EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2018, n. 7-8 anno III - ISSN 2531-7334
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Jean-Paul Sartre: menzogna e malafede

di Giacomo Dallari

«Credo che l’amico Pietro abbia dell’amicizia per me.

Lo credo in buona fede. Lo credo, ma non ne ho l’intuizione accompagnata da evidenza,

perché questo tipo di oggetto, per sua natura, non si presta all’intuizione.

Lo credo, cioè mi lascio andare a degli impulsi di confidenza,

decido di crederci e di tenermi fermo a questa decisione,

mi comporto insomma come se ne fossi certo,

il tutto nell’unità sintetica di uno stesso atteggiamento».

(J.P.Sartre, L’essere e il nulla)

 

È innegabile l’interesse che la menzogna ha sempre suscitato nella riflessione filosofica.

Ma per quale motivo? Provando a dare una risposta a questa domanda, possiamo affermare che per prima cosa la capacità di mentire, cioè di alterare la verità o di creare “altre” forme di verità, è una caratteristica fondamentale, se non peculiare, dell’essere umano.

Se ci riflettiamo bene, inoltre, la filosofia, avendo a che fare con la ricerca della verità, deve necessariamente scontrarsi con la menzogna. Fra verità e menzogna esiste infatti un legame che determina una loro compresenza o, per meglio dire, una loro complementarietà: la menzogna presuppone inevitabilmente la verità e ciò stabilisce il fatto che io non possa mentire, almeno intenzionalmente, se non conosco la verità. Al contrario, la verità, così come essa si è andata a costruire nel corso dei secoli passati, è da sempre stata caratterizzata da un progressivo smascheramento delle “bugie” precedenti, considerate fino a quel momento come verità assolute.

Tale riflessione non riguarda solo il piano teorico delle filosofia, il suo essere un approccio speculativo  e astratto, ma interessa ed è di fondamentale rilevanza anche dal punto di vista etico, politico, sociale e comportamentale. Non possiamo infatti dubitare del fatto che il mentire riguardi direttamente noi, le nostre azioni, i nostri comportamenti, le scelte che facciamo e, più in generale, le relazioni che intessiamo con gli altri.

In termini filosofici, dunque, la menzogna ha una storia complessa che ci potrebbe condurre anche alla sua negazione o all’impossibilità da parte nostra di costruire in termini contenutistici un suo sviluppo storico, così come è stato straordinariamente descritto da Antonio Tagliapietra nel suo testo Filosofia della bugia[1]. L’approccio filosofico ha sempre preferito lavorate sulle teorie della verità piuttosto che confrontarsi con le bugie, che sono rimaste spesso solo sullo sfondo, come pars destruens della filosofia. Ciò è stato sottolineato anche da Jacques Derrida quando afferma che «anche supponendo, concesso non dato, che la menzogna abbia una storia, si dovrebbe pure poterla raccontare senza mentire»[2]

Senza una pretesa di completezza, in questa sede, verrà presa in considerazione la riflessione sulla tematica della menzogna di Jean Paule Sarte, uno dei filosofi, che forse più di altri, si è spinto ad indagare, non tanto e non solo la verità tout court, quanto la possibilità della menzogna come fatto autoconsapevole e cosciente, in poche parole, come un atto di coscienza.

Solitamente definiamo una menzogna come un atteggiamento verso l’esterno. In questo caso la bugia proviene dall’interno di noi stessi e ha l’obiettivo di modificare un qualcosa di esterno a noi, sia esso un comportamento, un’idea o l’immagine di noi che gli altri apprendono e interiorizzano. In questo caso la menzogna ha le caratteristiche della frode, di un inganno: essa raggira il nostro interlocutore e gli consegna una realtà altra rispetto alla verità. Tecnicamente parlando è un fatto che riguarda moltissimi aspetti della nostra esistenza individuale e della vita consociata. Si pensi ad esempio ai racconti che ognuno di noi fa delle proprie esperienze. Chi, più o meno consapevolmente, non “arricchisce” o “manipola” alcune caratteristiche contenutistiche? Non parliamo poi della vita politica e delle “promesse” che animano le campagne elettorali e vanno a costruire un’immagine a volte molto lontana dalla verità dei fatti.

Sartre preferisce soffermarsi su un altro aspetto della menzogna: quello che riguarda la possibilità che essa sia diretta verso se stessi. In questa accezione, ciò che si delinea è una forma di negazione proiettata verso l’interno che, come tale, ha diverse conseguenze e caratteristiche peculiari. Sartre, infatti, parla di questa forma di bugia chiamandola in modo diverso e definendola, non tanto come vera e propria menzogna, quanto come malafede. «L’essenza della menzogna – scrive Sartre – implica che il mentitore sia completamente cosciente della verità che maschera […]. L’ideale del mentitore è dunque una coscienza cinica, che afferma dentro di sé la verità, la nega nelle parole, e nega per se-stessa questa negazione». Questo, a pensarci bene, ricalca fedelmente l’idea della bugia come fatto fraudolento. Sartre definisce la menzogna come un «comportamento di trascendenza» e questo perché essa presuppone «l’esistenza mia, l’esistenza dell’altro, la mia esistenza per l’altro e l’esistenza dell’altro per me»[3]. Come si può osservare, la menzogna è un qualcosa che vive nella relazione e si struttura a partire da un interno – la mia esistenza – passa attraverso la consapevolezza dell’altro , e giunge fino alla possibilità che essa possa alterare le rispettive idee dell’essenza degli interlocutori.

