EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2020, n. 9 - 10 anno V - ISSN 2531-7334
derrida

Jacques Derrida. Il tono di un’apocalisse sempre provvisoria. Intervista a Silvano Facioni

di Federica Biolzi

Con Derrida nulla deve essere sottovalutato. Lo studio di questo autore ci conduce in stanze inesplorate da gran parte del pensiero filosofico. Silvano Facioni, docente di filosofia all’Università della Calabria, ci aiuta a comprendere un testo derridiano sicuramente stimoltante e attuale.

– Come si inizia a parlare di Jacques Derrida, le cose sembrano complicarsi a iniziare dal titolo. Questo suo piccolo saggio, pubblicato nel 1983 dal titolo Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia, appare diversamente legato e collegato al testo che Kant aveva scritto nel 1796 Di un tono da signori assunto di recente in filosofia. Derrida, come anche Kant, sostiene che la filosofia sia sempre qualcosa di provvisorio. Cosa si cela dietro al vocabolo apocalittico usato dal nostro autore?

– Ci sono alcune premesse che è opportuno fare. Il legame tra il testo di Derrida e quello kantiano è un legame non certo di tipo contenutistico (i due autori non solo appartengono a epoche diverse, questo è talmente ovvio da non dover essere sottolineato), ma hanno, per così dire, obiettivi diversi: Kant reagisce alla pubblicazione di un’edizione delle Lettere di Platone curata da Johann Georg Schlosser in cui, nell’Introduzione e nelle note di commento, Schlosser si abbandona ad una considerazione della filosofia come discorso per “iniziati”, per “illuminati” che avrebbero accesso alla verità del sapere attraverso forme di intuizione e di “sentimento”. Lo spunto di Schlosser è la famosa VII Lettera di Platone, quella considerata “autobiografica” in cui Platone dichiara che il cuore del suo insegnamento non è rintracciabile nelle opere che ha scritto, ma è presente negli insegnamenti che ha dispensato oralmente ai suoi allievi. Kant, nel suo scritto polemico, prende di mira Schlosser (ma presumibilmente anche altri filosofi non nominati, come ad esempio Jacobi) sostenendo che la filosofia consiste nel lavoro dell’intelletto e non in un non meglio identificato “trasporto” quasi mistico. Derrida, dal canto suo, sembra invece “ironicamente” polemizzare con quanti (soprattutto, ma non esclusivamente, filosofi), a partire dalla fine degli anni ’70, dichiaravano morta la filosofia oppure, scrive, affermavano “la fine della lotta delle classi, la morte di Dio, la fine delle religioni, la fine del cristianesimo e della morale, la fine del soggetto, la fine dell’uomo, la fine dell’Occidente, la fine di Edipo, la fine della terra”. C’è, dunque, un senso di “fine”, di “apocalisse”, appunto, che accomuna il discorso di Kant a quello di Derrida. Ma il testo di Derrida procede, per così dire, oltre Kant, e si interroga sul significato dell'”apocalisse” intesa anche come “verità” che si impone proclamando “finiti” tutti gli altri discorsi.

– Il testo di Derrida è quello di un discorso pronunciato al termine di un lungo convegno a lui dedicato. Uno degli argomenti centrali è quello del tono e della necessità di una sua neutralizzazione. Quali aspetti contiene il dibattito sul tono?

