EXAGERE RIVISTA - Luglio- Agosto 2019, n. 7 - 8 anno IV - ISSN 2531-7334
Kafka (4)

La metamorfosi imposta: come difendersi dall’argomento del fantoccio nelle discussioni online

di Bruno Mastroianni

 

Ritrovarsi come Gregor Samsa nel proprio letto, trasformati in un enorme insetto, facendo fatica a coordinare le innumerevoli zampette che si muovono frenetiche, senza riuscire nemmeno ad alzarsi, mentre da varie parti i propri familiari bussano per capire cosa succede. Non credo che Frank Kafka avrebbe mai potuto immaginare quanto quella scena iniziale da lui descritta nel capolavoro La metamorfosi calzasse perfettamente con una situazione in cui ci si può ritrovare oggi nelle frequenti discussioni online in cui siamo impegnati: essere vittime dell’argomento fantoccio[1].

Si tratta di una delle mosse scorrette che si possono compiere durante una discussione: attribuire all’interlocutore una versione deformata dell’argomentazione che ha appena proposto per poterla smontare più facilmente[2]. Si prendono le parole dell’altro e si riformulano producendo una versione artificiale e manomessa del suo discorso, spesso attraverso espressioni del tipo “stai quindi dicendo che…” a cui segue la trasformazione delle tesi in una versione più facilmente confutabile[3]. Il fantoccio non è altro che la versione artefatta e alterata di ciò che l’altro ha detto e che viene messa al suo posto, come un fantoccio appunto, per essere contrastata più facilmente dell’originale.

Ma cosa c’entra l’argomento fantoccio con l’insetto in cui si è trasformato Gregor Samsa nella Metamorfosi? Occorre considerare gli effetti che tale mossa dialettica ha nella fase di confronto in modalità digitale, cioè attraverso la scrittura online, ad esempio su una piattaforma di messaggistica come WhatApp o su uno dei social network. In quella situazione infatti l’interazione si svolge esclusivamente attraverso lo scambio di parole, con interlocutori che, essendo a distanza, mancano della loro presenza fisica.  Ciò comporta non solo l’assenza dei segnali non verbali, dei toni, delle espressioni del viso, delle pause, ecc., ma accentua anche il livello simbolico e mentale dell’interazione (le parole assumono un peso maggiore)[4] e si produce l’effetto per cui, in uno scambio online, noi siamo le parole che usiamo, gli argomenti che proponiamo, corrispondiamo insomma al “ciò che diciamo” o meglio al “ciò che abbiamo scritto”[5].

Quando qualcuno oppone un argomento fantoccio travisando volutamente ciò che è stato affermato, compie qualcosa che non tocca solo l’argomentazione dell’interlocutore, ma ne intacca la stessa forma e l’immagine online. Usato in un contesto faccia a faccia, quando per esempio si discute in pubblico di fronte ad altri, questo particolare effetto dell’argomento fantoccio è meno evidente perché la “vittima” è lì presente in carne e ossa, e a essere toccate dalla mossa sleale sono soprattutto le sue idee e convinzioni. Quando invece questo avviene online, la deformazione di argomenti e concetti provoca una distorsione di tutto ciò che la persona ha a disposizione nell’essere presente in quella interazione: le sue parole. Di fronte agli altri che leggono avviene una “metamorfosi imposta” che trasforma l’interlocutore nella versione deforme delle sue argomentazioni. È un momento che minaccia la reputazione e persino l’identità di chi scrive.

 

Imprigionati nel fantoccio

Online la maggior parte degli scambi avviene in situazione pubblica: cioè c’è sempre un certo numero di interlocutori che assiste. Agli occhi di quel pubblico l’utente al quale siano state trasformate le parole tramite un argomento fantoccio si sentirà in una posizione simile a quella di Gregor Samsa: improvvisamente intrappolato in una forma non sua, in una condizione sgradevole estraniante, inaccettabile agli occhi degli altri che assistono. A questo va aggiunto un effetto aggravante prodotto dal meccanismo dei social: i contenuti vengono segnalati agli utenti anche in base ai commenti e alle risposte che i loro contatti stanno pubblicando. Ciò significa che se qualcuno crea il fantoccio di una nostra opinione, tale versione artefatta di ciò che è stato detto può essere segnalata a coloro che sono connessi con lui, spesso persone che non conosciamo o che ci conoscono solo indirettamente, per le quali il fantoccio sarà il titolare dell’impressione che faremo su di loro; un effetto accentuato dagli eventuali like che appariranno dando riscontro al commento in cui è presente la versione adulterata delle nostre idee.

