto evocativo che collega il passato con il presente; trasmette dal vecchio al nuovo ed è un ponte che richiama l’essenza dell’appartenenza e contemporaneamente rilancia la differenziazione individuale .
“Ho ereditato da mio padre” “Ho preso da mia madre” sono esempi della complessità insita nel concetto di eredità: cose materiali, ma anche atteggiamenti, carattere, abitudini, modi di comunicare e in taluni casi sogni e speranze.
È un concetto ancora più complesso, quando si considera l’aspetto statico e contemporaneamente trasformativo del passaggio ereditario sia dalla parte del donatore che da quella del ricevente poiché nel passaggio ereditario c’è la fusione tra il potere del futuro e quello del passato.
“Con queste cose che ti lascio potrai fare e mi aspetto che farai” si tratta perciò di una predizione sulla vita di un’altra persona.
Con il denaro e i beni materiali si trasmette la classe sociale e la capacità economica di una famiglia (tralascio di dire sulle gravi ingiustizie perpetuate da secoli sulla trasmissione dei beni ai figli a discapito delle figlie) si riproduce lo status economico-sociale, senza sommare o sottrarre alcunché, ma l’eredità trasmette anche elementi personologici e caratteriali che sono meno misurabili e definibili ma non certo meno potenti.
“Sei fatto come tuo padre”, “Sei fatto come tuo nonno” sono ad esempio affermazioni basate su credenze che evocano in maniera molto potente previsioni sul futuro comportamentale ed esistenziale della persona in oggetto; possono essere, in molti casi, un condizionamento vincolante sul futuro comportamento della persona coinvolta.
Un condizionamento favorito non solo dalle scelte che la persona fa, ma soprattutto dalla lettura interpretativa che tutti gli altri fanno e faranno dei comportamenti messi in atto dalla persona stessa.
Per esempio, se una data famiglia è convinta che un figlio sia la fotocopia del nonno materno, un personaggio bizzarro e sregolato, sarà molto probabile che le aspettative e le interpretazioni dei comportamenti di quel ragazzo saranno fortemente condizionate da quella convinzione familiare.
Nelle famiglie si interpretano ruoli che sono determinati da una miriade di fattori sociali e culturali ma anche generati dalla storia peculiare che ogni famiglia ha.
I ruoli che interpretiamo sono continuamente rinforzati dalle persone significative che ci circondano, sono tracce profonde che modellano il modo di pensare e agire delle persone coinvolte.
Certamente esiste il libero arbitrio ed esiste la capacità interpretativa personale, ma il solco è profondo ed è molto difficile scostarsi da esso.
Queste tipologie di eredità: materiale, personologiche, caratteriali che sono evidenti e consapevoli per tutti ma esiste anche una gamma di ereditarietà che non è direttamente osservabile ,inconsapevole, non riconosciuta, che influenza la vita di una persona; per esempio quando un genitore insoddisfatto trasmette il suo bisogno di successo, di riscatto da una vita vissuta male, di rimediare alle conseguenze di scelte sbagliate.
Cosa accade in quei casi quando un familiare trasmette inconsapevolmente un comandamento, un mandato, una necessità esistenziale?
Sto accennando ai miti, alle credenze profonde, arcaiche, che ogni famiglia possiede, si tratta di mitologie che sono condivise dalla struttura sociale ed economica nella quale la famiglia vive ma che si mescolano con gli accadimenti e la storia che rende ogni famiglia simile alle altre ma anche unica.
Cosa può accadere nella vita di un figlio o di una figlia che si trova ad avere il peso non dichiarato, sotterraneo, di un sogno irrealizzato di uno dei genitori, il peso di una rivincita non attuata, di una disgrazia non elaborata?
Ho conosciuto Angele quando lei aveva compiuto da poco 19 anni.
Una ragazza buona ,ordinata, di aspetto sobrio rispetto i costumi correnti.
È arrivata in terapia su indicazione di un medico specialista, un neurologo che le aveva prescritto da alcuni mesi una terapia farmacologica antidepressiva; la cura non le aveva dato i risultati sperati e continuava ad avere il tono dell’umore molto basso e una serie di sintomi psicosomatici che saltellavano da una paura all’altra.
Angele era chiaramente depressa e stava vivendo molto male i suoi 19 anni, non aveva una relazione affettiva e viveva in casa con i genitori e il fratello quindicenne.
L’evento scatenante era stato un incidente accaduto alcuni mesi prima: mentre giocava a pallavolo era caduta e si era fratturata il malleolo del piede sinistro, una frattura molto semplice.