– È sicuramente interessante il fatto che questo testo sia il discorso pronunciato da Derrida in occasione di un convegno (durato ben dieci giorni) a lui dedicato, perché dal momento che i suoi testi, in diversi ambienti filosofici, accademici o meno, venivano spesso considerati come discorsi che sancivano la morte della filosofia o, quanto meno, un suo imbarbarimento, una consegna al puro gioco linguistico, in occasione del convegno il filosofo franco-algerino sembra fare il punto anche di quanto si andava scrivendo intorno al suo lavoro. Ma, come sempre con Derrida, le riflessioni si sganciano presto dal contesto immediato e si incammino in questioni più ampie in cui però, è bene sottolinearlo, il pensiero mette in discussione anzitutto il suo procedere, gli statuti ai quali, più o meno consapevolmente, si ordina, i moventi (anche inconsci o censurati) che lo articolano. Qui si pone la questione del tono e della sua neutralizzazione: cos’è un tono e perché anche nel discorso filosofico è importante? Si direbbe che la filosofia tenda, in un modo o nell’altro, a neutralizzare il tono, vale a dire ad assumere un tono, per così dire, “neutro”, scevro da specificità, proprio in nome delle categorie che utilizza, dei fini verso cui tende, dei metodi che impiega per costruire il suo discorso. Il “tono”, nel discorso filosofico, deve, in un certo senso, annullarsi, magari in nome dell’oggettività, della “verità”, della correttezza di quanto dice. “Tono”, infatti, è la “vibrazione”, il moto, il propagarsi forse non dissimile da quello di un’onda, ed è dunque una sorta di “ritmo”, l’accento, l’inflessione che si articola in, appunto, variazioni di tono, ma che, di per sé, non è afferrabile. È allora impossibile neutralizzare il tono o pretendere di poterne fare a meno: nel tono (che è sicuramente quello di una voce ma che pure non esclude altri luoghi in cui si modula) si raccoglie non solo la singolarità ma, più e prima ancora, il fatto che chi modula il tono è modulato da esso.

– L’opera di Derrida ha sempre un forte contatto con il presente, la quotidianità. Come si iscrive in questa prospettiva l’esortazione del vieni apocalittico?

– Il vieni intorno a cui si articola la seconda parte del testo è strettamente connesso con il “tono”. La “vibrazione”, l’intervallo che separa due momenti (come avviene nella musica, nella pittura, ma anche in molti altri ambiti), sono, in un certo senso, la differenza tra due diversi momenti. Parlare di differenza, però, significa introdurre nel discorso qualcosa d’altro (anche se non sappiamo di cosa si tratti) e, almeno secondo lo stringente e implacabile procedere di Derrida, questo significa che non c’è discorso, non c’è pensiero, non c’è esperienza che non implichi in maniera costitutiva, strutturale, altro. Questo passaggio è sicuramente importante perché rappresenta uno snodo fondamentale del discorso di Derrida un poco in tutta la sua opera che, se si potesse condensare in poche battute, potrebbe raccogliersi nell’idea secondo cui non c’è esperienza, mondo, soggetto, pensiero, parola, scrittura, senza altro (che, attenzione, non è solo l’altro inteso come individuo) e, più ancora, che questo altro, c’è già da sempre, da prima che un soggetto o un io possano costituirsi. Questo, seppure detto un poco frettolosamente, il senso profondo delle obiezioni mosse da Derrida, lungo il suo percorso teorico, a concetti come “identità”, “soggetto”, “coscienza”, e così via. Ma c’è un’altra dimensione che bisogna sottolineare: Derrida ha maturato questo come molti altri discorsi a partire dalla lettura di una tradizione filosofica come quella a cui apparteniamo (passata e presente)  e non, come ancora oggi qualcuno vorrebbe credere, contro o al di fuori di tale tradizione.

Per concludere rispetto alla domanda, però, aggiungo che il vieni di cui, in questo come in altri testi, parla Derrida, può essere compreso solo se lo mettiamo in relazione con questo “altro” di cui si diceva: vieni è l’ingiunzione rivolta ad altro in cui si riconosce il suo “primato” ed in cui, “apocalitticamente”, ogni discorso riconosce la sua “fine” perché riconosce di non poter fondarsi su di sé, riconosce che può svolgersi solo se fa spazio, se si “intona”, se accoglie il “ritmo” di quell’altro che lo struttura e, dunque, lo fa essere.

– Veniamo al filosofo Jacques Derrida. La sua personalità il suo pensiero sono stati evidentemente un detonatore il per il pensiero del secolo scorso. Cosa ha realmente significato il ambito filosofico la corrente del decostruzionismo?

