EXAGERE RIVISTA - Settembre-Ottobre 2019, n.9-10 anno IV - ISSN 2531-7334
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La questione dell’amore e dell’identità. Intervista a Michela Marzano

di Federica Biolzi

Cosa accade quando un genitore si ammala gravemente? I ruoli si invertono, la cura, la fragilità, ci consentono di sperimentare sentimenti e relazioni da riconoscere e sperimentare in un groviglio di passioni vecchie e nuove.  L’empatia, il tema di questo numero della nostra rivista, è tra quelli che fanno da sfondo all’ultimo racconto di Michela Marzano, Idda.

– Che importanza ha per lei, nel vissuto quotidiano, questa capacità di immedesimarsi e condividere con l’altro?

– Il tema dell’empatia è sempre al centro dei miei scritti, proprio perché penso che attraverso di essa, possiamo conservare il vivere insieme, il costruire legami nel rapporto tra l’io e il tu che poi originano il noi.

Da un punto di vista teorico è facile definire l’empatia, anche semplicemente se ci rivolgiamo all’etimologia: è un sentire con…. Ora, mi chiedo: è sempre qualcosa di positivo? Per esempio Hannah Arendt, per me grosso punto di riferimento, sostiene che attraverso l’empatia si possa cancellare il modo di sentire e percepire le cose da parte di un’altra persona. Il sentire con, il compatire, l’empatia, sono qualcosa che ci permette di strutturare il vivere insieme, ma se, e soltanto, se io sono aperto all’ascolto. Se io provo a sentire quello che un’altra persona prova mettendo me stesso tra parentesi.

Riconoscendo l’alterità altrui, mettendo tra parentesi l’identità dell’io per aprirsi all’altro. Questo è fondamentale soprattutto per noi che viviamo in un’epoca dove tutto ciò che è ascolto (perché dietro all’empatia c’è l’ascolto) è estremamente difficile. Si ha tendenza a non aprirsi all’alterità, perché rimette in discussione le proprie certezze. Questo è un secolo di chiusura e tutto ciò che riguarda l’empatia, l’ascolto, la rimessa in discussione, viene rifiutato.

– Lei ha scelto un titolo in dialetto: “Idda”, “lei” in italiano, che ha già in sé una valenza affettiva, di rievocazione, di vicinanza. Ci è sembrato di scorgere anche il voler mettere in evidenza una Idda, una Lei per eccellenza. Perché un titolo volutamente così carico di significati?

– Idda è un termine salentino che rinvia alle origini della protagonista, della voce narrante di Alessandra. Anche io ho origini salentine, ma sono nata a Roma ed in realtà per questo libro ho dovuto fare degli approfondimenti. Il dialetto salentino per me era un’alterità, è un omaggio alla mia terra, un modo per trattare il tema dell’identità e della lingua, centrali in questo romanzo. La mia esperienza personale è quella d’italiana andata a vivere in Francia, con un percorso di psicoanalisi in francese, costretta a  passare attraverso un’altra lingua per nominare alcuni aspetti delicati della mia esistenza. Questo mi ha fatto capire come la madrelingua, ossia ciò che noi esprimiamo quando siamo bambini con le nostre persone care, ci strutturi e come questa possa riemergere nel momento in cui ci si interroga sull’identità. Idda ha una grossa valenza in siciliano, termine carico di valori, mentre in salentino Idda è una parola più neutra. Nel libro, per Alessandra è Annie che diventa lei, perché è grazie a Idda che lei riacquista la sua identità.

Nel romanzo si narra di una grande complicità nel rapporto tra madre e figlia. Un rapporto complesso e, per certi versi, costitutivo dell’essere donna. Cosa si cela dentro questo sentimento, quali i suoi limiti?

