EXAGERE RIVISTA - Novembre - Dicembre 2018, n. 11 - 12 anno III - ISSN 2531-7334
neveu

Je suis celui qui suis, Je suis ce que je suis, Je suis.

(ITA/FR, originale in fondo)

di Pascal Neveu

Sono stato di recente invitato al matrimonio del figlio di un mio amico,

Una bella coppia giovane multiculturale miscuglio di origini francesi, italiane, russe, cattoliche, ortodosse, ebraiche: l’amore ne era il collante.

Chiacchieravo con un invitato che mi chiedeva quali identità avrebbe sviluppato, a causa di questa ricchezza culturale, il piccolo che la sposa portava in grembo.

Ci sarebbe stata un’influenza dell’uno o dell’altra, dei genitori, dei nonni? Della società che in Francia diventa estremista o totalmente neutra? Oggi si direbbe un ambivertito.

Io ripensavo a Lacan che diceva: “il bambino è pensato, detto e nominato prima di essere”, aggiungendo “sono identificato in modo diverso da ciò in cui io m’identifico”. Che pesantezza! Che zavorra nella vita!

In altre parole: qual è il peso dell’altro sul mio destino di essere virtuale?

Un problema esistenziale! Dal virtuale al Me, dall’essere pensato all’Io, dal fantasma alla realtà. Come ciò che Io sono e l’Altro che si immagina che io sia, si differenziano e mi permettono di essere?

In definitiva questi sono tutti i pensieri di un futuro genitore.

Ridestandomi dalle mie riflessioni, il mio compagno di discussione mi disse: “Siete uno psicanalista, lavorate sull’identità, ricordate quindi che Dio ha detto a Mosé : Io sono colui che sono, Io sono ciò che sono, Io sono…”

Mi ci è voluto un attimo di riflessione prima di elaborare questa frase.

Tre sequenze che si restringono per sfociare in un “Io sono”.

La cosa mi faceva pensare ad un famoso quadro di Magritte.”Ceci n’est pas une pipe!”

Ma anche a questo verso di Rimbaud: “Io sono un altro”.

In proposito mi ricordavo di una formidabile novella di Julio Cortazar, l’Axolotl[1], che è un animale metamorfico. Il protagonista, un essere umano che non cessa di osservarlo, diventa alla fine di questo racconto anche lui un Axolotl!

Qui è tutto il problema: non so chi sono, ma m’identifico sempre con un’immagine di me, che non è me, ma il mio riflesso.

Questo ci rinvia al virtuale, a questo essere, questo soggetto in divenire.

Ma quando inizia tutto ciò? In buona sostanza nei primordi della clinica del bambino.

Più precisamente quando i futuri genitori pensano al bambino virtuale: il concepimento, la gravidanza, la nascita e l’evoluzione, lo sviluppo di un essere in divenire, un soggetto che avverrà, superando il concetto d’oggetto fantasma. Sono fasi che si iscrivono in una sorta di “genetica fisica” da cui l’Io deve affrancarsi. Non intendo qui sviluppare la clinica delle gravidanza, torniamo quindi all’ “Io sono colui che sono, Io sono ciò che sono, Io sono”.

Mi si perdoni di giocare con la lingua francese.

Io sono colui che sono, non è Io sono colui che segue[2].

Non si tratta di essere una pecora, di essere quello che l’altro vorrebbero che io fossi.

Freud ha ragione, l’“Ich bin”[3]è ciò che il bambino pretende molto presto. Quando dice no, certo si oppone ai genitori, ottempera (si potrebbe giocare in francese anche su questa parola)[4], ma nello stesso tempo comincia a dire Me, Io: comincia a manifestare il suo essere, la sua identità. Questo a partire dai 2- 3 anni, dopo aver scoperto, verso i 7-8 mesi, che colui che vede nello specchio è il suo riflesso.

È lì che il bambino virtuale diventa un essere e si pone una domanda fondamentale, esistenziale: chi sono io senza lo sguardo dell’altro, in primo luogo quello dei miei genitori?

Siamo il virtuale pensato dal dottor Frankenstein? O il Golem?

Visitando Praga, qualche anno fa, sono stato colpito da questo personaggio. Un essere pensato, incompiuto, informe, sprovvisto di parola, che non possiede alcun libero arbitrio, che si ridurrà, infine, in polvere. Perché il virtuale, l’Essere pensato non esiste. Diventa un orrore.

Perché un essere pensato non è altro che un essere falsato, che non è lui stesso.