Insomma l’uso dell’argomento fantoccio negli scambi online è un attacco che sfrutta le percezioni altrui e che si diffonde trasversalmente raggiungendo in modo decontestualizzato anche chi non seguiva la discussione fin dall’inizio e non è detto che sia disposto a seguirne i passaggi successivi. Chi lo subisce si ritrova come in quella drammatica scena iniziale del racconto kafkiano, in posizione supina, incapace di gestire questo corpo ripugnante per girarsi su un lato e scendere dal letto, mentre attorno i familiari (gli altri) bussano con le loro percezioni pronti a rimanere sconvolti da quella forma inguardabile che hanno assunto le sue opinioni. Nell’argomento fantoccio online si vive insomma tutto il disagio di non essere presi per ciò che si sostiene e quindi per ciò che si è e si desidera essere.

Ma c’è un altro parallelismo con il racconto capolavoro di Kafka che ci interessa sottolineare per capire il funzionamento del meccanismo dell’argomento fantoccio: è quello dell’atteggiamento di Gregor che, trasformato, sembra essere intrappolato in una sorta di rassegnata accettazione della sua nuova condizione. È esattamente ciò che accade quando la mossa del fantoccio va a segno: quando cioè chi ne è vittima, subendo la nuova forma in cui sono messi i suoi pensieri, inizia a dimenarsi in essi, esattamente come Gregor in quel letto, con quelle zampette frenetiche, nel tentativo quasi impossibile di alzarsi. Uscendo dalla narrazione kafkiana, è l’errore peggiore che si possa fare quando si riceve il trattamento dell’argomento fantoccio: tentare di abbattere il fantoccio. È cadere nel tranello argomentativo ordito dall’altro: l’interlocutore è definitivamente intrappolato nella nuova forma, perché lui stesso la legittima tentando di combatterla nel merito. Ma quella forma è pensata proprio per non essere riabilitabile.

Allora come si esce da un argomento fantoccio? Qui dobbiamo discostarci definitivamente dalla metamorfosi perché sappiamo che il povero Gregor non riassumerà forma umana, anzi sarà la sua intera vita a cambiare, con effetti drammatici a causa della nuova condizione. In una discussione, invece, per fortuna c’è la possibilità di recuperare, di divincolarsi, di scegliere bene la mossa successiva per uscire dall’angolo deformato in cui si è trasformati per ritornare in sé.

Nei dibattiti faccia a faccia uscire dal fantoccio è relativamente semplice e intuitivo. Si può fare in due modi: rivelare il gioco dell’avversario oppure ribadire la propria argomentazione riportandola alla sua reale formulazione. Nel primo caso si può far notare al pubblico cosa sta tentando di fare l’altro, ad esempio con un “parla con me o con la caricatura che lei sta offrendo di me?”[6]. Nel secondo caso si sfrutta la replica al fantoccio per ribadire con più forza la propria argomentazione.

La prima modalità è molto efficace dal vivo, mentre lo è molto meno nel contesto digitale. Dal vivo infatti si può dare una certa sfumatura ironica e anche benevola allo smascheramento della mossa del fantoccio grazie alla presenza del corpo e dei segnali non verbali; ma anche grazie al fatto che, tendenzialmente, il pubblico sarà consapevole e presente nel contesto in cui sta avvenendo il dialogo. Non è invece garantito lo stesso effetto online dove scrivere “parla con me o con una mia caricatura?” senza poter dare ulteriori sfumature di tono, potrebbe essere inteso come un atto aggressivo, addirittura scambiato per un argomento ad hominem, un andare cioè sul personale perché non si hanno risposte all’altezza[7]. E poi c’è la decontestualizzazzione prodotta dalla connessione in rete in cui non si può sapere esattamente in che situazione è il pubblico: è capitato lì perché sta seguendo la discussione oppure il contenuto gli è apparso casualmente in timeline per le logiche degli algoritmi? È disposto a leggere o darà solo un’occhiata distratta? Insomma non ci sono tutte quelle condizioni per cui una buona battuta ben assestata e con il giusto tono possa rimettere in carreggiata, rovinando il piano del fantoccio.

