EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto - Settembre 2022, n. 7-8-9 anno VII - ISSN 2531-7334

Il problema della dell’ignoranza e del conoscere quanto basta. Intervista a Carlo Sini

di Gianfranco Brevetto

Gentilissimo Professore, nell’introdurre il suo prezioso volume su Spinoza , avverte il lettore che il suo incontro con con questo filosofo, che pure lo ha profondamente segnato, ha delle ragioni che non sempre le appaiono chiare. Anche se, subito dopo, un’indicazione ce la dà, e anche molto valida, ed è quella del  problema della dell’ignoranza e del conoscere quanto basta.

In proposito, lei ci porta a riflettere sul fatto che nell’esercizio della conoscenza non c’è altro, oltre all’esercizio, da sapere. Ci aiuti ad orientarci in questo snodo essenziale della pratica filosofica.

-La conoscenza comporta un trasferimento dal noto all’ignoto. È in base all’aver già interpretato, diceva Peirce, che posso interpretare quel che ora accade. Quindi la conoscenza del mondo circostante è un processo, un esercizio sempre già iniziato (forse già nel ventre materno) e mai concluso per il vivente (sino a che è vivente). Un processo iniziato dentro la condizione di essere nel mondo (diceva Husserl), cioè di essere “venuti al mondo”, per cui non ha senso pensare di poter conoscere il mondo nella sua totalità, come se noi potessimo contemplarlo “da fuori”: ma “fuori” dove? La conoscenza e i suoi frutti sempre provvisori sono nel mondo ed è lì che accadono.

Nei termini di Spinoza si potrebbe dire: la struttura geometrica di Dio, la sua ragione assoluta, è la premessa entro la quale agiscono i modi, cioè le vite individuali, mosse dalle passioni e dal desiderio di felicità. In questo senso è priva di senso ogni domanda che ponga in questione l’essere di Dio, ovvero della natura (Deus sive natura). Dio non è infatti definibile dal modo, perché il modo è appunto un modo di Dio, una sua, se si può dire così, increspatura in transito. Essendo già da sempre in Dio, la questione è che cosa fare di questa condizione originaria e in questa condizione originaria. La conoscenza è un cammino sempre già in corso, un esercizio che manifesta la sua collocazione in Dio, o se preferite nella natura, cioè nella realtà, con le sue leggi geometriche. Di questo non ha senso voler giudicare, poiché ogni giudizio è appunto un modo dell’essere al mondo, il cui concreto problema non è perché, ma come stare al mondo; il cui profilo è quindi etico, non teoretico: infatti Spinoza ha scritto un’etica, non una metafisica. Anche a questo fine è intesa l’umana conoscenza: conoscere quanto basta, dice infatti Spinoza, per decidere il da farsi delle nostre vite. Ogni pretesa di giudicare il tutto cui apparteniamo, di porre domande sul senso delle cose ecc. è per Spinoza mera superstizione, dalla quale siamo invitati a liberarci.

Spinoza, come da lei ricordato mette in evidenza che non c’è nulla di bene o di male nelle cose del mondo, perché le cose del mondo non sono fatte a nostro vantaggio o a nostro danno.  Un insegnamento da evidenziare soprattutto in questi tempi in cui c’è un alto utilizzo politico e falsamente scientifico anche della pandemia…

-La più grave e la più diffusa delle superstizioni è per Spinoza la credenza che la condizione della vita umana sulla terra sia retta da un essere provvidenziale, che desidera e vuole, che ama e odia, che premia e castiga, che decide dei destini degli individui secondo propri criteri: vizio e virtù, amicizia e conflitto, pietà ed empietà ecc. Molte religioni positive cadono talora in queste insensatezze “popolari”, che da un lato immaginano Dio sull’esempio della natura, della psicologia e delle passioni delle persone umane (cosa che anche un filosofo religioso come Kant invitava a non fare); dall’altro restano ostinatamente cieche alla evidentissima e sempre reiterata esperienza del fatto che la natura, come diceva anche Leopardi, non si cura affatto dei destini e dei desideri delle vite umane: i terremoti devastano le città, le pandemie producono milioni di morti, la tempesta ha fatto cadere l’aereo, nel quale c’erano giusti e ingiusti, buoni e cattivi, credenti e non credenti e così via.

In questo senso l’insegnamento spinoziano è, per dirla con Nietzsche, al di là del bene e del male. Ciò che accade ha le sue specifiche cause geometriche, ovvero naturali. Bene per il virus (non per noi) è diffondersi a danno degli umani e non si tratta di eventi sui quali abbia senso speculare se siano giusti o ingiusti, punitivi o educativi, distruttivi o salvifici. Si tratta di cercare, con le nostre forze, di difendercene ed è qui che la conoscenza scientifica, pur con tutti i suoi limiti umani e i suoi possibili errori, gioca un ruolo sempre più decisivo. Essa è nata entro il cammino della conoscenza per indicare come sia opportuno, cioè più giovevole, comportarsi. Diffondere dubbi gratuiti sulla sua efficacia, spargere insinuazioni su pretese e misteriose vicende e su immaginari complotti, aumenta il dolore e il pericolo, in generale rende trionfante l’umana follia.

