EXAGERE RIVISTA - Settembre-Ottobre 2019, n.9-10 anno IV - ISSN 2531-7334
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Jacques Rigaut, l’immaginifico suicida. Intervista a Jean-Luc Bitton

di Gianfranco Brevetto

Jacques Rigaut, pur nelle sue molteplici contraddizioni e nei suoi eccessi, è stato sicuramente un personaggio dalle notevoli capacità letterarie e dal sicuro carisma. Proto e post dadaista, dandy ricercato e ossessionato, in lui letteratura e vita sembrano confondersi, al pari del personaggio di Stelio Effrena, protagonista immaginifico e psicopompo, doppio dell’altrettanto dandy, e suo creatore nel romanzo Il fuoco (1900), Gabriele D’Annunzio.  Sicuramente per lo scrittore Drieu La Rochelle, amico fedele, Rigaut è stata una frequentazione che ne ha segnato l’esistenza artistica. Il suo libro Feu Follet (1931), che riprende la vita di Jacques Rigaut, è universalmente conosciuto per l’omonimo film di Louis Malle del 1963 (Fuoco Fatuo nella versione italiana). Feu, fuoco, una costante evocatrice, forse, dell’italico Vate. La breve biografia di Jacques Rigaut, morto suicida a 30 anni nel 1929, a conti fatti, potrebbe somigliare a quella di molti personaggi del suo tempo: artista eccentrico, dedito all’alcol e alla droga. Eppure, non è così. A cominciare dai suoi rapporti contrastanti con il movimento dadaista, dalla sua fuga oltreoceano inseguendo la giovane americana Gladys Barber, dal suo essere dandy, sì, ma portato all’estremo. Rigaut ha intessuto, nella sua breve vita, rapporti importanti e significativi con intellettuali di prim’ordine dell’epoca, tali da segnare profondamente la cultura francese ed europea d’inizio secolo scorso.

Le edizioni Gallimard hanno recentemente pubblicato una biografia di Rigaut scritta da Jean-Luc Bitton, scrittore e biografo che si interessato, nelle sue profonde analisi circostanziate, anche ad altri casi letterari, non ultimo Emmanuel Bove[1].

– Il suo è un libro che parla di un autore complesso, un autore complesso vissuto in un periodo complesso, per la cultura che ha prodotto e per le vicende storiche che lo hanno caratterizzato. Chi è stato, per lei, Jacques Rigaut?

– All’inizio, Jacques Rigaut, per me, come per tanti, è stato il personaggio del libro di La Rochelle, Feu Follet, e, più precisamente, ho incontrato la personalità di Rigaut nel film di Louis Malle. Rigaut, per me, è stato, in un primo tempo il personaggio di quel film, Alain Leroy. La Rochelle era un suo grande amico. Sì è vero, Rigaut, analizzandone la vita  appare un personaggio molto complesso, come complessa è stata la sua amicizia con La Rochelle.

– Negli anni in cui Rigaut, molti importanti movimenti culturali sono stati a lui contemporanei, in primo luogo il dadaismo e il dandysmo. Quali sono stati i rapporti tra Rigaut e queste tendenze?

–  Rigaut incontra il dadaismo nell’autunno del 1921. È Simone Kahn, sua compagna e futura di André Breton, che lo presenta ai dadaisti. Si riconosce in questo movimento, è fatto per lui. Lui, in fondo, era dada prima dei dada, lui è nato dada. Rigaut, se si guarda alla sua vita concreta, è riuscito ad essere più dadaista dei dadaisti. Il poeta lettrista Gabriel Pomerand ha detto che Rigaut ha éblouit les éblouisseurs, ha stupito gli stessi dadaisti. Rigaut è stato un demoralizzatore del movimento dada, che ha spinto i dadaisti al limite. Se i dadaisti proponevano una manifestazione o un evento, Rigaut proponeva di andare oltre, più lontano, ci sono alcuni che lo hanno perfino accusato di aver partecipato al declino dello stesso movimento.

– Questo suo spingere sempre oltre il limite può avere una relazione con il suo suicidio?

– Si, certo, ha giocato con il suicidio, ha scritto dei testi pubblicati nelle riviste dada sul suicidio. Del suicidio erano in molti ad averne paura, all’inizio lui stesso lo temeva perché pensava che quel gioco poteva essere pericoloso. Ma lui ci giocava seriamente, come un giocatore di poker che scommetteva sulla sua vita. Ha messo in gioco la sua vita con il suo revolver. Non era uno scherzo, ci sono testimoni che lo hanno visto dormire con la pistola.

– Diciamo che, per lui, il suicidio, è stato un progetto, un’ossessione. Aveva comprato l’arma, aveva studiato l’esatta distanza e la traiettoria del proiettile per essere sicuro di colpirsi diretto al cuore.

– C’è stata una vera regia del suicidio.  Ciò che è interessante, in rapporto al dandismo, è che, quando si è suicidato, tutti sono rimasti scioccati. Rigaut parlava da tanto tempo di suicidarsi e nessuno oramai gli credeva più.  Dicevano, non si suiciderà mai. Ma uno dei caratteri del dandismo è quello di sorprendere la persona: lui ha fatto proprio ciò che le persone non si aspettavano da lui.

– Ma cosa lo ha spinto a farlo?