 

Capire come è stato fabbricato il fantoccio

In uno scambio digitale è preferibile percorrere l’altra via: ribadire la propria argomentazione con nuova forza. Ora dove cercare questa forza? Abbiamo visto che partire dal fantoccio per attaccarlo può essere rischioso: non appena si accetta quella versione deformata ci si ritrova di fatto a legittimarla, intrappolati in essa. Non aiutano in questo caso le formulazioni sintetiche di dissociazione[8] come i “non ho detto così”, “non è quello che intendevo”, “non hai capito”: hanno il difetto di suonare come prese di posizione difensive, lasciando in chi assiste la sensazione di difficoltà nel dimenarsi senza grandi argomentazioni in risposta.

Uscire da un argomento fantoccio in una discussione online richiede quindi un po’ di lavoro. La fretta di rispondere perché si teme di essere presi per ciò che non si è – l’immagine dei familiari di Gregor che bussano alla porta per capire cosa succede – non gioca a favore. Perciò la prima cosa da fare è smettere di pensare al “cosa dire” per rivolgersi invece dall’altro lato verso ciò che può tirare fuori dai guai nelle crisi: valutare bene cosa è appena successo e ricordarci chi siamo davvero[9]. La chiave infatti per uscire dal fantoccio non è il fantoccio stesso, ma le ragioni che hanno portato l’avversario a formularlo. In quelle c’è la strada per tornare a essere noi stessi nella discussione.

Occorre fare un ragionamento sulla mossa compiuta dall’altro che consideri due elementi: da una parte capire che tipo di distorsione argomentativa ha prodotto, ossia in che modo è stato fabbricato il fantoccio; dall’altro individuarne lo scopo, cioè riconoscere il motivo che lo ha spinto a ricorrere a questa mossa sleale nei nostri confronti.

Si possono adulterare le posizioni dell’altro, cioè costruire fantocci, fondamentalmente in quattro modi: ipersemplificando, estremizzando, decontestualizzando, ridicolizzando[10].

Vediamo un esempio:

Affermazione di partenza: “Su ogni cosa si può discutere, non esistono argomenti indiscutibili”

 

  1. Ipersemplificazione: “Quindi sei per una Babele di discorsi contrapposti”.
  2. Estremizzazione: “Stai dicendo quindi che non ci sono verità, questo è relativismo!”.
  3. Decontestualizzazione: “E come la mettiamo con le leggi? Discutiamo anche l’illiceità dell’omicidio?”.
  4. Ridicolizzazione: “Bella idea, così a forza di discutere all’infinito finalmente ci stuferemo anche di capire”.

 

Ognuna di queste riformulazioni deformanti ha una sua precisa caratteristica. Nella ipersemplificazione (che potremmo meglio chiamare riduzione) si riformula l’argomentazione iniziale scegliendone una sola parte e troncando il collegamento con altri aspetti. Il “si può discutere di ogni cosa” è diventato “una Babele di discorsi contrapposti” cioè si è fatto un fantoccio ridotto ai soli casi delle discussioni che non vanno a buon fine provocando confusione.

L’estremizzazione usa lo stesso metodo della riduzione, ma impiega l’elemento selezionato per generalizzarlo[11] o portarlo a conseguenze estreme, conducendo lontano dagli intenti dell’affermazione iniziale. In questo caso il “si può discutere su tutto” è stato estremizzato in un “non ci sono verità”.

La decontestualizzazione si basa sul prendere come negli altri casi solo una parte dell’affermazione applicandola a un contesto differente, di solito poco pertinente, in modo che la consequenzialità suscitata artificialmente porti a un paradosso o a una contraddizione[12]. In questo caso si sceglie di tirare in ballo l’omicidio e il contesto della legge cercando di presentare la contestazione o il rifiuto di una norma come conseguenza di una “discussione possibile”.

Ridicolizzare è una forma simile alle altre che aggiunge anche un tono ironico e sbeffeggiante. Nell’esempio riportato è di fatto un’estremizzazione (“discutere all’infinito”) di cui ci si prende gioco.

Attraverso questi esempi si può notare che alla base di ogni mossa dell’argomento fantoccio c’è fondamentalmente una riduzione, cioè prendere una parte di ciò che è stato detto per usarla come elemento deformante dell’argomento. Ora, l’unica vera contro-argomentazione efficace di fronte a una riduzione non è tanto contestarla, quanto concentrare le energie dialettiche per un ritorno alla complessità della tesi iniziale. È proprio osservando la procedura di riduzione che si può percorrere la stessa strada, ma al contrario: riconoscere l’intelaiatura del fantoccio permette di scucirla per farlo afflosciare su se stesso, mostrando allo stesso tempo agli astanti la sua natura artificiale.

