EXAGERE RIVISTA - Maggio - Giugno 2024, n. 5-6 anno IX - ISSN 2531-7334

La società dell’ignoranza

di Gianfranco Pecchinenda

Riflessioni a partire dal volume di Peter Burke, Ignoranza. Una storia globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2023

Karl Popper sosteneva che, per quanto gli esseri umani possano progredire nella produzione della conoscenza, si tratterà sempre di un sapere limitato e circoscritto rispetto alla concomitante e inevitabilmente smisurata produzione dell’ignoranza.

Peter Burke, che evidentemente condivide questa considerazione popperiana, ritiene inoltre che, come tutti i prodotti umani, anche quelli legati a questo gigantesco fenomeno abbiano una loro storia, strettamente intrecciata alle dinamiche culturali più generali che caratterizzano le diverse società. Al momento, però, data l’attuale ignoranza della storia dell’ignoranza – come scrive il celebre studioso britannico nell’introduzione del suo libro – “mi è parso più opportuno organizzare uno studio generale nella forma di una serie di saggi incentrati su temi particolari”, attraverso cui mettere in evidenza il ruolo avuto dall’ignoranza nel passato.

Un lavoro che egli stesso ritiene dovrebbe essere considerato una sorta di prologo a una storia futura, come la perlustrazione di un territorio sulla cui carta figurano ancora molti spazi bianchi.

“Pensando al futuro – prosegue Burke – spero di incoraggiare e orientare i potenziali autori di nuovi studi offrendo loro ipotesi da sottoporre a verifica ed esortandoli a situare la loro ricerca in un quadro più grande. Lo scavo in profondità dello specialista e lo sguardo a volo d’uccello del generalista si stimolano a vicenda e dipendono l’uno dall’altro”.

Ignorare e conoscere

Sebbene una definizione tradizionale del termine di uso comune (quella dell’ignoranza intesa come “assenza o privazione di conoscenza”) sia anche intuitivamente semplice, ciò che appare evidente già dopo un sommario sguardo all’indice del volume, è come tale concetto si sia sempre presentato nel corso della storia assumendo delle accezioni relativamente complesse. Tanto per cominciare, Burke sottolinea la presenza di una sostanziale differenza nel giudizio di valore correlato al concetto di ignoranza.

Da una parte, troviamo la prospettiva “pessimista” di coloro che tendono a denunciare l’ignoranza come uno strumento funzionale al dispotismo, al fanatismo o alla diffusione della superstizione; dall’altra, troviamo quella di coloro che propendono invece a vedere nell’ignoranza una sorta di benedizione: una lunga tradizione che almeno da Agostino in poi ha criticato la “vana” curiosità legata al desiderio di conoscere. Tra questi, oltre al clero della prima modernità, sia cattolico sia protestante, che considerava la curiosità come una sorta di peccato mortale, ritroviamo una tale tendenza anche in produzioni culturali più secolarizzate, come ad esempio nella leggenda di Faust (che ha ispirato drammi, opere e romanzi tuttora attuali), o come accade con lo stesso Michel de Montaigne, il quale sosteneva che l’ignoranza poteva essere considerata per la felicità una “ricetta” migliore della curiosità.

Aldilà degli eventuali giudizi di valore, la stessa definizione di senso comune dell’ignoranza necessita evidentemente di alcune più complesse distinzioni. Quella che innanzitutto mette in evidenza Burke è la necessità di distinguere tra known unknowns (“ciò che si sa di non sapere”), e unknown unknowns (“ciò che non si sa di non sapere”). Per capirci, una cosa era l’ignoranza della struttura del DNA prima della sua scoperta nel 1953, e tutt’altra era l’ignoranza dell’esistenza dell’America prima della scoperta di Cristoforo Colombo mentre cercava di approdare alle Indie.

Una volta proposta una tale distinzione, non si può evitare di fare riferimento anche ad altre possibili suddivisioni, tra le quali una delle più significative resta quella introdotta da Freud e divenuta centrale per tutto il movimento psicoanalitico, riguardante “la conoscenza che non conosce sé stessa”, il “non voler conoscere” e tutti gli altri possibili tipi di ignoranza inconscia.

Epistemologia e Sociologia dell’ignoranza

Come è noto, esiste una vera e propria disciplina – la sociologia della conoscenza – cui potrebbe (anzi, sarebbe evidentemente necessario) affiancarsi una sociologia dell’ignoranza, ovvero una disciplina che indaghi non solo tutto ciò che viene considerato conoscenza in una data società e in una determinata epoca, ma anche tutto ciò che viene considerato “ignoranza”: ciascuna forma di conoscenza – anche nel senso comune – ha infatti una forma di ignoranza come contrario complementare.