– La questione della maternità è un argomento su cui, da tempo, ragiono, un po’ come la questione dell’amore e dell’identità. Perché è la prima forma di legame che si sperimenta quando noi nasciamo, il primo rapporto stretto che viviamo è con la madre, quando si è bambini si dipende completamente da questa figura. Poi, naturalmente, quello che a me interessava era anche cercare di capire quali possono essere i problemi sono legati al rapporto madre e figlia. Noi viviamo in un’epoca in cui la maternità viene molto esaltata e c’è, secondo me, l’illusione, da parte di alcune madri, che amando i propri figli li si possa salvare. L’amore ci struttura, il rapporto con la madre ci struttura, ma è anche vero che, con il passare del tempo, noi dobbiamo imparare a sostenerci da soli. Non può essere la mamma che ci ripara o l’amore della mamma che evita eventualmente di soffrire ciò che si soffre. Prima o poi ci si scontra con la durezza della realtà e occorre fare i conti con i propri limiti e con le proprie frustrazioni. Dopo aver descritto, Nell’amore che mi resta, mio precedente libro, una madre che si era illusa che il proprio amore avrebbe potuto riparare la storia della figlia, in Idda ho voluto parlare del momento in cui una madre diventa talmente tanto fragile da non poter più essere lei a fare qualcosa, ma di aver bisogno di una figlia o di un figlio che facciano al posto suo.

L’empatia, oggi, viene spesso vista come un sentimento di genere, coniugato al femminile, ma è realmente così?

– Secondo me no. Anche perché empatia e compassione sono qualcosa che si apprendono, non sono qualcosa di innato. Freud ce lo spiega bene quando, parlando di bambini e osservandoli, dice: i bambini possono anche essere crudeli e, finché non s’insegna loro a sentire ciò che possono sentire gli altri a cui si fa del male, loro, non sapranno mai che cos’è la compassione. Quindi la compassione non è innata ma s’insegna e s’impara, ecco perché è qualcosa da trasmettere. Se spesso s’identificano la compassione e l’empatia al femminile è perché, a livello educativo, s’insegna alle bambine a prendersi cura degli altri, trascurando quest’elemento nell’educazione dei figli maschi. Ma si tratta, secondo me, di emozioni e di barriere psichiche che non hanno né sesso né genere, possiamo cambiare, questa mentalità forse va corretta. In una società come la nostra di empatia ce ne è davvero poca, di compassione non ce ne è quasi per niente, vige la legge del più forte: Homo Homini lupus, il  principio hobbesiano in cui, alla fine, vince il più forte.

 – In Idda, lei affronta, tra l’altro, il tema malattia.  Una malattia devastante, che colpisce il nostro vivere quotidiano, le nostre relazioni affettive. Però, nonostante l’aspetto drammatico di questa patologia, in fondo, si resta se stessi. Come è possibile?

– Il punto di partenza è proprio una questione filosofico-esistenziale, ossia, che cosa resta di noi quando pezzi interi della nostra esistenza scivolano via? Una domanda che io ho iniziato a pormi quando, discutendo con un collega di Dipartimento in Francia, anche lui filosofo e la cui moglie ha avuto una forma di Alzheimer precoce, gli ho chiesto: ma quindi tua moglie non ti riconosce più? Lui ha risposto che il problema non è solo e tanto se lei non mi riconosce, ma se io continuo a riconoscere lei, ora che non è più esattamente la stessa persona di prima, quella che io ho sposato e con cui ho vissuto le gioie ed i dolori della mia vita.

Da quel momento ho iniziato a chiedermi se si cambia, se si diventa altro e cosa resta di noi. Poi c’è stato l’incontro con la malattia vera, che ha vissuto la mamma di mio marito, Renée, a cui io dedico il libro. Ho capito come da un lato ci siano alcune cose che scompaiono: la presenza, la capacità di controllo, l’efficienza, dall’altro lato però credo che l’essenziale di ognuno di noi resti, resta l’affettività.  Le parole con cui faccio parlare la dottoressa Brun nel libro, sono parole che hanno un riferimento scientifico. I neurologi, gli specialisti in malattie neurodegenerative, quando devono fare una diagnosi chiedono ai pazienti di dire la prima frase che viene loro in mente e tutti i pazienti rispondono: Ti voglio bene, ti amo. L’amore resta anche quando l’oblio copre tutto. I malati affetti da patologie neurovegetative, non riconoscono il figlio come figlio, ma sanno che si tratta di una persona familiare, non sanno esattamente chi sia, ma sanno quando qualcuno è legato da affetto, da amore, da dolcezza, ci sono altri modi di comunicare. In una scena di Idda, Pierre entra con un bicchiere d’acqua in camera ed Annie e lei gli dice: Grazie signore, poi beve a differenza di quanto non faccia quando le infermiere la invitano a farlo.  Annie non lo riconosce come figlio ma sa che è una persona cara. C’è un cambiamento, tante cose si perdono, ma in realtà ciò che è più essenziale di noi resta e resta attraverso l’affettività.

