EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto 2020, n. 7 - 8 anno V - ISSN 2531-7334
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La sociologia e la sfida delle nuove scienze

di Gianfranco Pecchinenda

Noi sociologi abbiamo ereditato, dai fondatori della nostra disciplina, una prospettiva di analisi del comportamento umano fondata su un paradigma ampiamente condiviso, quello dello strutturalismo. Tale paradigma sostiene che, indipendentemente dai suoi presupposti biologici e fisiologici – la cui importanza può essere più o meno importante a seconda dei casi specifici – l’essere umano è determinato nei suoi comportamenti essenziali da una serie di variabili di carattere socio-strutturale: dalla classe sociale alla famiglia, dal livello educativo alla religione o alla morale collettiva.

Il metodo

Una delle idee fondamentali dello stesso Auguste Comte era quella secondo cui, per studiare la società scientificamente, fosse innanzitutto necessario porsi delle questioni di metodo: quelle relative ai modi attraverso i quali condurre una ricerca empirica, quelli di carattere epistemologico, quelli di carattere storiografico.

La crisi sociale che stava investendo la società francese della sua epoca, era per Comte essenzialmente una crisi intellettuale. Per risolverla, era necessario comprendere e fissare la legge dell’evoluzione intellettuale dell’Umanità. Come sappiamo il grande filosofo francese orienterà la sua soluzione proponendo l’introduzione di un’unità di metodo nel sistema delle scienze, superando la dicotomia fra metodo positivo, adottato all’epoca dalle scienze naturali, e metodo teologico-metafisico, ancora dominante nelle scienze sociali.

Trattandosi di due metodi inconciliabili, Comte propose di estendere il metodo positivo all’analisi di tutti i fenomeni umani, compresi quelli sociali, finendo per fondare quella che lui stesso definì Fisica Sociale: “In effetti – scrive Comte nel suo Corso di Filosofia Positiva – si nota una lacuna essenziale relativa ai fenomeni sociali i quali, benché compresi implicitamente fra i fenomeni fisiologici, meritano di formare una categoria a parte sia per la loro importanza sia per la difficoltà inerente al loro studio. È evidente che quest’ordine di fenomeni non è ancora entrato nel dominio della filosofia positiva. Ecco dunque la grande, ma evidentemente la sola lacuna che si tratta di colmare per condurre a termine la costituzione della filosofia positiva. Dopo la fisica celeste, terrestre, organica, si tratta ora di fondare la fisica sociale”.[1]

Con il metodo tratto dalla Fisica e dalle altre scienze naturali, la spiegazione sociologica si troverà a dover pagare, da allora in avanti, un suo prezzo empirico. Avendo a che fare con i fatti della realtà effettuale, essa non potrà più autoalimentarsi dall’interno senza uscire da sé e senza misurarsi con l’imprevedibile realtà empirica della vita culturale, o storica nel senso più lato del termine, pena lo scadere nel formalismo gratuito, pena, in altre parole, la perdita del suo oggetto. Anche se la ricerca sociologica non si riterrà mai completamente soddisfatta del paradigma implicito nella prospettiva comtiana, il determinismo strutturalista che ne accompagnerà le diverse versioni e revisioni non sarà mai messo così profondamente in crisi come sta accadendo in questi ultimi trent’anni, ovvero da quando una serie di approcci sociologici di derivazione fenomenologica, saranno rivitalizzati dal crescente successo delle nuove scienze cognitive.

Fisica sociale e Sociologia quantistica

Mentre già a partire dai primi del Novecento la fisica classica e i suoi metodi tradizionali venivano infatti messi in discussione dal loro interno, grazie soprattutto all’enorme impatto legato alla diffusione della fisica quantistica, le scienze sociali avevano continuato ad affidarsi, incuranti della rivoluzione epistemologica in atto, alle metodologie ereditate quella fisica sociale che la fisica stessa cominciava a rivedere: il mondo circostante non andava più considerato come un dato stabile e definito nel tempo; gli oggetti (l’ambiente, gli altri) non erano delle cose ma dei processi. Inoltre, il ruolo dell’osservatore (la sua prospettiva) doveva essere considerato fondamentale nel determinare le caratteristiche assunte in ciò che si intendeva analizzare. Detto diversamente, nelle scienze sociali la distanza tra soggetto e oggetto doveva essere completamente rivisitato, così come stava accadendo nelle scienze naturali.

