EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2018, n. 9 - 10 anno III - ISSN 2531-7334
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La parola: un antidoto al virus dei tempi. Intervista a Ivano Dionigi

di Federica Biolzi

 

Professor Dionigi, come si caratterizza, nel pensiero antico, il tema dell’appartenenza e dell’opposizione?

– L’appartenenza, i limiti, nella concezione dell’antichità sono ben rappresentati dal culto del notum, cioè della tradizione e dei padri, in contrapposizione al divieto del novum, cioè del mai visto, del mai udito, del mai sperimentato. Di qui la condanna dei viaggi, del cambiare luogo, della navigazione: tutte esperienze che lasciano ciò che è noto per ciò che è nuovo.

Pertanto è condannata come un sacrilegio (nefas) la spedizione di Giàsone alla ricerca del vello d’oro, perché egli abbandona terra e leggi note per terra e leggi nuove, e anche per nozze nuove che lo porteranno alla rovina. Come pure condannata è Medea perché “senza freni, sfrenata” (effrena) oltrepassa i limiti della natura di madre uccidendo i figli.

Da questo punto di vista la visione scientifica di Lucrezio, che varca i confini e indaga l’universo con l’aiuto della ragione, rappresenta un capovolgimento rispetto alla visione moralistica di Seneca che indaga l’uomo. Rivoluzionario il primo, ostile alla religione e alla politica; conservatore il secondo, il quale rispetterà il culto della religione e praticherà la vita politica.

La tragedia greca è un segnale di questo momento di rottura, di crisi, pensiamo, ad esempio alle tragedie di Sofocle. Antigone ne è un personaggio chiave, vittima del dilemma a quale legge obbedire: quella della polis o del sangue. 

– Il tema di Antigone è stato molto studiato, e sottoposto a diverse spiegazioni. Vi è un’interpretazione tradizionale, secondo la quale la ragione sta tutta da una parte e il torto tutto dall’altra parte. Antigone dice “io ho i diritti e i doveri del sangue, del ghenos, pertanto in base a queste leggi non scritte devo seppellire mio fratello”; Creonte, invece sostiene: “io devo difendere la città, per questo ho emanato un editto che punisce chi non rispetta le leggi scritte”.

Secondo quest’interpretazione la ragione starebbe tutta dalla parte di Antigone ed il torto tutto dalla parte di Creonte. C’è una seconda interpretazione, quella di Hegel, secondo cui tutti e due hanno ragione: Antigone deve difendere la propria famiglia, Creonte deve difendere la propria polis. Come si fa a metterli in opposizione? Infatti hanno entrambi le loro buone ragioni.

C’è una terza interpretazione, cara anche ai due Presidenti Emeriti della Corte Costituzionale, Paolo Grossi e Gustavo Zagrebelsky, la quale dice: tutti e due hanno torto, perché sono entrambi figure insulari, non dialoganti, monologanti. Antigone non si rende conto del problema che andava a creare, dello strappo e della rottura con la comunità, ma neanche Creonte, il quale finiva per negare i diritti individuali della persona. Nel momento in cui Antigone dice “io di te nulla condivido né voglio condividere”, si definisce autónomos, “una che si fa la legge da sola”. Occorre invece calarsi nella realtà e capire gli uni la ragione degli uni e degli altri, il logos dell’uno e il logos dell’altro attraverso il dialogo (diá-logos), l’incontro; e questo avviene nella mediazione della politica. La tragedia si conclude con il Coro che nello scontro tra Creonte e Antigone non va chiamata in causa la sophía, la sapienza assoluta, ma la phronesis, la sapienza pratica e relativa, la saggezza. Bisogna essere saggi, e la saggezza implica la condivisione delle ragioni reciproche. È lì, è nella polis che bisogna incontrarsi. Per questo anch’io credo che tutti e due abbiano torto.

Lo schema di questa tragedia si basa su di uno schema di contrari, polemos tiene legati i due personaggi. Quanto la tragedia greca deve ad Eraclito?