In meno di un mese l’osso si era completamente rinsaldato ma qualcosa, come diceva lei, le si era rotto dentro.
Si era impadronita di lei una forte sensazione di fragilità, una generale insicurezza, inizialmente sulla salute fisica e poi si era espansa in molti aspetti della sua vita.
Trascorreva molto tempo chiusa in casa e trovava sollievo solo nel colloquio con la madre, unica figura capace di rassicurarla un po’.
Era evidente che il malleolo non aveva più nessun significato, ma aveva provocato un cambiamento significativo nell’equilibrio personale e probabilmente familiare di Angele.
Dopo alcuni incontri individuali presi la decisione di convocare la famiglia per allargare il contesto ed evitare di circoscrivere la psicoterapia in un circuito ridondante sui soliti temi.
Una difficoltà sempre presente con i pazienti che soffrono di disturbi ossessivi è quella di non trasformare anche la psicoterapia in un circuito ripetitivo, ossessivo sulle stesse domande e sulle stesse risposte.
Un altro motivo che mi aveva spinto ad allargare il contesto della psicoterapia era la curiosità che mi aveva suscitato la ragazza nel fatto che era convinta che una volta conclusa l’università — da notare che ancora non l’aveva scelta — sarebbe andata a vivere in Belgio, Paese dove era nato e vissuto fino ai 25 anni suo padre.
Mi era parsa una decisione rigida preconfezionata che mi faceva presagire probabili mandati della famiglia
Nel primo incontro con la famiglia di Angele, come prassi in tutti i primi colloqui con le famiglie, l’obiettivo principale è quello conoscitivo, stabilire un buon rapporto per raccogliere le informazioni necessarie per iniziare a delineare una mappa, dei ruoli e delle relazioni in atto nel presente in quella famiglia.
Solo successivamente mi sono inoltrato nella storia e negli accadimenti significativi della famiglia stessa e spiccava la figura del padre di Angele, Jan un uomo sulla cinquantina, atteggiamento triste, scontento del lavoro e della vita che svolgeva in Italia “Qui in Italia non funziona niente” “Sono venuto qui perché mia moglie voleva che i figli nascessero e crescessero in Italia, io non volevo venire”
La madre di Angele, Ludovica, anch’ella sulla cinquantina, svolgeva un lavoro impiegatizio; appariva più strutturata e inserita, convinta del ruolo familiare e sociale che svolgeva.
Il fratello di Angel, Enrico, di quindici anni, si presentava come un ragazzo introverso che schivava le mie domande e appariva distaccato dal contesto famigliare.
In merito ai sintomi di Angele, solo la mamma mostrava di avere un buon grado di complessità e profondità nell’ascolto e affermava di non essere sorpresa del crollo emotivo della figlia.
Il padre invece restava su un piano molto concreto e si limitava a dare suggerimenti comportamentali e consigli di buon senso.
Enrico diceva chiaramente che nemmeno si era accorto della sofferenza della sorella, con la quale aveva pochissima confidenza.
Nei successivi incontri familiari è emersa una storia molto dolorosa di Jan che era stato abbandonato in un orfanotrofio ed era stato adottato addirittura due volte dalla stessa famiglia che, in un primo tempo, dopo qualche mese aveva rinunciato all’adozione.
Da giovane viveva con lavori saltuari ed abusava spesso dell’alcol.
Ludovica, all’epoca, si era trasferita da pochi mesi in Belgio, era ancora in una fase di spaesamento, come diceva lei stessa e l’incontro con Jan fu subito intenso e molto significativo ma non si distolse dalla sua ferma intenzione che appena possibile sarebbe tornata a vivere in Italia.
Jan accettò malvolentieri, non volle mettere in discussione la relazione con Ludovica ma non riescì a stabilizzarsi a livello lavorativo e continuava a fare lavori di diversa natura, privati e malpagati. Ludovica lamentava la scontentezza cronica di Jean e il suo atteggiamento irascibile.
Jan trascorreva gran parte della giornata nel seminterrato a fare i suoi lavoretti, “E’come un terzo figlio per me, quello più difficile da trattare” ripeteva Ludovica più volte durante gli incontri familiari; le sue parole non suscitavano stupore negli altri.
Un particolare che portai ad oggetto di riflessione fu il fatto che Angele aveva un nome francese mentre l’altro figlio no, chiesi il perché di questa differenza, ma risposero con superficialità, come se il fatto non avesse alcuna rilevanza.
Si evidenziava un atteggiamento molto diverso di Angele rispetto a Enrico durante il corso dei colloqui: Angele era partecipe e coinvolta, si commuoveva quando il padre raccontava alcuni episodi della sua permanenza in orfanatrofio mentre Enrico si mostrava disinteressato ai discorsi familiari.