Io sono ciò che sono, impone un lavoro d’introspezione, considerarsi un essere vivente, un presa di coscienza del sé, una sorta d’Ente heideggeriano. Soprattutto attraverso un percorso interno ed esterno, che ci fa percepire i nostri limiti, le nostre porte da aprire, i nostri dedali profondi.

Qual è la frontiera tra l’essere che noi siamo e l’essere che noi pensiamo di essere?

I reality, social-media, instagram, snapchat…

Il bambino prende coscienza del proprio essere riconoscendosi in uno specchio…i contatti relazionali e affettivi passano solo attraverso le app dello smartphone… Qual è il divenire dell’essere?

Ci sono film che esplorano la problematica del virtuale e dell’essere. Della confusione del dire Io o del dire Noi. Cioè della diluizione dell’essere sé, temendo l’estinzione del Sé. Dunque l’ambiversione.

Rimbaud scriveva: Il primo studio dell’uomo che vuole diventare poeta è quello della sua conoscenza, intera. Cerca la sua anima, la ispeziona, la tenta, l’apprende. Dal momento in cui la conosce, deve coltivarla.

Era il 1871. Prima di Freud e della psicanalisi. La questione dell’essere era già presente in Aristotele, Diogene, Cartesio, Voltaire, Kant e in tanti altri prima.

Il problema dell’essere virtuale, impossibile da pensare nei secoli precedenti, resta vivo nella terza sequenza : Io sono.

Io sono, è essere affrancato?

Liberato dalla sguardo dell’altro? Dall’attesa dell’altro? Affrancato dal suo proprio sguardo ? Al di là del “penso dunque sono”, certamente!

Io sono è essere, è affermare il proprio pensiero, le proprie riflessioni, ciò che si è. Non è restare nel virtuale, ma Essere.

Essere in 3 sequenze: 1) Nascere; 2) Prendere coscienza della propria esistenza; 3) ESSERE.

ESSERE è approfittare di questa immersione laica che apre gli orizzonti a essere nella realtà e non nel virtuale.

Ed è ciò che io auguro a questo bambino che nascerà il 10 agosto ed al quale io auguro anche la più bella vita possibile.

Di fronte a questo quasi enunciato Io sono colui che sono, Io sono ciò che sono, Io sono.

Io, Io sono.

 

(traduzione G. Brevetto)

—-

 

 

J’étais dernièrement invité au mariage du fils d’un ami.

Un beau et jeune couple multiculturel mêlant des origines françaises, italiennes, russes, catholiques, orthodoxes, juives… l’amour étant le ciment de cette union.

J’échangeais avec un invité, tout en me questionnant sur l’identité qu’allait développer l’enfant que la mariée portait en son ventre, via cette richesse culturelle.

Y aurait -il une influence de l’un ou l’autre , des parents, des grands-parents… ? De la société qui en France devient extrémiste ou totalement neutre ? Ce qu’on appelle actuellement un ambiverti.

Et je repensais à Lacan qui disait : « L’enfant est pensé, dit et nommé avant que d’être ! » ajoutant “Je suis identifié différemment de ce que je m’identifie”. Quelle lourdeur ! Quel poids de la vie !

Autrement dit, quel est le poids de l’autre sur mon destin d’être virtuel ?

Quel questionnement existentiel ! Du virtuel à Moi, de l’être pensé à Je, du fantasme à la réalité… Comment ce que Je suis et l’Autre qu’on imagine que je suis, se différencient et me permettent d’être ?

Finalement toutes ces pensées d’un futur parent.

Me réveillant de mes pensées… mon compagnon de discussion me dit alors : « Vous êtes psychanalyste, vous travaillez sur l’identité, donc rappelez-vous ce que Dieu dit à Moïse : Je suis celui qui suis, Je suis ce que je suis, Je suis ».

Il m’a fallu un temps de réflexion afin d’accoucher de cette parole.

Une parole en 3 séquences qui se raccourcissent pour aboutir à « Je suis ».

Cela me faisait penser au fameux tableau de Magritte « Ceci n’est pas une pipe ! »…

Et bien évidemment ce vers de Rimbaud : « Je suis un autre ».

Mais il y a aussi cette formidable nouvelle de Julio Cortazar « L’axolotl », qui devient animal de métamorphose puisque celui qui ne cesse l’observer, être humain, devient à la fin de ce récit un Axolotl !

C’est tout le problème : je ne sais pas qui je suis, mais que je m’identifie toujours à une image de moi, qui n’est pas moi, mais mon reflet.

Cela nous renvoie à ce virtuel… à cet être, ce sujet en devenir.

Mais quand débute cette question ? Finalement à l’aube de la clinique de l’enfant.

