EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto - Settembre 2022, n. 7-8-9 anno VII - ISSN 2531-7334

Io sono gli altri: Martin Heiddeger e il concetto di cura

di Giacomo Dallari

«L’essere dell’Esserci è la Cura»[1].

Con queste parole Martin Heiddeger, nel suo capolavoro Essere e tempo, introduce il tema della cura. Come primo ma fondamentale passaggio, il filosofo tedesco compie una distinzione tra il mondo delle cose e gli enti che cose non sono, tra ciò che è un mezzo ed è utilizzabile, quindi oggettivabile, e ciò che invece rappresenta l’alterità, l’Esserci come essere con gli altri. «La nostra analisi – scrive Heiddeger – si è limitata finora a ciò che si incontra nel mondo come mezzo utilizzabile o quale natura semplicemente-presente, cioè all’ente con carattere difforme dall’Esserci. Questa limitazione era necessaria non solo al fine della semplicità espositiva, ma soprattutto perché il modo di essere dell’Esserci che si incontra nel mondo è diverso dall’utilizzabile e dalla semplice-presenza. Il mondo dell’Esserci rilascia dunque un ente che non solo è, in generale, diverso dai mezzi e dalle cose, ma che, conformemente al suo modo di essere, è anch’esso nel mondo nel modo di essere dell’essere-nel-mondo e come tale è incontrato nel mondo. Questo ente non è né un utilizzabile né una semplice-presenza, ma è così com’è l’Esserci stesso che lo rilascia»[2].

L’Esserci diviene dunque un essere-con gli altri e in questa sua peculiarità il tema della cura trova la sua dimensione strutturale in quanto originaria apertura verso l’Esserci. L’incontro con l’altro è immediatamente caratterizzato dall’impossibilità di considerare quest’altro ente come una cosa, cioè in base alla sua utilizzabilità e al suo essere solamente presente: l’altro è, prima di ogni altra caratterizzazione, un nostro simile che riconosciamo come altro da noi proprio perché prima lo abbiamo riconosciuto come simile. «Gli altri – prosegue infatti Heiddeger – non significa coloro che restano dopo che io mi sono tolto. Gli altri sono piuttosto quelli dai quali per lo più non ci si distingue e fra i quali, quindi, si è anche»[3].

Gli altri non si incontrano e non si riconoscono tramite un confronto e quindi in contrapposizione tra un “me” ed un  “te”, un “noi” ed un “voi”, ma a partire dal mondo, cioè in un ambiente comune: «gli altri non si incontrano cogliendoli in base a una distinzione preliminare di sé, non quindi guardando a se stesso quale fondamento della contrapposizione agli altri. Gli altri si incontrano a partire dal mondo in cui l’Esserci prendente cura e preveggente ambientalmente si mantiene essenzialmente. Contro le facili spiegazioni teoretiche della semplice-presenza degli altri, è necessario tener fermo il dato fenomenico rilevato che l’incontro con gli altri ha luogo nell’ambiente mondano»[4]. Ed è proprio questo essere-con che rappresenta il fulcro centrale del concetto di cura elaborato da Heiddeger. Essere con gli altri nel mondo significa proprio includere tutti gli altri enti in un rapporto di cura: «l’altro – scrive infatti Heiddeger – si  incontra nel suo con-Esserci nel mondo»[5].

Heiddeger, dopo aver distinto gli enti oggettivabili dagli esseri umani, procede con un’ennesima differenziazione tra il prendersi cura e l’aver cura. Noi possiamo prenderci cura di una cosa (utilizzabile), di un oggetto del mondo circostante, ma nel momento in cui abbiamo a che fare con un essere, per meglio dire con un Esserci, siamo chiamati ad aver cura di lui, riconoscendo in lui libertà di essere se stesso con gli altri.  Nel primo caso, cioè nel prendersi cura, abbiamo un rapporto inautentico che presuppone un rapporto di dipendenza e conduce ad una distinzione tra l’ente che cura e l’oggetto che viene curato. Nel secondo caso, invece, si ha una forma di cura autentica che presuppone l’esistenza dell’altro come Esserci e non come un qualcosa di cui prendersi cura: «in questa forma di aver cura l’altro può essere trasformato in dipendente e in dominato, anche se il predominio è tacito e dissimulato per chi lo subisce. Questo aver cura, che solleva l’altro dalla cura, condiziona largamente l’essere-assieme e riguarda per lo più il prendersi cura degli utilizzabili. Opposta a questa è la possibilità di aver cura la quale, anziché intromettersi al posto degli altri, li presuppone nel loro poter essere esistentivo, non già per sottrarre loro la cura, ma per inserirli autenticamente in essa»[6].

Il modo con cui ognuno di noi interpreta il rapporto di cura verso gli altri è sempre esposto all’alternativa di autenticità o inautenticità, così come tale rischio riguarda anche il rapporto con noi stessi. Heiddeger sembra aver così anticipato una delle caratteristiche relazionali che  oggi sembrano strutturare i rapporti umani e che riguardano l’oggettivizzazione dell’altro, il suo essere ridotto ad un ente altro, e quindi differente, in base ad elementi superficiali che riguardano più gli oggetti che gli esseri umani: colore, forma, numero e quantità. L’autenticità di cui parla il filosofo tedesco sembra metterci in guardia da una forma di rapporti basati sull’ansia di possesso, sul desiderio di possedere gli altri, esattamente come possediamo le cose. Pur essendo la cura un tipico modo di essere dell’uomo, essendo esso irrimediabilmente con gli altri, il rischio di concepire l’altro come un ente utilizzabile rimane sullo sfondo dell’agire umano che conduce ad una situazione di dipendenza che, di fatto, sottrae l’altro dalla cura autentica.

La cura autentica, al contrario, è nell’aver cura dell’altro proprio perché riconosciuto come co-esistente e privo di una gerarchia ontologica: non ne prende il posto e non lo sostituisce, ma concede la possibilità di essere se stesso senza costrizione, giungendo all’autentico se stesso con gli altri. Solo così il mondo, inteso come contesto, situazione e presenza perde il suo ruolo e i rapporti umani non avvengono più a partire dal mondo, ma a partire da se stessi e dall’Esserci che ci coinvolge e ci include. Heiddeger immagina l’altro come una sorta di doppione del se stesso che non può essere ridotto ad un numero che sommato ad altri soggetti genera un gruppo, ma deve essere riconosciuto e incluso come libero e autentico. Prima di ogni altra cosa, scrive Heiddeger, «io non sono io nel senso del me stesso che mi è proprio, ma sono gli altri»[7].

Bibliografia

  • M. Heidegger, Essere e tempo (1927), Longanesi, Milano 2009.

[1] M. Heidegger, Essere e tempo, p. 242. 

[2] Ivi, p. 149.

[3] Ivi. P. 149.

[4] Ivi. P. 150.

[5] Ivi. P. 151.

[6] Ibidem. P.153.

[7] Ivi. P.161.

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