EXAGERE RIVISTA - Settembre-Ottobre 2019, n.9-10 anno IV - ISSN 2531-7334
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La gioia e il terrore, antropologia di una risata. Intervista a David Le Breton

di Luigi Serrapica

 

La risata non è qualcosa di univoco e determinato. Anzi, può assumere i significati più diversi a seconda dei contesti, delle persone e della cultura. Il personaggio del Joker ne esprime la sua grande ambiguità, trasgressione, voglia di potere. Per contro, nella danza dell’Argia, in Sardegna, il fragore delle risate del malato segnano il suo ritorno ai legami sociali ordinari. David Le Breton ha dedicato un importante saggio a questo atto, il ridere, apparentemente quotidiano e spontaneo. …

– la risata è, da sempre al centro, dell’interesse di scrittori, psicologi, filosofi. Cosa è per lei, in quanto sociologo?

– La risata è quasi sempre vista dall’angolazione dell’humor o del comico. Per me, queste sono solo delle declinazioni possibili del ridere, ma ne esistono innumerevoli altre. Qualsiasi sia la sua causa, il ridere appartiene al corpo e ai sensi. Comprendere le molteplici manifestazioni del riso vuol dire prendere parte all’ambiguità, all’ambivalenza, alla gioia, alla crudeltà, all’innocenza e alla manipolazione. Il mio libro non parla necessariamente del comico e dell’humour, anche se occorre tenerne conto. Il centro dell’analisi è la persona che ride immersa nelle situazioni contrastate di cui il comico è solo una delle modalità di reazione. Ridere è un vocabolo, che descrive situazioni molto differenti, anche opposte. Occorre, credo, studiare il riso dalla prospettiva del corpo e meno da quella del risibile, per comprenderne gli usi contraddittori e ambivalenti della nostra società. Sono interessato ad un’antropologia del ridere in quanto manifestazione corporea. Il libro s’inscrive, con le sue singolarità, nella scia delle mie ricerche precedenti all’interno dell’antropologia del corpo, anche se non unicamente.

– Rispetto agli autori di cui si diceva, sarebbe interessante capire le differenze di approccio tra lei e Bergson.

– Amo molto il libro che vi ha dedicato Bergson ma il mio, come dicevo, è meno centrato sul comico che non è che una declinazione tra le altre. Il ridere non manifesta necessariamente la gioia e nemmeno l’aspetto comico di una parola o di una situazione.

– Leggendo il suo libro si capisce, che la risata, spontanea o meno, è un vocabolo da utilizzare al plurale. Perché?

– il significato del ridere e la sua forma variano a seconda delle circostanze e i luoghi. Il ridere è sempre immerso in una situazione particolare. Se il riso si scrive al singolare, è da intendersi sempre al plurale. Traduce gioia, il piacere, il buon umore ma anche lo sconforto, il sentimento di superiorità, l’odio, la vergogna, la timidezza, il trionfo, lo scherno, la sorpresa, l’imbarazzo, l’educazione, la sottomissione, l’incredulità, il disprezzo, la tracotanza, la sfida, la volontà di salvare le apparenze o di tenere a distanza un’emozione, ecc. La violenza, il razzismo si accompagnano spesso a una risata di scherno, denigrante e di umiliazione. Alcune risate sono legate alla comicità delle circostanze, altre alla gioia di vivere, di giocare, d’essere insieme, al solletico, allo scampato pericolo, alla paura, ad una separazione. La scomparsa di una grossa preoccupazione, a volte, è sufficiente a provocarlo, i ragazzi che non vanno a scuola risono correndo verso una libertà ritrovata. Può significare anche un comportamento di facciata per dissimulare uno smacco personale. Nel libro cerco di tener conto di tutte queste espressioni contraddittorie che fanno del riso un oggetto di  ricerca antropologica.

– Si può parlare della risata come di un fatto sociale globale, così come lo intendeva Marcel Mauss?

– Sì, ma a condizione, ogni volta, d’iscriverlo in un contesto sociale e culturale particolare. In effetti è un rivelatore sociale, un analizzatore della sociabilità di una popolazione. Il riso è provocato dal significato che assume una situazione agli occhi di un dato individuo. Si nutre di una trama di rappresentazioni e di valori, di significati fluttuanti propri di un gruppo sociale e in una determinata epoca. Non esiste, quindi, nessuna essenza del ridere, e ancora meno del comico. Espressione culturale nella sua apparizione, ma anche nelle emozioni che richiama e nelle sue espressioni, il riso accompagna anche dei riti funerari, di passaggio e le cerimonie religiose. Ma pensiamo anche a quali sono state le conseguenze, nel caso dell’umorismo della pubblicazione dei disegni satirici in Danimarca o in Francia per Charlie Hebdo. Il ridere si iscrive sempre nei riti sociali ma risuona solo attraverso la sensibilità di chi ride.