Plus précisément quand les futurs parents pensent l’enfant virtuel : la conception, la grossesse, la naissance et l’évolution, le développement d’un être en devenir, d’un sujet qui va advenir, dépassant le concept d’objet fantasmé.

Ce sont des phases qui vont s’inscrire dans une sorte de « génétique psychique » dont le Je va devoir s’affranchir.

Il n’est pas question à travers mes propos de développer la clinique de la grossesse mais de revenir sur « Je suis celui qui suis, Je suis ce que je suis, Je suis ».

Pardon de jouer sur le français. Si l’on revient à cette cadence en 3 phases.

« Je suis celui qui suis » n’est pas « Je suis celui qui suit »

Il n’est donc pas question d’être un mouton, d’être celui que l’autre voudrait qu’on soit.

Freud a raison : « Ich bin », ce qui est ce que l’enfant clame très tôt. Lorsqu’il dit non, certes il s’oppose aux parents, il obtempère (nous pourrions jouer en français sur ce mot), mais surtout il commence en même temps à dire Moi, Je… il commence à manifester son être, son identité. Dès 2-3 ans… après avoir découvert vers 7-9 mois que celui qu’il voit dans le miroir est le reflet de lui.

Et là l’enfant virtuel en devenir d’être se pose une question fondamentale, existentielle… qui suis-je sans le regard de l’autre, principalement de mes parents ?

Sommes-nous ce virtuel pensé par le Dr Frankenstein ?

Ou le Golem ?

Visitant Prague il y a quelques années, j’ai été frappé par ce monumental Être pensé, inachevé, informe, dépourvu de parole, ne possédant aucun libre-arbitre, qui ne redevient que poussière. Car le virtuel, l’être pensé n’existe pas. Ou devient Horreur.

Car un être pensé n’est qu’un être faussé, qui n’est pas lui même.

« Je suis ce que je suis » impose un travail d’introspection, en se considérant être vivant, prise de conscience de soi, en quelque sorte l’Etant d’Heidegger, mais surtout à travers un cheminement interne et externe, qui nous font sentir nos limites, nos portes à ouvrir, nos dédales profonds.

Car du virtuel de l’être que nous sommes à l’être que nous pensons être, quelle est la frontière ?

Téléréalité, réseaux sociaux, instagram, snapshat…

Alors que l’enfant ne prend conscience de son être qu’en se reconnaissant dans un miroir… Alors que les contacts relationnels et affectifs ne passent plus que par des applications smartphone. Quel est le devenir de l’être ?

Il est des films qui explorent cette problématique du virtuel et de l’être.

De la confusion de dire Je, ou dire Nous.

C’est-à-dire, la dilution de l’être-soi… en craignant l’extinction du Soi. Donc l’ambivertisme.

Rimbaud écrivait : « La première étude de l’homme qui veut être poète est sa propre connaissance, entière ; il cherche son âme, il l’inspecte, il la tente, l’apprend. Dès qu’il la sait, il doit la cultiver … »

C’était en 1871.

C’était avant Freud et la psychanalyse.

La question de l’être est déjà présente chez Aristote, Diogène, Descartes, Voltaire, Kant, et tant d’autres auparavant.

La question du virtuel de l’être, impossible à penser ces derniers siècles, reste vive à travers la 3ème séquence « Je suis ».

Je suis, c’est être… affranchi ?

Affranchi du regard de l’autre ? De l’attendu de l’autre ?

Affranchi de mon propre regard ?

Au delà du « Je pense donc je suis » bien évidemment !

Je suis, c’est être, affirmer sa pensée, ses réflexions, ce que l’on est.

C’est ne pas rester dans le virtuel, mais Être.

Être en 3 séquences… 1) c’est naître… 2) prendre conscience de son existence… 3) ÊTRE

Et ËTRE, c’est seulement profiter de ce bain laïc qui ouvre les horizons à être dans la réalité, et non le virtuel.

Et c’est ce que je souhaite à ce garçon qui va naître le 10 août et auquel je souhaite la plus belle vie possible.

A cette quasi sentence « Je suis celui qui suis, Je suis ce que je suis, Je suis »

Moi, Je suis.

 

 

[1] È possibile leggere l’intero racconto in italiano a questo link http://www.clubautori.it/julio.cortazar/opere

 

[2] In francese le voci verbali suis, sono, e suit, segue, sono omofone, si pronunciano cioè allo stesso modo.

[3] Io sono

[4] Nell’originale francese obtempère, si presta al gioco di parole opte en père, opta in padre.

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