EXAGERE RIVISTA - Maggio- Giugno 2019, n. 5 - 6 anno IV - ISSN 2531-7334
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Il Tempo del crimine verso la società 2.0

 

di Federica Biolzi

 

I ladri, i vagabondi, tutti i miserabili insomma, sono figli nostri. E buon per noi che non siamo noi i figli loro, perché anch’essi si riproducono, quei furfanti!

(Guy de Maupassant)

 

Criminal Minds, è una serie televisiva che racconta il lavoro di un gruppo di criminologi dell’FBI,  ispirato al ricco archivio fatto, in 35 anni, da profiler americani. In esso compaiono alcuni tra i serial killer statunitensi più famosi (Charles Manson, Richard Ramirez, ecc.). E’ una delle fiction televisive attuali che si basa su un’analisi del profilo psicologico e comportamentale degli assassini seriali; gli esperti di questi profili sono principalmente psicologi, psichiatri e criminologi.

Nella serie televisiva CSI,  le scienze forensi alimentano, invece,  un’immaginazione fertile, seppur razionale. In essa si propongono  le forme più sofisticate di estrazione del DNA. Ed è proprio attraverso l’analisi di queste prove scientifiche che si arriva alla risoluzione del caso ed alla scoperta del criminale.

Ricerche statunitensi avrebbero calcolato che, a causa anche alle fiction, un adolescente arriva, ai sedici anni di età, ad essere stato spettatore di  circa ventimila omicidi, seppur televisivi.

C’è da dire che l’individuo manifesta da sempre, una curiosità primordiale verso i meccanismi delittuosi. Studiando, o  leggendo, i casi più eclatanti della criminalità, soprattutto omicidaria, si subisce un certo fascino, siano essi casi reali o frutto di fantasia artistica.

Il fascino del crimine ha influenzato nel tempo le diverse discipline: la sociologia, il diritto, la psicologia, la psicoanalisi, la psichiatria, l’endocrinologia, l’economia, la storia, la genetica ma anche la letteratura, l’arte, la cinematografia, la fumettistca, il giornalismo.

Gli autori sono numerosissimi, dalla tragedia greca alla letteratura patibolare, dallo stesso Shakespeare a Dante, da Dostoevskij a Shiller, Poe, Zola, Stendhal, Balzac.  Scrittori moderni come Harris e King ed alcuni autori di fumettistica come il Berardi, ideatore della criminologia Julia, (Angelini, Verde 2002).  Il delitto, quando diviene il fulcro di interesse, è in grado di suscitare nel lettore un maggiore interesse.

Tra gli autori di  fumetti più recenti si può citare Tuono Pettinato (2014) che, in Corpicino,  rappresenta la storia di un delitto terribile e i conseguenti  sforzi di un giornalista per trovare il colpevole. Questo testo mette in rilievo l’interesse collettivo verso il fenomeno del turismo dell’orrore, interpreta il delitto, l’interesse dei media, la relazione collettiva considerando le teorie sul capro espiatorio, la parabola di Pinocchio, la riflessione sui presenzialisti televisivi. Gli uomini comuni come quelli della realtà, rappresentano in esso, non solo il crimine ma anche il bisogno del crimine, senza abbandonare le digressioni, le citazioni e l’ironia.

Questo avviene in campo artistico-letterario. Ma, nel caso in cui la vicenda criminosa sia reale, si può evidenziare un rilevante interesse giornalistico alle vicende di cronaca nera, che riscuote un continuo incremento nella  percentuale di  lettori,  a prescindere dall’età, dal sesso, dall’estrazione culturale, ecc.

Appare necessario evidenziare  il rischio, a volte non calcolato, della eccessiva divulgazione dei fatti criminosi. Questa può suscitare,  nel tempo, una reazione violenta ed un interesse a volte morboso.

Lo psichiatra americano, Robert  I. Simon (1997), è autore del  noto saggio intitolato I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno. Qui, con estrema chiarezza, illustra i comportamenti devianti e li mette in relazione con una normalità dove si nasconde la cosiddetta aggressività impulsiva congenita (Harmtmann, Kris, 1949; Beres, 1952); aggressività che in alcuni casi, quando non induce alla devianza criminale, si trasforma in una tendenza auto-repressiva: l’uomo buono, si erge contro i criminali con fortissimi atteggiamenti censori, lo stesso, specchiandosi nel proprio contrario, giunge fino alla legittimazione della tortura e della pena di morte.

Le arti visive tradizionali che hanno come argomento un omicidio, quand’anche si riferiscano a fatti realmente accaduti, offrono di per sé una più intensa oggettivazione riparatrice collettiva, sia per l’artista che per il fruitore. Si pensi, ad esempio, ai dipinti surrealisti di Renè Magritte, in cui appaiono immagini molto forti (in un ottica criminalistica). In essi l’autore appare evidentemente influenzato dal suicidio della madre avvenuto nella sua adolescenza.