L’ignoranza, così come la conoscenza – sosteneva ad esempio Robert K. Merton – può essere “prevista”, e dunque di tipo selettivo. Distogliersi consapevolmente dalla conoscenza di un argomento per concentrarsi su un argomento diverso, lo scegliere di sollevare alcune questioni, adottare determinati metodi o operare con certi paradigmi (come teorizzato da Kuhn), finisce per escludere alcuni tipi di conoscenza, sia come conseguenza di una scelta consapevole sia come conseguenza inintenzionale.

Popper aveva introdotto a tal proposito anche una distinzione tuttora cruciale tra un’ignoranza “attiva”, diversa dalla “passiva” assenza di conoscenza, che in alcuni casi potrebbe anche confondersi con la produzione di vere e proprie forme di ignoranza strategica, la produzione di “segreti” e dell’oscurantismo che ne potrebbe derivare.

Insomma, fin dalle prime pagine di quest’imponente opera appare chiaro come l’ignoranza sia un concetto molto più complesso di quanto potrebbe sembrare a prima vista e di come si renda necessario analizzare con attenzione quelle prospettive filosofiche ed intellettuali che maggiormente hanno influenzato la storia del pensiero occidentale ad esso relative.

Così come l’epistemologia si occupa del modo in cui acquisiamo conoscenze e ne valutiamo l’affidabilità, possiamo dire che esiste un’epistemologia dell’ignoranza che si occupa del come e del perché non conosciamo. Nella storia della cultura occidentale, dopo la svolta epistemologica proposta dal celebre paradosso socratico, fondato sull’ignoranza intesa come consapevolezza dell’impossibilità di una conoscenza definitiva (“sapere di non sapere”), uno degli approcci fondamentali allo studio dell’ignoranza è certamente stato quello proposto dalla scuola degli scettici, i quali, come è noto, credevano fermamente nell’indagine (sképsis), ovvero nella sospensione del giudizio su ciò che si crede di sapere, e della necessità di esaminarlo con attenzione.

In sintesi, dopo essere parzialmente scomparsa nel corso del Medioevo, questa tradizione scettica è poi ricomparsa nel Rinascimento. Lo stesso Michel de Montaigne può essere considerato una delle sue figure più rappresentative e Cartesio, nel suo Discorso sul metodo (1637), esercitando la sua “ignoranza metodologica” per passare dal dubbio alla certezza, aveva probabilmente come riferimento proprio Montaigne.

“Lo scetticismo del XVII secolo – riflette Burke – potrebbe essere visto come l’espressione filosofica di una più generale consapevolezza del divario fra le apparenze e la realtà, una consapevolezza che fu centrale per la visione del mondo dell’età del Barocco”. La vita è sogno (1636), del grande drammaturgo spagnolo Pedro Calderón de la Barca, offre un’avvincente messa in scena proprio del celebre argomento scettico della difficoltà di distinguere fra sogno e realtà.

Dal Settecento in poi è possibile ritrovare, tra gli altri, alcuni celebri epistemologi dell’ignoranza: da George Berkeley a David Hume, da Karl Marx a Sigmund Freud, per giungere infine ai decenni finali del Novecento in cui si verifica quella che Burke definisce una vera e propria svolta che conduce alcuni pensatori a studiare la conoscenza e l’ignoranza in un modo diverso.

Mentre l’epistemologia tradizionale si era focalizzata sui modi in cui gli individui acquisiscono la conoscenza, quella che dagli anni Ottanta in poi viene definita epistemologia sociale tende invece a focalizzarsi sulle cosiddette comunità cognitive, termine con cui Burke si riferisce alle scuole, alle università, ai centri di ricerca, alle chiese, ai governi e – in estrema sintesi – a tutte le organizzazioni sociali.

In tal senso il nuovo approccio si propone di “identificare diverse forme di ignoranza, esaminare come vengono prodotte e mantenute, e quale ruolo rivestono nelle pratiche della conoscenza”. In sostanza – prosegue Burke – l’obiettivo si concentra sull’ignoranza imputabile a generi, etnie e classi, spingendo i ricercatori ad osservare più da vicino alle forme collettive di produzione dell’ignoranza.