La malafede, al contrario, «implica l’unità di una coscienza» per cui «colui a cui si mente e chi mente sono una sola e medesima persona». In altre parole ognuno di noi è cosciente della propria malafede. In  questo caso è molto più complesso stabilire le motivazioni delle proprie bugie e definirne i contenuti o, per meglio dire, i moventi.

 A chi si rivolge? Quali sono gli obiettivi? Quali le motivazioni?

Secondo Sartre l’essere umano non è solo “condannato” alla libertà, per cui è chiamato ad un’esistenza vissuta nel segno della responsabilità piena, ma è anche – come scrive in Essere e il nulla –  «l’essere che può prendere atteggiamenti negativi nei confronti di se stesso» e accogliere per veri fatti che contrastano la realtà, ma che riguardano direttamente lui.

Inoltre l’essere umano ha due proprietà che lo caratterizzano: da una parte è un fatto, cioè vive l’attualità del suo tempo, si trova in un preciso spazio e non può, contemporaneamente, vivere un tempo diverso o trovarsi in un altro spazio; dall’altra parte, però, l’uomo è anche trascendenza in quanto, diversamente da tutti gli altri esseri viventi, ha la capacità di immaginare mondi possibili, superando in tal modo il presente come viene normalmente percepito e proiettandosi verso una possibilità atemporale e priva di spazio. L’individuo è consapevole della sua essenza ed ha percezione della sua contingenza, ma è contemporaneamente abilissimo nell’oltrepassare, cioè trascendere, la sua datità e la sua concretezza immaginandosi altro rispetto a ciò che è. È ciò che afferma quando sostiene che «non si subisce la propria malafede, non si è affetti da malafede, non è uno stato. La coscienza si contamina da se stessa di malafede»[4].

Per farci comprendere a pieno cosa intenda per malafede, Sartre porta l’esempio di una donna che si reca ad un primo appuntamento con un uomo. La donna, ovviamente, è perfettamente consapevole delle intenzioni dell’uomo ed è quindi chiamata ad una scelta: cedere alle avance dell’uomo oppure no. La donna e l’uomo vivono nel presente, sono cioè fatti in evoluzione temporale e corpi che si muovono in uno spazio determinato e contingente. Nello stesso tempo, però, sono spinti e animati da una forza trascendente che li proietta entrambi in un futuro molto diverso dal presente e, cosa assai importante, entrambi ne sono perfettamente consapevoli.

Sartre racconta che la donna, inizialmente, rifiuta di percepire il desiderio dell’uomo riconducendolo inevitabilmente ad un fatto presente e concreto. Il desiderio diviene semplice stima, ammirazione e rispetto e in questo caso viene privato del suo valore trascendente.

La malafede è presente in quanto entrambi sono spinti dal desiderio di volere, ma nel contempo avvertono la necessità di non perdere la libertà dei loro soggetti. Le loro persone entrano quindi in una sorta di contraddittorietà individuale che, secondo Sartre, dimostra la struttura duplice della natura umana per la quale l’uomo è sia fatto che trascendenza, presenza e possibilità, atto ed eventualità, circostanza ed immaterialità.

Questa duplicità, teoricamente, dovrebbe essere consapevole e il soggetto dovrebbe percepirsi come soggetto cosciente in modo da poter operare una scelta che origina un fatto, senza che quest’ultimo metta in discussione l’integrità della mia libertà, del mio essere per-sé e del mio esere per-gli altri.

In maniera criptica scrive Sartre: «come se io fossi per me stesso la verità di me stesso ed altri non possedesse di me che un’ immagine deformata. L’ uguale dignità del mio essere per altri e del mio essere per me, permette una sintesi perpetuamente disgregativa ed un perpetuo gioco di evasione dal per-sé al per-altri e dal per-altri al per-sé»[5].

Sartre ripropone quindi una questione che, forse più di altre, è destinata a rimanere uno dei grandi misteri degli esseri umani. I problemi legati alla menzogna, sia nel suo aspetto relazionale che in quello etico e morale, diventano questioni ontologiche che riguardano direttamente la struttura profonda dell’essere. «Ci si mette in malafede come ci si addormenta e si è in malafede come si sogna. Una volta realizzato questo modo d’essere, è altrettanto difficile uscirne, come svegliarsi; la malafede è un tipo di essere nel mondo come la veglia e il sogno, che tende per se stesso a perpetuarsi»[6] scrive Sartre mettendoci in guardia sul fatto che la possibilità  della menzogna a se stessi è un rischio concreto e permanente dell’essere umano.

 

[1] A. Tagliapietra, Filosofia della bugia. Figure della menzogna nella storia del pensiero occidentale, Mondadori, 2008.

[2] J. Derrida, Breve storia della menzogna. Prolegomeni, Castelvecchi, 2014 (prima edizione 1997), p.12.

[3] J.P.Sartre, L’essere e il nulla. La condizione umana secondo l’esistenzialismo, Il Saggiatore Tascabili, Milano, 2002, pp.84-85.

[4] Ibid. p.85.

[5] J.P.Sartre, L’essere e il nulla. La condizione umana secondo l’esistenzialismo, Il Saggiatore Tascabili, Milano, 2002, p.95.

 

[6] J.P.Sartre, L’essere e il nulla. La condizione umana secondo l’esistenzialismo, Il Saggiatore Tascabili, Milano, 2002, p.106.

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