 

Capire il costruttore di fantocci

Prima di vedere come “scucire il pupazzo” però, c’è bisogno di valutare anche il secondo livello di analisi a cui accennavamo: gli scopi che stanno dietro la mossa effettuata dal “fabbricatore di fantocci”. In una discussione online si può intervenire in base a molti scopi che si possono ricondurre a tre categorie fondamentali: contribuire alla discussione, affermare la propria posizione oppure disturbare[13].

Nella prima categoria di scopi rientrano quegli atteggiamenti secondo i quali un interlocutore, pur servendosi di una mossa sleale come quella del fantoccio, in realtà la compie con l’intento di contribuire alla discussione. Non è detto infatti che alla scompostezza della mossa, che è una vera e propria fallacia[14], corrisponda un’intenzione per forza negativa o distruttiva. A volte un argomento fantoccio spunta semplicemente perché chi replica non è in grado di sostenere una confutazione davvero pertinente e ha l’istinto a portare vicino alle proprie categorie i termini di una questione per poterla criticare con più facilità.

Il secondo tipo di scopo, quello di affermare la propria posizione, è più insidioso. Spesso si presenta in modo nascosto o inconsapevole: lo scopo apparente sembra quello di voler criticare per contribuire, mentre a muovere davvero la critica è la voglia di porsi come più intelligente, informato, scaltro, consapevole, ecc. Senza contare poi quante volte il fantoccio viene usato come vero e proprio atto di dominanza sull’altro per farlo sentire in posizione inferiore o di difetto.

Il terzo tipo è quello più facilmente individuabile: la voglia di disturbare, di insultare, di rovinare una discussione. Rientrano in questo le pratiche del discredito, dell’espressione di odio, l’aggressione verbale gratuita, ecc. In questi casi attraverso il fantoccio si vuole travisare il discorso per portarlo alla sua distruzione.

Potremmo dire che vale la pena dare una risposta a un argomento fantoccio online se e solo se si presenta con il primo tipo di scopi, quelli legati cioè al contribuire alla discussione. Anche se poi lo scopo è mischiato con altri scopi o è solo apparente per coprirne uno nascosto: anche in quel caso può avere un qualche senso dare seguito. Rispondere invece a un fantoccio creato per posizionarsi o per insultare è davvero molto poco utile: avvia una di quelle interazioni che non porteranno da nessuna parte né per il fabbricatore di fantoccio, né per gli altri che stanno leggendo. Molto meglio ignorare e lasciar cadere[15].

 

Scucire il fantoccio

A quella sugli scopi va sempre però aggiunta la riflessione sul tipo di fabbricazione del fantoccio, cioè sulla sua argomentazione. Se per come è costruito, al di là dello scopo per cui è fatto, può essere un’opportunità per aggiungere qualcosa al proprio discorso, allora l’occasione va colta. Esiste cioè anche la possibilità che il fantoccio costruito con l’intento di indebolire possa invece trasformarsi nel miglior modo di rinforzare la propria argomentazione grazie alla possibilità di ribaltamento che offrono le sue modalità riduttive, estremizzanti, decontestualizzanti o ridicolizzanti.

Proviamo allora a riprendere gli esempi di prima per capire se in essi esistono occasioni di risposte ribaltanti che possano essere un rinforzo alla propria argomentazione:

  1. Ipersemplificazione: “Quindi sei per una Babele di discorsi contrapposti”.

Risposta: “Piuttosto proporrei un’Atene di discorsi democratici”.

In questo caso individuati in “Babele” e in “discorsi contrapposti” i due elementi di semplificazione, se ne producono due uguali e contrari (“Atene” e “discorsi democratici”) per tornare ad allargare il campo visivo e riprendersi la dignità del discutere. In un sol colpo si mostra quanto la prospettiva Babele sia solo una visione ridotta (svelando la natura del fantoccio) e lo si fa proponendo un’immagine di città alternativa che permetta di ritornare al tema della discussione come confronto e non solo come litigio che fomenta incomprensione.

  1. Estremizzazione: “Stai dicendo quindi che non ci sono verità, questo è relativismo!”.

Risposta: “Se non ci fosse alcuna verità, che senso avrebbe discutere?”.

Qui il fulcro è portare il concetto di “possibilità di discutere” a una conseguenza estrema (“non ci sono verità”) che in realtà non deriva dalle premesse dell’argomentazione. Allora la contromossa è riprendersi il concetto di verità per ricollocarlo nel suo giusto posto rispetto alla discussione. Un modo anche per smarcarsi anche dall’accusa di relativismo.