Jan era duro e squalificante nei confronti di Enrico “Lui è italiano al cento per cento” con accezione negativa lo definiva una persona superficiale e approssimativa nelle cose che doveva fare.
Ludovica era molto protettiva verso entrambi i figli e fungeva da pilastro emotivo e fonte di stabilità.
Jan si poneva rispetto ai figli come una figura autoritaria ma di nessuna autorevolezza, un emarginato in famiglia.
Ludovica descriveva il marito come un uomo irascibile, infantile inadatto a fare il padre ; non esisteva una vita di coppia, dormivano in camere separate, litigavano spesso e non facevano da anni uscite in due.
Nel corso dei colloqui indagai sulle aspettative e sui progetti nei confronti dei figli ed emerse un’altra differenza netta: Angele era vista una ragazza studiosa che si impegnava in tutte le cose che faceva e si aspettavano cose belle e realizzanti per lei ; totalmente diverse erano le aspettative per Enrico, la principale era che Enrico non cadesse nelle droghe o nell’alcol, lo vedevano «senza spina dorsale» e la preoccupazione era molto sentita anche da Angele.
La psicoterapia incentrata nel dare una struttura più equilibrata all’intero sistema familiare, riassettare i ruoli, Ludovica madre di due figli e non di tre, Angele figlia e non genitore aggiunto, Enrico figlio adolescente portatore anche di risorse e non solo di preoccupazioni.
Un lavoro psicoterapeutico che avvicinasse il sottosistema dei figli e aiutasse la coppia coniugale a confrontarsi sul piano della realtà.
La mia ipotesi terapeutica si è basata sulla mappa della famiglia che mi ero costruito nel corso dei colloqui, ho ritenuto che il sistema familiare fosse fortemente condizionato dall’antica sofferenza abbandonica subita da Jan: alterazione dei ruoli, mancata protezione paterna e un ruolo materno preponderante da parte di Ludovica, sia verso i figli sia verso il marito.
Probabilmente per Jan la nascita dei figli aveva rappresentato un terzo abbandono, una terza adozione andata male
Angele sentiva il dovere di sanare le ferite del padre, credeva inconsapevolmente che andare a vivere in Belgio avrebbe potuto cancellare l’abbandono che il padre non aveva mai elaborato.
Il figlio minore era poco visto, soprattutto dal padre, e cresceva in una situazione di semi-abbandono rischiava seriamente di cadere in appartenenze pericolose, amici tossici o devianti. L’equilibrio sistemico disfunzionale ha retto finché un incidente banale, come la frattura del malleolo della figlia maggiore ha fatto emergere tutta la fragilità di quel sistema: Angele ha scoperto la sua fragilità fisica ed è andato in crisi il suo equilibrio emotivo
Nel lavoro terapeutico, uno degli obiettivi principali è stato quello di aiutare Angele ha intravedere e a costruire una sua vita e non una vita desiderata da suo padre.
Aiutare il sistema familiare a trovare un equilibrio su ruoli congrui per età e per responsabilità e soltanto una volta raggiunto questo Obiettivo, lavoro certamente non facile pieno di difficoltà, sarebbe spettato poi alla coppia Jean Ludovica decidere cosa fare della loro relazione, valutare se esistesse ancora un sentimento, un possibile progetto di coppia o prendere al contrario in esame il piano della realtà
Angele fungeva da collante tra i genitori era la giustificazione primaria che aveva motivato Jan a trasferirsi in Italia allontanarsi dal Belgio, un Paese che in realtà non lo aveva fatto sentire accolto e andarsene aveva significato sottolineare il suo senso di abbandono e di rifiuto.
Poi per Jan diventare genitore aveva significato perdere la vicinanza esclusiva che aveva con Ludovica e quindi si era perpetuato un altro abbandono, un’altra adozione andata male.
Angele cercava di correre ai ripari sostenendo la madre nel ruolo genitoriale e sostenendo il padre con il progetto di andare a vivere in Belgio e anche nel mostrarsi belga a metà.
Ecco un esempio breve, ma significativo di come un’eredità sotterranea, inconsapevole possa alterare a tal punto gli equilibri di una famiglia e trasformarla in un sistema disfunzionale.
Il sistema disfunzionale non permette la crescita umana, intima e affettiva delle persone appartenenti, al contrario blocca il ciclo Vitale della famiglia e blocca quella ricerca di autonomia e realizzazione alla quale ogni persona per natura tende .
Agosto 2026 Claudio Fratesi