L’epistemologia che aveva accompagnato le grandi imprese culturali, artistiche e tecnologiche verificatesi tra la fine dell’Ottocento e i primi trent’anni del Novecento avevano suggerito in sostanza che non poteva più esistere una realtà oggettiva (quella su cui si riversavano ancora gli eredi della sociologia strutturalista), soprattutto se continuiamo ad assumere un solo punto di vista; che quante più prospettive, quanti più punti di vista abbiamo su una realtà, tanto più questa diventa completa e, appunto, oggettivamente reale. In altri termini l’idea che cominciava ad affermarsi, per poi diventare scientificamente dominante, era quella secondo cui la realtà non si presenta a noi in modo predefinito, in una forma data, ma essa è sempre un processo in divenire, frutto dell’interazione dialettica e incessante tra soggetto e oggetto: la realtà è un fenomeno incerto; la verità è una previsione probabilistica.

Fenomenologie

Come appena ricordato, tra i diversi movimenti artistici e culturali emersi in questo periodo, la fenomenologia e la meccanica quantistica sono state certamente tra le più straordinarie rivoluzioni del XX secolo. I modelli di pensiero di cui esse si sono fatte portatrici, hanno provocato quello che può essere considerato il più radicale cambiamento di prospettiva nel pensiero umano verificatosi da quando i primi filosofi greci cominciarono ad abbandonare il Mito a favore della ricerca di princìpi razionali nella spiegazione dei fenomeni umani.

Grazie alle teorie introdotte dalla meccanica quantistica e dal metodo fenomenologico, la nostra visione della realtà si è totalmente modificata. Il prezzo che i nuovi approcci scientifici hanno dovuto pagare per poter integrare queste nuove prospettive nei loro modelli di spiegazione della realtà, è stato quello di dover accettare molte idee apparentemente controintuitive.

Questo significa, in parole povere, che diversamente da quanto abitualmente accade nella nostra quotidianità, governata dai solidi paradigmi del buon senso comune, ciò che percepiamo attraverso i sensi comincia a diventare sospetto. Come dicono i fenomenologi, “l’atteggiamento naturale” (quello secondo cui la “realtà” e i fenomeni che la caratterizzano sono quelli che possiamo vedere, toccare e in generale percepire con i nostri sensi) comincia ad essere una garanzia sempre meno attendibile per poter spiegare in modo adeguato quello che accade intorno a noi.

Tra le varie intuizioni tipiche di ogni essere umano adulto e socializzato, c’è quella per cui gli oggetti che ci circondano (il tavolo, il computer, la sedia, i libri, la lampada, il cane), esistono in modo indipendente da noi e possiedono certe proprietà oggettive.

A tali intuizioni se ne aggiungono altre, più o meno date per scontate a seconda del nostro grado di istruzione, ovvero della più o meno approfondita conoscenza di alcune elementari teorie elaborate dalla fisica classica, in base alle quali abbiamo la certezza (la “naturale” e “assoluta” certezza, aggiungerei), del fatto che se con un lieve movimento della mia mano lascio cadere la penna dal tavolo, questa precipiterà sul pavimento. E con altrettanta certezza saprò prevedere che, ripetendo lo stesso gesto migliaia di volte, l’evento si ripeterà sempre allo stesso modo, seguendo una legge pressoché universale (o “naturale”), traducibile peraltro in formule matematiche affidabili e precise.

Queste intuizioni, ovviamente, continuano a esserci di grande aiuto nella vita quotidiana, proprio perché agevolmente intuitive e pertanto prevedibili con “matematica certezza”.

