EXAGERE RIVISTA - Settembre-Ottobre 2019, n.9-10 anno IV - ISSN 2531-7334
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La filosofia è una pedagogia. La rielaborazione del passato e la memoria immemore.

di Federica Biolzi

 

La filosofia, sostiene Sini, è una pedagogia. Non va vista come una successione di dottrine, ma è un quotidiano confronto con la vita reale, la vita immaginaria e la morte, un susseguirsi che porta la filosofia ed i filosofi a reinventarsi di volta in volta.

La vita dei filosofi, per le edizioni Jaca Book, ci offre un’occasione di riflessioni su temi che accompagnano da sempre la riflessione filosofica, suggerendone altri possibili, futuri. Il professor Sini ha risposto ad alcune domande e ad alcune nostre curiosità nel confrontarci con esistenze che hanno profondamente influenzato il nostro pensiero.

– Nel suo recente libro “La vita dei filosofi”, lei ricorda per assonanza la celebre opera di Diogene Laerzio, ci parla, di “vite di molte vite”, di corpi dis-posti nello spazio in cui contenente e contenuto si scambiano le parti. Ci parli di questo interessante punto di vista.

– Il riferimento a Diogene Laerzio è strumentale perché lui ha scritto “Vite dei filosofi”. Io prendo questo spunto per dire una cosa fondamentale: noi di solito pensiamo alla storia della filosofia e quindi ai filosofi, astraendo dalla loro vita, le loro dottrine, creando così dei grandi compendi. Aristotele ha cominciato a insegnarci che quello che conta sono le trasmissioni dei significati. È andata persa la relazione profonda che c’è sempre nella vita di ognuno di noi con l’ambiente che ci circonda. L’ambiente è dato come  uno sfondo, come se fosse soltanto un tratto biografico nel  senso secondario della parola, una curiosità: era avaro, era generoso… Invece, secondo me, c’è un modo di guardare alla filosofia, alla tradizione, nella quale ci troviamo ancora immersi, cercando di riesumare e rianimare la relazione profonda, che è la significazione, la costruzione di significati filosofici, con le circostanze concrete, di quella vita, di quel tempo, di quel mondo, come già aveva iniziato ad immaginare la rivoluzione moderna dello storicismo.

– Nel capitolo intitolato “Cartesio nel paese degli orsi” lei pone una domanda per molti versi chiave: che cosa è una biografia? Ci suggerisce, allora, che la biografia sta alla vita concreta come la metratura catastale di un appartamento sta ai sentimenti ed alle passioni di chi vi ha abitato. Cosa è allora una biografia?

– Questo è un elemento che mi è sembrato interessante, perché una biografia è sempre due biografie. Chi scrive una biografia è un’altra biografia, evidentemente, perché è un dialogo tra due vite a distanza, talvolta si conoscono, talvolta non si sono mai viste, talvolta sono separate da secoli. Per questo è molto interessante riflettere sugli strumenti che hanno messo in relazione queste due vite. Si tratta di rendersi conto che ogni biografia è una catena di vite che si raccontano, a cominciare dal protagonista, dalle sue lettere, dalle testimonianze di coloro che ne hanno raccolto le opinioni. Una biografia è un organismo vivente che si muove e che cammina, ma non è mai finita. Tra due secoli, quelli che si occuperanno di Cartesio, saranno diversi da noi, racconteranno un’altra biografia.

La biografia è cosa diversa dall’autobiografia, che è un’interpretazione all’indietro del passato alla luce del presente, se io parlo della mia infanzia è il professor Sini, di 85 anni, che parla della sua infanzia. Pensiamo che la verità che sia in sé e per sé, ma in realtà la verità è in transito.

– Lei definisce ambigua la posizione di Cartesio che dichiarava di avere la stessa religione del suo re. Cosa voleva dire Cartesio?

– Voleva dire molte cose. Ricordiamo che era un periodo di guerre religiose che insanguinavano tutta l’Europa, anche lui aveva partecipato come combattente nella guerra dei trent’anni. Il fatto di aderire ad una religione non era semplicemente una questione di coscienza morale o di fede personale ma anche di adesione politica al proprio sovrano, e quindi alla propria nazione ed ai propri consanguinei. Era una questione molto più ampia che non la semplice fede. Ma era anche un’affermazione ambigua, ci sono molte testimonianze che ci fanno dubitare della religiosità di Cartesio, non prendeva impegni troppo profondi, ma forse seguiva solo la religione del suo re.

– Lei ci parla delle posizioni di Husserl e Heidegger sul tema caro ai fenomenologi dell’andare “alle cose stesse”. Qual è il risultato di questo confronto?

– Il risultato lo ha definito proprio Heidegger, involontariamente, lui non pensava a quello che stiamo dicendo. In una bella pagina scriveva: in fondo i pensatori hanno un segreto, ed io aggiungerei, tutti gli uomini hanno un segreto, una solitudine che non si può condividere con gli altri. Chiunque parli di un altro cerca di entrare nella sua solitudine, ma non lo potrà mai fare e quindi la interpreta dal suo punto di vista. Heidegger lo attribuisce ai grandi pensatori. Aristotele, ad esempio, cerca di interpretare il suo maestro Platone ma non attingerà mai la vita di Platone nel suo segreto. Quindi quello che fa, e non può che fare altro, è fraintenderlo. È quello che è successo tra Husserl ed Heidegger: erano al tempo stesso legati da tante cose, ma nel profondo diversissimi.

– A cosa ci serve parlare della vita dei filosofi e in cosa differisce la loro vita da quella degli altri comuni mortali?

– In nulla. La vita dei filosofi non differisce dalla vita degli altri esseri umani, salvo che i filosofi se ne fanno un problema. Ma che cosa è in fondo la vita di ognuno di noi? In che modo la mia vita filosofica è come quella degli altri?  Il senso della sconfitta che è proprio della filosofia perché la vita passa per ognuno di noi, transita ed ogni volta esibisce una figura della sua verità. La nostra intera verità è la nostra intera vita e finisce con la morte, che resta un enigma.

– Se la vita è e resta un enigma, come possiamo orientarci ora e per il futuro?

– È un tentativo di reinterpretare sempre e di nuovo le tracce del passato. Noi siamo memoria immemore, noi siamo memoria e smemoratezza del nostro passato, che alcune volte abbiamo racchiuso in formule che ci sembrano definitive. Ma non è così, è necessario che andiamo a rileggere i segni e a riflettere, cercando di capire da dove veniamo e come ci siamo costituiti, perché questo è un rilancio per il futuro. Naturalmente questo lo dico per i filosofi, cioè la filosofia va sempre reinventata di nuovo, reinterpretandosi nei suoi stessi segni. La nostra civiltà, la nostra cultura di europei, va reinventata dicendo che cosa sarà l’Europa domani, reinterpretando un destino che si compie solo attraverso le nostre operazioni.

Io penso tramite le mie idee che hanno origini e derivazioni molto diverse, derivano, per esempio, dagli stoici antichi come Marco Aurelio, derivano da Husserl, ecc.. Ciò significa che noi, come individui, non siamo un monolite, ma un transito, un ponte, un luogo di passaggio. Riceviamo vita, idee, le rielaboriamo per sopravvivere e le trasferiamo, le trasmettiamo, le doniamo a chi viene dopo di noi, in fondo penso che la filosofia sia una pedagogia.

 

Carlo Sini

La vita dei filosofi

Jaca Book, 2019

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