– Come lei accennava, il riso ci può anche sconvolgere, mettere paura, come nel caso del film Joker…

– La maschera non assicura l’anonimato, favorisce anche la perdita delle inibizioni, dà potenza a tentazioni  nascoste e represse. Travisando i tratti, sospende anche gli obblighi morali. Toglie i sigilli dell’Io e lascia libero corso all’irruzione senza freni del desiderio. L’eliminazione del volto è un’autostrada all’accesso a nuove possibilità dell’essere, fino a quel momento proibite e represse. Offre il lasciapassare ad una sperimentazione senza ostacoli, giochi perversi tra il riso e la crudeltà, un modo di confondere per terrificare. Al di là dei riferimenti a tal serial killer americano o a tal personaggio di Stephen King, truccarsi da clown traduce la volontà di confondere i codici, di trasformare l’umore in terrore, di modificare un oggetto ludico in uno intimidatorio, e quindi di potere. In questo contesto, il riso del clown e del Joker è una risata trasgressiva, l’espressione di un potere e di un godimento. La drammaturgia dell’evento è accentuata da un travestimento che raggela perché il clown non è dove dovrebbe essere. Questa estetica della paura e dell’ambiguità aggiunge brividi. In proposito ricordiamo il cineasta del terrore, Jacques Tourneur, che sosteneva che per lui il culmine dello spavento è quella di un capannello che suona nel cuore della notte, dell’alzarsi, dell’andare ad aprire e trovarsi di fronte ad un clown. Un adolescente o un giovane che ha avuto una vita non facile trova in questo cambiamento di personaggio un’esaltazione interiore, una potenza che smentisce di continuo la sua esistenza ordinaria. Ride del potere che infligge, del suo potere in quel momento.

– Il ridere da tempo viene anche associato ad una vita sana, qual è per lei la relazione tra la risata , la malattia e la guarigione?

– Molti autori hanno sottolineato le virtù lenitive del ridere. È noto, per la sua dimensione curativa, l’ aiuto che offre nell’affrontare le avversità e i pensieri negativi. Rebelais insiste su questo punto. Questa convinzione si prolunga a tutto il XVIII secolo con scritti a sostegno di questa tesi. Freud, dal suo canto, ci  dice che il riso appartiene interamente all’orda selvaggia. Georg Goddreck non teme di utilizzare dei tratti umoristici per penetrare l’alchimia della storia di un paziente e cercare di modificare il suo rapporto col mondo. Si ritrova, a volte, il riso nelle pratiche terapeutiche tradizionali.  Clara Gallini descrive le antiche tradizioni legate alla danza tradizionale dell’Argia, una cerimonia di più giorni volta a curare un paesano o un contadino morso dalla tarantola. I disturbi si caratterizzano per violenti mal di pancia, uno stato depressivo e vuoti di coscienza. La danza dell’Argia pone il malato al centro della cerimonia. Intorno tutto si dispone in una sorta di rappresentazione carnevalesca, personaggi mascherati sovvertono ludicamente i ruoli sociali e la serietà del quotidiano. Parallelamente, la derisione si esprime aggressiva e non risparmia nessuno. Il malato stesso è deriso a causa del malore che l’ha colpito. Ma quest’ultimo, anche se ridicolizzato, riceve una forte iniezione di socialità, è riconosciuto nella sua pena dalla comunità che si preoccupa di lui e, alla fine, una sonora risata diviene testimonianza della guarigione e del ritorno ai legami sociali. A partire dal 1976, negli Stati Uniti,   Norman Cousins rilancia l’idea di una terapia tramite la risata, anche se resta solo un elemento in una visone più vasta della terapia. All’epoca Cousins è caporedattore del Saturday Review. I medici gli diagnosticano una spondiloartrite anchilosante (grave malattia infiammatoria delle articolazioni e della colonna vertebrale), con scarsissima possibilità di guarigione. Cousins decide allora di curarsi da solo, utilizzando la vitamina C, ma soprattutto facendo ricorso alla risata, convinto delle sue qualità antalgiche. Sceglie di assistere a farse e spettacoli comici. Un’infermiera gli legge i grandi testi della comicità letteraria. Il risultato è un suo miglioramento complessivo con grande stupore dei medici. Si pensi anche ai benefici della presenza dei clown nei reparti di pediatria. Si, io penso che il riso sia un vettore terapeutico quando s’incarna pienamente nella presenza, quando è vissuto come impegno dei terapeuti o è un modo “spontaneo” di reagire a una situazione.

David Le Breton

Ridere

Antropologia dell’homo ridens

Raffaello Cortina Editore, 2019

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