– Perché si è suicidato? Tanti si sono posti questa domanda.  Il suicidio non è qualcosa che si spiega, ci sono mille motivi per suicidarsi, ci deve essere però un elemento che lo innesca, lo provoca, la goccia d’acqua che fa tracimare il vaso.  Rigaut, nella sera in cui si è suicidato, aveva bevuto, era eccitato, anzi, i testimoni lo descrivono come sovraeccitato. Quando è rientrato a casa, si è rasato, ha indossato il pigiama e solo allora ha messo in scena il suo suicidio, una preparazione curata nei minimi particolari. Non si è certamente trattato di un gesto d’impeto. C’era un lato metodico nella sua personalità, direi matematico per certi versi.

– Parliamo ora del suo doppio, Lord Patchogue. Perché ha scelto di avere un doppio, cosa significa questa scelta?

–  Il doppio è qualcosa di molto complesso, uno psicologo ha detto che la storia dei doppi finisce sempre male ed ha ragione. Io penso che c’era una fragilità in lui, non era pazzo intendiamoci, ma c’era certamente una debolezza a livello psicologico. Una falla che lui ha ingrandito arrivando a crearsi un doppio, un doppio non romanzesco, lui ci viveva insieme.  Nel 1924, negli Stati Uniti in casa di amici, Rigaut si getta fisicamente in uno specchio mentre giocava un solitario. Dopo aver posato le carte sulla tavola (in quel momento lui è Lord Patchogue) alza la testa e si guarda allo specchio vede ancora Jacques Rigaut. In quel momento Lord Patchogue decide di ammazzare Jacques Rigaut, gettandosi nello specchio, attraversarlo, andare dall’altra parte. Voleva osservare gli altri vivere. Si è trattato di un vero suicidio quel giorno, un suicidio che ha prefigurato, a livello simbolico, quello vero che avverrà qualche anno più tardi.

– Veniamo al Rigaut letterario. Quali sono le sue caratteristiche come scrittore e poeta?

– Rigaut ha avuto un rapporto con la scrittura davvero incredibile. Aveva pubblicato solo qualche testo nelle riviste dadaiste ma, dal momento in cui lascia Parigi e il movimento dada, inizia a scrivere in modo continuativo evitando, però, di dare alle stampe il suo lavoro. Come Rimbaud, che si era dedicato, ad un certo punto, al commercio in Abissinia, lui parte per New York con idea di mettersi in affari. Continua a scrivere ma di nascosto e non smetterà mai di farlo. Una scrittura molto moderna, è lui ad aver inventato la scrittura frammentaria. Scrive aforismi, non c’è volontà di dedicarsi ad un romanzo, è contro il romanzo. Rigaut è ancora nello spirito dadaista, scrive pensieri, riflessioni. Una scrittura moderna si diceva, al contrario di La Rochelle il cui romanzo, Feu Follet, appare datato anche se poi ha scritto delle belle cose. Lo stile di Rigaut è molto poetico, per me è un vero poeta, non è uno scrittore, un romanziere, è proprio un poeta. Aggiungo anche che non si può considerare nemmeno un saggista o un moralista. Lui si definiva un amoralista.

– Come biografo, lei si è sempre interessato a delle vite spezzate. Oltre Rigaut si è occupato di  Emmanuel Bove, morto anche lui prematuramente .

– Ci ho spesso pensato e mi sono chiesto il perché. Tra Bove e Rigaut, quando si conoscono i due universi, apparentemente non c’è alcun rapporto. Bove era nel romanzo, nell’opera letteraria, Rigaut ci ha lasciato un centinaio di pagine in tutto. Bove ha scritto trenta romanzi, delle novelle, viveva nella sua opera, Rigaut viveva la sua vita, la vita era la sua opera. Bove viveva una vita piatta, noiosa, si è sposato, ha avuto dei figli, non ha fatto altro che scrivere. Rigaut ha vissuto intensamente. Tuttavia vi è qualcosa che li unisce: la poesia, lo stile poetico. Trovo che Rigaut e Bove abbiano esattamente lo stesso stile di immagini poetiche nella loro prosa. Per Bove a mezzogiorno le due lancette dell’orologio si toccano, Rigaut usa la stessa immagine, lo stesso accade quando descrivono i riverberi della luce tra i platani di notte.

-Se si possono fare delle conclusioni, verrebbe da chiedersi quale sia, oggi, l’eredità di Rigaut.

– La posterità di Rigaut, dunque.  Io penso che molte persone siano oggi affascinate da Rigaut, cineasti, scrittori, musicisti.  Spesso ci s’interessa agli artisti morti suicidi. La loro opera, dal momento in cui si suicidano, delimita ancor di più il territorio caratterizzante dell’artista. Oggi, ci sono tanti musicisti e cineasti che sono stati influenzati da Rigaut, per gli scrittori penso, ad esempio, a Louis Calaferte, anche lui personaggio determinato. Daniel Darc, che ho conosciuto, è stato molto affascinato da Rigaut. Darc non si è suicidato, ha avuto una vita dal lato oscuro ma, nello stesso tempo, caratterizzata da un forte lato umano. Io trovo che anche i giovani siano molto affascinati dal personaggio Rigaut, soprattutto quelli che hanno visto il film di Malle.

Jean-Luc Bitton

Jacques Rigaut, le suicidé magnifique

Gallimard, 2019

[1] Raymond Cousse e Jean-Luc Bitton, La vie comme une ombre, Le Castor Astral, 1994

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