– Si ha l’impressione che, nel suo racconto, sia proprio la perdita della memoria a facilitare una relazione più autentica e empatica.  Un legame affettivo, in forma diverse, oserei dire muto e profondo, sembra continuare. È davvero così?

– Quella è la parte più autentica di noi. Per tante volte e per tanti secoli i filosofi hanno cercato di definire l’identità in termini razionali. Ma c’era il problema della memoria, perché se io sono io nel momento in cui mi riconosco, ricordo e mi identifico, questo vorrebbe dire che quando viene meno la memoria, viene meno l’identità. Mentre in realtà non è così, perché costitutiva dell’identità di ognuno di noi è anche la memoria affettiva, che non coincide con la razionalità, è un altro livello, più profondo, a permettere la permanenza dei legami.

– Nella storia che lei ci racconta appaiono figure e personaggi reali. La percezione che emerge nel lettore è che lei voglia invocare, provocare un cambiamento quasi come una sfida alla memoria inconscia, che lei cita. Corrisponde al vero?

– Si è vero, con i miei romanzi cerco di raccontare storie di cambiamenti, dopo di che ogni lettore ne fa ciò che vuole. Nella vita ognuno di noi si trasforma anche sulla base di quello che vive. Ciò che m’interessa raccontare sono le situazioni di difficoltà più profonda, cerco di mettere in scena come, di fronte a situazioni anche di dolore estremo, si riesca a trovare una via, proprio perché ci si adatta, ci si allontana e ci si avvicina a ciò che si vive.  Cerco di trovare le parole per accompagnare chi vive queste situazioni di cambiamento e per non sentirsi soli.

– A proposito di Pierre, del quale parla nel suo racconto.  Lei scrive: “non siamo in sintonia. Anzi, siamo complementari.” Il risultato è simile a quello dei colori complementari che ci forniscono il bianco, la perfezione. Poi continua “l’amore è questo: prendersi cura l’uno dell’altro, anche se in maniera sgrammaticata e maldestra.” Cos’è l’amore per Michela Marzano?

L’amore è proprio questo. In realtà, le parole che metto in bocca ad Alessandra sono anche un po’ le mie.  L’amore ci permette di essere amati quando possiamo essere quello che siamo, indipendentemente dalle aspettative. L’amore è il riconoscimento. Ecco perché è la cura del riconoscimento. Nel momento in cui io sono riconosciuto io so anche di non dovere fare sforzi per essere diverso da ciò che sono.

– Lei insegna da anni in Francia, che clima si respira oltralpe rispetto ai cambiamenti, non solo politici ed economici, ma anche di pensiero e culturali che sembrano, in questi ultimi anni aver subito un’accelerazione? In buona sostanza: quali valori stanno emergendo e quali affievolendosi o scomparendo nell’Europa dei prossimi anni?

Io credo che da questo punto di vista non ci siano grandissime differenze tra l’Italia, la Francia e i vari paesi europei, abbiamo un problema con la reciproca accettazione delle differenze altrui e soprattutto abbiamo un problema con il rispetto. Il rispetto sta venendo meno,  si vede da come si parla, da come ci si comporta, da come si ha la tendenza a cancellare l’altro. In realtà è un: Je moi je. Un Io…io… io…. e chi se ne importa di tutti gli altri. Sta venendo meno quella base che permette alla società di andare avanti con un rispetto reciproco.

 

Michela Marzano

Idda

Einaudi, 2019

 

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