Si potrebbe procedere allo stesso modo anche con la decontestualizzazione, magari servendosi proprio del concetto di norma facendo notare che è essa stessa frutto di una discussione. E così via con la ridicolizzazione prendendo quel “discutere all’infinito che fa perdere la voglia di capire” e mettendolo a paragone con il “discutere ogni volta che serve” che è uno dei principi del metodo scientifico, un buon modo per capire le cose.  Insomma la sostanza è non rispondere o ribellarsi al fantoccio fatto e completo, ma lavorare sulla struttura che lo ha messo in piedi per decostruirla e ritornare titolari dell’argomentazione.

L’argomento fantoccio in una discussione online è in fin dei conti una sfida all’identità dell’interlocutore che si ritrova a essere rappresentato di fronte al pubblico da parole e ragionamenti che non sono i suoi, come in quella condizione di Gregor Samsa intrappolato in un orribile corpo di insetto ripugnante. Attaccare quella forma e cercare di dibattersi in essa non fa superare la prova a cui si è sottoposti: aggrava il disagio. L’unica strada è quella di mostrare con la propria replica non tanto il rifiuto di forme non adeguate, ma attraverso la decostruzione di esse, quella di riportare sotto gli occhi degli altri la qualità indeformabile che hanno i pensieri quando sono ben espressi.

Mantenere il senso della differenza di cui si è titolari in un confronto, proponendola come non riconducibile a nessuna immagine artificiale, è a ben vedere l’arte di saper dissentire senza provocare la rottura della relazione con l’altro, anche quando quest’ultimo fa mosse scorrette. Certo, questo richiede padronanza di sé, consapevolezza delle proprie idee e un certo lavoro di argomentazione che sta a monte e viene prima della crisi provocata da un argomento fantoccio. Insomma qui dal tema della discussione si passa a quello dell’identità e dell’autenticità, cioè il piano dell’essere che mostra le sue conseguenze sul piano del comunicare.

 

 

[1] Viene definito anche argomento dell’uomo di paglia, straw man argument o straw man fallacy in inglese, cfr. Jay Heinrichs, Thank you for arguing, Penguin, 2007, p. 435

[2] Cfr. Adelino Cattani, Botta e risposta. L’arte della replica, il Mulino, 2001, p. 180.

[3] Cfr. Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Cesati, 2017, p. 72.

[4] Cfr. Bruno Mastroianni, Bene-dire: scegliere con cura le parole per vivere meglio in rete, in La Nuova Corvina, 12.2018, (in corso di pubblicazione 2019).

[5] Cfr. Bruno Mastroianni, Social network: argomenti al centro, non persone, SenzaFiltro, 29.4.2019, in https://www.informazionesenzafiltro.it/social-network-argomenti-al-centro-non-persone/

[6] Cfr. Adelino Cattani, Botta e risposta. L’arte della replica, op. cit., p.180.

[7] Cfr. Bruno Mastroianni, La “mossa del gattino”: l’autoironia per alleggerire il sovraccarico nelle discussioni online, ExAgere Rivista, n. 1-2 anno IV, gennaio – febbraio 2019, in http://www.exagere.it/la-mossa-del-gattino-lautoironia-per-alleggerire-il-sovraccarico-nelle-discussioni-online/

[8] Cfr. Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, op. cit., pp. 66-67.

[9] Cfr. Yago de la Cierva, Comunicar en aguas turbulenta. Un enfoque etico para la gestion y la comunicacion de crisis, EUNSA, 2014.

[10] Cfr. Adelino Cattani, 50 discorsi ingannevoli. Argomenti per difendersi, attaccare, divertirsi, Edizioni GB, 2011, p. 229.

[11] Cfr. Artur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, Newton, 2013, Stratagemma 19.

[12] Cfr. Ibidem, Stratagemma 23 e 24.

[13] Cfr. Bruno Mastroianni, Gestire commenti (e critiche) online, le regole che le aziende non possono ignorareAgendaDigitale.eu, 28.5.2019, cap. “Lo scopo: vero motore di ogni discussione”, in https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/come-gestire-commenti-e-critiche-online-le-regole-per-fare-bene-ed-evitare-disastri/

[14] Cfr. P. Cantù, I. Testa, Teorie dell’argomentazione. Un’introduzione alle logiche del dialogo, Bruno Mondadori, 2006.

[15] Cfr. Ibidem, cap. “Commenti da ignorare o da accettare senza dare particolare seguito”.

 

Share this Post!
error: Content is protected !!