– Eraclito parlava della convivenza dei contrari e dichiarava che “pólemos è padre di tutte le cose”. In verità a tutta la classicità è cara una sorta di “legge del due”, di equilibrio tra forze opposte. Parola fondamentale era isonomia, “parità (isos) della legge (nómos)”. Essa era parola regolatrice non solo della politica: indicava “la parità di diritti e di doveri”, sostituiva la parola democrazia (che conteneva in sé la negatività della parola krátos, “violenza”) e indicava la forma di governo da preferire alla monarchia e all’aristocrazia; ma era anche parola regolatrice dell’universo e indicava, nella concezione degli atomisti e degli Epicurei, lo scontro tra i motus genitales, i moti che generano la vita, e i motus exitiales, i moti che generano la morte. Ex infinito, dice Lucrezio, da tempo infinito, c’è un aequum certamen, c’è una lotta che finisce pari tra queste due forze opposte, il che consente al mondo di stare in equilibrio. Perché il mondo è tutto un senescere, un progressivo invecchiare, e un florescere, un progressivo fiorire. L’universo anzi gli infiniti universi possibili, come dice ancora Lucrezio, cessano perché c’è una mors immortalis; ma, gli atomi, infiniti ed eterni consentono nuove forme e nuovi equilibri, e nuovi mondi, oltre quello che conosciamo.

I Greci hanno alcune parole fondative della loro civiltà …

– Sì, oltre a nómos, “legge”, vorrei ricordare kósmos, “ordine”, la parola con cui i Greci definivano l’universo; e questo ci dice che essi ponevano l’armonia alla base del tutto. E poi soprattutto la parola lógos, denominatore comune di tutta la riflessione dei Greci. Per primo Eraclito identifica nel lógos sia la ragione universale che governa il mondo, sia la ragione umana che dipende dalla ragione universale sia il discorso che esprime questa conoscenza. Finché il logos finirà per designare semplicemente “la parola”.

Il logos, con le sue differenziazioni semantiche, assume grandi potenzialità…

– Fondamentale per il potere della parola ricordare i Sofisti, i quali si adoperavano di far apparire migliore e più valido il discorso peggiore e meno valido. Gorgia in particolare era maestro indiscusso della téchne verbale e dei suoi incantamenti; egli nell’Elogio di Elena definisce la parola un potente sovrano: minuta e invisibile, essa compie azioni divine (thaumastá): la parola può spegnere la paura, eliminare la sofferenza, alimentare la gioia, accrescere la compassione. Nulla è impossibile alla parola, nemmeno vincere cause manifestamente deboli. Tutto le è possibile: anche dimostrare che Elena, la donna più screditata dell’antichità, fu un modello femminile. Gorgia dirà che tutta la vita degli uomini altro non è che hàmilla lògon, “battaglia di logoi”, di parole: parole che si contrappongono a parole. E vince la parola più forte, non quella più vera.

Socrate contrapporrà alle parole individualistiche e relativistiche dei Sofisti le parole che mirano a un “discorso comune” (koinós lógos) e a quella che Platone chiamava la conoscenza scientificamente fondata (epistéme); le altre parole, per Socrate, sono chiacchiere in libertà, “un parlare tanto per parlare” (lógoi héneka lógou). L’appello di Socrate è fondamentale per noi oggi: per recuperare il valore originario e comunitario della parola.

Noi oggi parliamo male, e abbiamo bisogno di una vera e propria ecologia linguistica: da questo punto di vista i classici sono un vero antidoto all’uso mistificato delle parole, perché ci riconducono al significato primo, vero, originario delle parole (etimologia: da étymos, originario”).

Nel mondo latino anche Seneca ha un problema con la parola. La sua vita fu fatta di opposti: da una parte la sua filosofia, dall’altra i suoi eccessi, da una parte le parole dall’altra i comportamenti

– Per Seneca il problema della parola si pone in modo diverso.

Seneca è una sorta di ossimoro vivente, una contraddizione tra la predica e la condotta, tra il sermo e la vita. Egli si giustifica dicendo: io non sono sapiens, saggio, ma philosophus, uno che aspira alla saggezza. Voi dovete fare non ciò che io faccio, ma ciò che io dico. In un dialogo che ho immaginato[1], Lucrezio dice: caro Seneca tu hai zigzagato tra potere e ritiro, tra otium e negotium, tra dignità  e servilismo, ma un bel giorno la vita ti è venuta a trovare. È vero che la morte coraggiosa del suicidio spesso riscatta tutto, ma non va dimenticato, come testimoniano gli storici del tempo, che Seneca era uno che aveva accumulato 300 milioni di sesterzi e concedeva prestiti a tassi altissimi. A differenza di Lucrezio che, da vero monaco e apostolo della ragione, non si era mai sporcato le mani, Seneca conoscerà le leve e gli intrighi del potere. Se ancora oggi Seneca continua a piacere tanto, forse è perché egli meglio del coerente e solitario Lucrezio rappresenta la complessità e la bigamia della nostra anima.

 


(l’intervista è stata realizzata nel corso del Festival  Filosofia, Modena, 2018)

[1] In Ivano Dionigi, Quando la vita ti viene a trovare, dialogo tra Lucrezio, Seneca e noi, ed. G. Laterza, 2018

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