Nel suo dipinto “L’assassino minacciato” del 1926, l’osservatore  si trova di fronte alla scena. L’ignaro omicida è circondato da cinque uomini (tre sullo sfondo oltre la finestra e due pronti a catturarlo ai lati dell’ingresso della stanza dove vi è una donna distesa ed esanime). Gli uomini ai lati dell’ingresso sono come un sipario pronto a chiudersi su di lui.

Il coinvolgimento emotivo dell’osservatore, generato dalla prospettiva, lo pone in una condizione in cui si sente esso stesso  minacciato.  In tal modo assimila se stesso alla figura dell’omicida, o presunto tale; la pacatezza espressa nel dipinto e dal presunto assassino, palesa una normalità fin troppo dolorosa.  L’uomo non esprimere  follia, il suo contegno mette in ombra l’idea stessa della morte, trasformando la vittima in un oggetto. La distonia empatica prevarica il processo di identificazione producendo un effetto sedativo, un distacco emozionale, e proietta il fruitore verso l’opposta identificazione con la figura di coloro che sono chiamati a catturare l’assassino.

In modo analogo è stato osservato come in un racconto poliziesco esistano mediamente due assassini, il primo è il  protagonista dell’intreccio narrativo, il secondo è il lettore che, immedesimandosi nel detective, diviene a sua volta carnefice (Lavorato, 2000, Zilmann, 1996).

L’uomo tenderebbe, quindi, a rappresentare il male come un’entità a sé, individuabile esclusivamente nell’altro, e non come parte di quella più complessa e problematica globalità che, in costante divenire dialettico, contiene in sé anche il bene.

Diverse produzioni cinematografiche nel tempo hanno proposto storie reali legate a scandali noti, storie di terrorismo, storie di pura immaginazione.

Prendendone in esame alcune, si può evidenziare come esse possano offrire una rappresentazione visiva dell’accadimento nel suo divenire violento. Esse generano,  nel breve e nel lungo termine, un impatto emotivo ed emulativo  molto forte (Gasca 1986). Pensiamo, ad esempio, al fenomeno delle banda dell’Arancia Meccanica che, non a caso , ha preso il nome dall’omonimo film di Kubrick.

Attraverso i mass-media e, in particolare, attraverso la televisione (presente all’interno di tutte le mura domestiche), si costruisce un sentimento collettivo che genera attesa, suspense, paura, basato su fatti reali e di cronaca nera che accadono quotidianamente.

Molti programmi televisivi  discutono i cold-cases, spesso considerati più attraenti dei casi già risolti. Accade così che, se da un lato gli spettatori si sentono rassicurati dalle scienze forensi, dall’altro sono interessati a partecipare emotivamente alla storia infinita dei casi irrisolti. Alcuni programmi come Chi l’ha visto o Quarto grado, usano questa partecipazione, attrazione emotiva. Ogni puntata non si concentra mai su un unico caso ma ne affronta diversi, i tempi ed il ritmo sono veloci, inoltre viene sempre lasciata una sensazione di attesa, spesso condivisa.

Si invitano i telespettatori ad attendere, settimana dopo settimana,  altre notizie riguardanti i casi più recenti di cronaca nera, come se si trattasse di personaggi immaginari e non di persone reali. La serializzazione, in tempi passati strategia letteraria correlata ai domini della letteratura e del cinema, viene ora applicata alla realtà della quotidianità, più si crea suspense, maggiore sarà l’audience.

La storia della criminalità, non diversamente da quella illustrata dalle fiction, è una storia in continua evoluzione, si è passati da livelli semplici a livelli  di complessità più elevati. Si sono, via via, considerate le molte facce che la criminalità può assumere e la differenziazione interna a ogni forma di crimine.

Si è assistito, inoltre,  ad un continuo cambiamento delle tipologie di crimine: crimini politici  e di terrorismo, criminalità delle imprese, criminalità di soggetti sociali emergenti (nomadi, nuovi immigrati), il crimine organizzato e contro l’ambiente, vecchia criminalità  rimodulata intorno alle nuove risorse tecnologiche. I nuovi problemi introdotti dall’utilizzo delle tecnologie informatiche, la capacità del crimine di trarre profitto  dall’utilizzo dei mezzi di comunicazione (reati via internet), i reati quali il traffico di organi (dove necessità di sopravvivenza  e poteri economici di tipo criminale si mescolano), il gioco d’azzardo (un affare articolato, dove truffa e doping si collegano a macro-obiettivi dell’organizzazione), i videogiochi (attualmente disponibili a tutti attraverso la rete ed i social, dove vengono favoriti ed incentivati  meccanismi di dipendenza e interazioni  di più soggetti, a distanza), per arrivare ai mille volti di abuso ai minori (dalle violenze in famiglia, all’utilizzo da parte della criminalità organizzata).