Da questa prospettiva, è possibile notare come ogni epoca possa essere considerata un’età dell’ignoranza. E questo, secondo Burke, è dovuto principalmente a tre motivi.

In primo luogo, all’innegabile fatto che all’aumento della conoscenza collettiva verificatasi negli ultimi due secoli, non sia corrisposto un aumento della conoscenza per la stragrande maggioranza dei singoli individui. “Benché l’umanità nel suo complesso sappia più cose di quante ne abbia mai conosciute prima, la maggior parte degli individui sa solo qualcosina in più rispetto ai suoi predecessori”;

in secondo luogo c’è da considerare il fenomeno che l’espandersi di alcune conoscenze in una data epoca è spesso accompagnata dalla perdita di altre (“Al livello concettuale – fa notare Burke – quando un modello o un paradigma ne sostituisce un altro, non c’è solo un guadagno, ma anche quella che è stata chiamata Kuhn-loss, la perdita di Kuhn, cioè la scomparsa della capacità di spiegare alcuni fenomeni, dal momento che ciascun paradigma concentra la sua attenzione su un numero ristretto di caratteristiche della realtà a spese di altre”);

infine, c’è da notare come la rapida espansione dell’informazione non coincida con l’espansione della conoscenza, cioè di dati che sono stati analizzati, digeriti e classificati. “In ogni caso, le organizzazioni, in particolare i governi e le grandi corporazioni, nascondono una quantità crescente delle informazioni che raccolgono (…). È stato detto spesso che viviamo in una società dell’informazione o in una società della conoscenza (…). Si potrebbe anche dire, però, che viviamo in una società dell’ignoranza: via via che si accumulano montagne di conoscenza, ci sono sempre più cose che ciascuno di noi non sa”.

Le conseguenze dell’ignoranza

Nella parte restante del suo lavoro Burke si dedica a discutere alcune possibili conseguenze dell’ignoranza in ambiti organizzativi specifici, con l’obiettivo principale di richiamare l’attenzione sull’importanza e la necessità dell’organizzazione dei processi educativi. In particolare, l’autore si concentra sulla guerra, gli affari e la politica. In seguito, si occupa di discutere il ruolo dell’ignoranza in diversi tipi di disastri – carestie, inondazioni, terremoti, pandemie – dell’ignoranza del pubblico e dei modi in cui viene mantenuto nell’ignoranza, dei tentativi di rimediare alla nostra ignoranza del futuro, delle possibili pericolose conseguenze dell’ignoranza del passato.

Tra le diverse analisi proposte, mi sento di condividere con particolare enfasi la preoccupazione per i pericoli segnalati da Peter Burke in relazione alle conseguenze dell’ignoranza legate alla crescente specializzazione della conoscenza che ha investito negli ultimi decenni la cultura contemporanea.

Già nell’oramai lontano 1959 Charles P. Snow, in una famosa conferenza tenutasi a Cambridge, aveva osservato come le scienze naturali e gli studi umanistici fossero diventati “due culture”, sempre più lontane l’una dall’altra, al punto che un individuo ben istruito nelle materie umanistiche probabilmente sarebbe stato ignorante della seconda legge della termodinamica. “Oggi – come fa notare Burke – al tempo della specializzazione in continuo aumento, l’idea di sole due culture è sicuramente diventata un eufemismo”.

“Data la brevità della vita umana, il bisogno di dormire, e la competizione per l’attenzione fra le nuove forme di arte o di sport – conclude lo storico britannico –, dovrebbe essere abbastanza ovvio che ciascuna generazione di ciascuna cultura difficilmente è capace di conoscere più di quelle che l’hanno preceduta (…).

Ci troviamo anche di fronte al paradosso, notato dall’economista Friedrich von Hayek, che maggiore è la conoscenza collettiva, grazie alle ricerche degli scienziati e degli studiosi, minore è la condivisione di tutta quella conoscenza (…) che ogni singola mente può assorbire”.

Insomma, se è vero che la produzione di nuove conoscenze rende possibile l’emergere di nuovi tipi di ignoranza e che – come notava Mark Twain – siamo tutti ignoranti, solo di cose differenti, è difficile non condividere la riflessione con cui Burke chiude il suo brillante lavoro, ovvero che il vero guaio è che “coloro che detengono il potere spesso mancano delle conoscenze di cui avrebbero bisogno, mentre coloro che possiedono quelle conoscenze non hanno il potere”.


Peter Burke

Ignoranza. Una storia globale,

Raffaello Cortina Editore, 2023

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