-Veniamo alla ricerca del rimedio, alla ricerca del bene, al di là delle false medicine che distruggono coloro che ne sono in possesso e che vi si affidano. In cosa consiste la cura spinoziana?

-Affidarsi ciecamente alle passioni e ai desideri non è consigliabile. Da sempre la saggezza di pressoché tutte le umane culture mette in guardia da queste egoistiche pretese di dominazione e di successo molto personalizzato. Chi usa la violenza promuove la violenza, anche contro di sé e dentro di sé; chi si muove in modo egoistico dovrà prima o poi fare i conti con le reazioni degli altri. Una vita governata dalle passioni, arresa a esse, è sempre foriera di delusioni, di dolori e di sventure.

Ora, le passioni, come ogni espressione spontanea dei corpi naturali, sono quello che sono e determinano i modi individuali nel loro carattere personale destinato. Abolirle, cancellarne la potenza è impossibile. Ciò che si può fare, dice Spinoza, è attenuarne l’influenza tramite l’influenza di un’altra passione, che risulti infine più potente di loro. In particolare, questa è la lezione ed è la via della conoscenza e della filosofia: ancora una passione, i cui effetti promettono però maggiori benefici relativi alla felicità di una vita.

La passione della filosofia nasce dall’esercizio della contemplazione, libera e disinteressata, della vita universale del tutto, con le sue leggi geometriche e secondo la composizione delle potenze naturali ogni volta in gioco. Piacere intellettuale della comprensione di come si manifestano le cose (amor Dei intellectualis, dice Spinoza). Un processo di crescita e di liberazione che propriamente non si sceglie (il modo è le sue passioni e non possiede altra capacità di scelta che nelle passioni e per le passioni); in sostanza accade che di fatto si è scelti dalla scelta etica della filosofia che in noi si fa attraente e si impone. Essa esige molte rinunce a ciò che gli umani giudicano per lo più desiderabile (potere, denaro, fama, possesso ecc.) e in questo senso è una scelta rara e difficile (tale fu anche per Spinoza); ma se ne cominci a gustare i frutti, cioè gli esiti di serenità e di pace, ne apprezzerai sempre di più gli insegnamenti e il desiderio di porli in essere.

Spinoza arriva a intenderci come esseri desideranti. In una bellissima poesia di Borges a lui dedicata, e che lei cita nel testo, il poeta argentino così chiosa: “Libero da metafora e mito/Intaglia un arduo vetro:l’infinito/Ritratto di Chi è su tutte le Sue stelle”. Cosa si cela dietro questa umana e ostinata felicità?

-Il raggiungimento della felicità e in questo senso di una vita “buona” concerne in Spinoza due tappe o momenti. Il primo si gioca a livello individuale: si tratta di me, della mia vita, con i suoi limiti e i suoi pericoli. Non a caso Spinoza iniziò queste riflessioni dopo la cacciata dalla comunità ebraica, che riteneva le sue idee blasfeme ed eretiche e che lo accusava di ateismo. Allora egli era diventato di colpo privo dei mezzi di sussistenza (in quanto giovane mercante), perché bandito dall’umano consorzio e in reale pericolo di vita. Dovette prendere drastiche decisioni su ciò che, per la sua vita, era il “vero bene”. Il cammino della filosofia, come cammino di liberazione dalle passioni distruttive e vendicative, fu in sostanza la sua risposta.

A questo livello la felicità personale è però fortissimamente limitata dalle condizioni della vita pubblica, cioè dalle strutture politiche e sociali esistenti. Vivendo tra umani violenti e superstiziosi, persecutori e prepotenti, ricattatori e corrotti, che impediscono la libera espressione e la comunicazione delle idee, l’abito filosofico da te perseguito è di fatto emarginato, costretto al silenzio, a una vita prudente, simulata e nascosta. Le tue felicità private sono prive così di vera autonomia e di espansione vitale, cioè di conseguenze pubbliche e di frutti collettivi. Di fatto una vita misera e necessariamente rassegnata agli effetti della violenza altrui.

Di qui il secondo livello di liberazione, la cui meta è il “sommo bene”: perseguire assieme ai propri simili, ai seguaci della liberazione filosofica, la realizzazione di una società, di una repubblica nella quale la libertà di pensiero, la giustizia, la pace, la collaborazione amorevole costituiscano i fini universali condivisi. In questo senso Spinoza è considerato uno dei padri della società liberale moderna, della democrazia e dei principi della tolleranza religiosa e politica.


Carlo Sini

Spinoza o la buona vita

Jaca Book 2022

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