In questo tempo, emergono inoltre nuovi fattori criminogeni, favoriti dall’uso dei social network, che ruotano intorno all’evoluzione della real-tv, che a sua volta diviene un potente stimolo di emulazione. Oggi, si assiste ad una profonda ed innovativa mutazione antropologica, sia dell’individuo, ora considerato nella rete comunicativa in cui si presenta e vive, ma anche del gruppo, dal momento che il nuovo  modello ispiratore dell’organizzazione sociale attuale è costituito dall’informazione trasmessa in rete. In questa quotidianeità, la progettazione all’interno del gruppo o singola, di una condotta criminale da filmare e documentare, diviene di per sé un’attivazione libidica che travalica la condotta criminale e che fa riferimento all’immaginazione che potrà produrre. Gli effetti immaginati da chi pensa il crimine da documentare, non sono mai quelli effettivi, perchè l’identità  e i desideri del gruppo sociale di riferimento sono molto fluidi e instabili nel tempo.

Il crimine e la sua percezione  si modificano nel tempo, lo studio della criminologia è in continua evoluzione. La curiosità dell’uomo di capire perché si possa commettere un crimine e le motivazioni che spingono l’individuo a compiere un omicidio, sono solo alcuni degli obiettivi che l’uomo, da sempre, si pone. Questo mutamento e la relativa percezione del fenomeno vengono amplificati  dai media e dall’uso che se ne fa.

Gli studi sulla criminalità mantengono, fino agli anni 60, una categorizzazione stabile e coerente nella ricerca dei fattori predisponenti o favorenti la commissione del crimine, come realtà ontologica, oggettivamente conoscibile e spiegabile attraverso lo studio del suo autore e  delle sue caratteristiche. Questa certezza, avvalorata da una metodologia semplice di identificazione del criminale con il detenuto e del crimine con il reato, incontra successivamente una prima invalidazione con la scoperta del numero oscuro, cioè dei casi non registrati dalle statistiche, che impone il dubbio che il crimine ed il criminale non corrispondano alle immagini ufficiali. Il numero oscuro è certamente destinato a crescere in considerazione delle caratteristiche proprie del web e degli altri social. D’altro canto gli stessi favoriscono anche la spettacolarizzazione di casi drammatici  come i suicidi in diretta, suicidi seguiti alla diffusione in rete di materiale pornografico o suicidi, soprattutto di adolescenti, a seguito di messe alla gogna digitali.

In questo senso, nell’infanzia, nell’adolescenza, nell’età adulta (es. crimini terroristici), prendono forma una serie di condotte criminali progettate per essere documentate con video, immagini, suoni, che hanno vitalità autonoma dal momento in cui sono condivise e scaricate in rete per essere commentate a più riprese, a più mani, in tempi e modalità  del tutto imprevedibili. Una volta in rete, il relativo video, può avere un’autonoma vitalità, che rende l’autore un protagonista fornito di rinnovata giornaliera e maggiore referenzialità per i vari gruppi social, che fanno di quelle scene un banchetto di interesse. Oggi i filmati delle condotte criminali distribuite in rete hanno sicuramente una maggiore capacità evocativa, il soggetto emulatore ripete la condotta così come l’ha vista eseguire nel video per provare e sentire le stesse emozioni e provocarle negli altri. L’evento criminale, ridimensionato in una condotta ripetuta all’infinito, si svincola dai condizionamenti spazio-temporali. Tale condotta non ha un passato, né può ipotizzare un futuro, può vivere però nel presente.

Il crimine acquisisce la caratteristica di essere agito fuori dal tempo e fuori dallo spazio, la sua vitalità è insita nel contesto virtuale, adimensionale, nella rete.

Come evidenziato da Bandini T., Gatti U., Marugo M.I., Verde. A.,(1991)

“ l’evoluzione della criminalità e del controllo sociale sarà influenzata non tanto e non solo da eventi o da comportamenti nuovi in sé stessi, quanto piuttosto dalla maggior attenzione e dal maggior allarme sociale che alcuni di questi eventi potranno suscitare”.

In questo senso, sarebbe necessario utilizzare maggiori cautele per evitare che le divulgazioni di atti violenti vadano a costituire un potenziale criminogeno. Nella storia della criminologia e del crimine, vi è sempre stato un rapporto costante tra libertà e sicurezza. Infatti, pensando a ciò, si può essere portati a rinunciare alla libertà in favore della sicurezza, cioè a contrarre i diritti per il quieto vivere perché è la risposta più immediata  che si può avere anche di fronte alla paura del crimine e del criminale. Simile a questa è, ad esempio, la tesi sostenuta, di recente, da alcuni governi per legittimarsi nella sospensione o nella censura della rete e dei suoi contenuti.

Chiudiamo con una domanda, sulla falsa riga di quella posta da qualche criminologo: Quante libertà non ci permettiamo per la prudenza e quante limitazioni subiamo per la paura?

 

Riferimenti bibliografici

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