– È difficile rispondere a questa domanda, soprattutto se si tiene presente che buona parte (forse la massima parte) del discorso di Derrida, nonostante pur pregevoli lavori, attende ancora di essere indagata soprattutto negli “effetti” che produce. Sicuramente la decostruzione che, come lo stesso filosofo diceva, non è un metodo, non è un’analisi, non è una teoria critica, ma è piuttosto l’accadere di un evento (che si tratti di letture, di apertura di piste) che mette in discussione tutto ciò che si è dato per acquisito non in nome di un non meglio identificato relativismo o, peggio, nichilismo, ma in nome di un’apertura nei confronti di quanto non è programmabile o prevedibile, non si è opposta alle tante derive a cui è andata incontro (e che potremmo chiamare, per comodità, decostruzionismi). In un certo senso, anche le derive nelle quali si è trovata, fanno parte del suo cammino, e sono proprio, paradossalmente, l’indice più significativo di quell’apertura di cui si è appena detto: la decostruzione, proprio perché non è un metodo, non si dà preventivamente rispetto al suo operare, non si produce come insieme di regole o griglie che si tratterebbe poi di “applicare” agli “oggetti” su cui si lavora. Più volte sollecitato a rispondere alla domanda, Derrida si è sempre rifiutato di rispondere o, meglio, ha sempre dichiarato che la decostruzione è il prodursi di domande che non smettono di vigilare su loro stesse, vale a dire non smettono di interrogarsi sulla genesi stessa del domandare, compresa (o forse anzitutto) la domanda filosofica per eccellenza: “cosa è”? Nel corso del tempo, da più parti (anche, ormai, in campi del sapere distinti da quello filosofico) il termine stesso “decostruzione” si è imposto e viene utilizzato, anche se in un senso che poco o nulla ha a che fare con il percorso derridiano, ma, alla fine, anche questo non è poi così importante: della decostruzione si può sicuramente dire che non tende e non può tendere all’appropriazione, alla “proprietà”, alla rivendicazione di una sorta di “copyright” filosofico o teorico e, anzi, la si può vedere “all’opera” proprio nei luoghi il cui la “pulsione di appropriazione” (o, se si preferisce, identitaria) è presente. Perché laddove qualunque forma di pulsione identitaria è presente, non c’è spazio per il “più d’uno”, per la molteplicità, l’eterogeneità, l’alterità, e tutto viene ridotto o ricondotto al mero gioco delle opposizioni, del “dentro” e del “fuori”.

-Quanto della sua metodologia e della sua complessità lo hanno penalizzato o favorito e come ci può aiutare o insegnare, rientrando nell’attualità, ad orientarci in questa delicata fase che stiamo vivendo?

-È sicuramente vero che, dal momento che a proposito di decostruzione non si può parlare di “metodologia”, i testi e le opere di Derrida o di quanti percorrono le tante strade che ha aperto possono sembrare particolarmente complessi. Anche in questo caso, però, bisogna fare attenzione a non cadere nel mito dell’astrusità, dell’oscurità di un pensiero che viene presentato come un abile gioco di prestigio linguistico privo di nerbo teoretico. Derrida, ogni volta che veniva chiamato in causa su questa presunta “oscurità” della decostruzione, rispondeva sempre invitando a leggere i suoi testi, a interrogarli seriamente, a metterli alla prova mettendosi alla prova attraverso la lettura. Ci sono, oggi, studi che, in un certo senso, stanno proseguendo e portando avanti in maniera significativa alcuni “tracciati” del lavoro di Derrida: penso, in particolare, ad un recente libro di Francesco Vitale che si intitola Biodeconstruction in cui, partire da un seminari derridiano degli anni ’70 dedicato alla questione del vivente, lo studioso “fa reagire” il lavoro del filosofo con alcuni precipitati, ad esempio nel campo della biologia, del nostro tempo. Si tratta di un importante e limpidissimo esempio di come la cosiddetta “decostruzione” possa e debba continuare a lavorare in tutti i campi del sapere. Molte delle reazioni stizzite o anche profondamente ingenue nei confronti dei suoi testi, allora, nascevano e nascono ancora oggi da letture affrettate, da precomprensioni “ideologiche” e, in qualche caso, da una scarsa dimestichezza con il lavoro filosofico. Anche rispetto al nostro tempo, a quanto stiamo vivendo, alle sfide lanciate, credo che più che cercare un “orientamento”, che è in fondo un diverso modo di chiamare le cosiddette “risposte”, si tratti di scoprire o riscoprire la genesi delle domande: solo interrogandosi sul proprio interrogare anche la filosofia (che, nonostante festival e pubbliche ribalte non sembra godere di particolare considerazione) può rappresentare il luogo in cui tutto ciò che, con sconcertante improntitudine, continuiamo a chiamare “realtà”, scopre di essere anzitutto un’interminabile domanda.

Jacques Derrida

Di un tono apocalittico

Adottato di recente in filosofia

A cura di Silvano Facioni

Jaca Book 2020

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