Quello che suggeriscono invece le nuove visioni del mondo novecentesche, però, e con altrettanta “matematica certezza”, è che se cambiamo la prospettiva, ovvero, in questo caso, se osserviamo gli stessi fenomeni assumendo come punto di vista (per esempio grazie a un microscopio) una dimensione molto più ridotta (per esempio a livello atomico), cominciamo ad osservare negli stessi oggetti dei fenomeni strani e imprevedibili che ci obbligano a mettere in dubbio il nostro “atteggiamento naturale”, ovvero le teorie scientifiche stesse che sostenevano la nostra unica “verità”. Una verità che, a questo punto, tende a diventare sempre meno certa: probabilità e indeterminazione cominciano così a sostituire le nostre vecchie certezze e previsioni; la verità tende a somigliare sempre più a un preconcetto.

Ma come è stato possibile che la fisica classica, quella di Galileo e di Newton, che riusciva a prevedere e calcolare in modo così elegante ed efficace, con poche equazioni, i moti dei corpi celesti – così come la caduta della penna dalla mia scrivania – risultasse invece fallimentare per descrivere fenomeni come quelli che si manifestano a livello atomico? Eppure era stato solo grazie alla fisica classica che si erano potute progettare le ali per gli aeroplani, i grattacieli o i ponti in grado di resistere a venti e terremoti. Perché tutto funziona così bene, se la meccanica quantistica ci mostra con evidenza scientifica che il mondo non funziona affatto come pensavamo?

Emancipazione simbolica

Per poter affrontare sociologicamente lo studio del comportamento umano, e affrontare le sue evidenze empiriche, si rendono sempre più necessari – come avvertiva Norbert Elias – modelli multidimensionali delle società umane. “La difficoltà – scriveva il sociologo tedesco – consiste nel fatto che gli scienziati sociali, e in particolare i sociologi, sono ancora prigionieri di una teoria scientifica filosofica che ha avuto inizio con Cartesio ed è stata rafforzata dai fisici dell’epoca. A quello stadio non c’era bisogno di modelli teorici multidimensionali. Tutti gli oggetti della fisica, cioè secondo molti filosofi tutti gli oggetti, sembravano appartenere ad un medesimo e unico livello di integrazione. In sostanza la sociologia avrebbe bisogno non soltanto di sviluppare la percezione e la rappresentazione simbolica in termini processuali, ma anche e soprattutto di orientare la propria ricerca nella piena comprensione del fatto che gli eventi devono essere collocati in una sequenza di livelli di integrazione differenti.

Succede questo – spiegano in modo chiaro ed efficace il premio Nobel per la fisica Leon Lederman e il suo collega Christopher Hill: che quando enormi quantità di atomi si uniscono a formare oggetti macroscopici (come aeroplani o ponti), “gli inquietanti e controintuitivi fenomeni quantistici, con il loro carico di incertezza, sembrano cancellarsi a vicenda e riportare i fenomeni nell’alveo della precisa prevedibilità della fisica newtoniana. Il motivo per cui ciò accade, in soldoni, è di natura statistica. Quando leggiamo che il numero medio di componenti delle famiglie americane è pari a 2,637 individui, siamo di fronte a un dato preciso e deterministico. Peccato però che nessuna famiglia abbia esattamente 2,637 componenti”.[2]

Quando cambia la dimensione dell’oggetto osservato, cambiano i criteri di legittimazione della verità, insieme alla prospettiva stessa dell’osservatore: è un fatto evidentemente sociologico: due o più individui sono una cosa diversa dalla somma dei due singoli individui; si tratta, paradossalmente, di uno dei principi fondamentali del nostro vecchio e solido approccio strutturalista.

Ciò che questo può significare, molto semplicemente, è che modificando la dimensione dell’oggetto osservato, anche la legittimità dei criteri di verità viene fatalmente a cambiare, insieme alla prospettiva dell’osservatore stesso. È un fatto sociologicamente ovvio: due o più individui sono una cosa diversa dalla somma dei due stessi (o più) individui.

Sembrerebbe un paradosso, ma ci troviamo di fronte allo stesso principio fondamentale proposto dall’approccio strutturalista e che, secondo alcuni, sarebbe minacciato dalle prospettive delle nuove filosofie e scienze emergenti.

In effetti, vale la pena ricordare, a tal fine, che lo stesso Comte, che aveva gettato le basi della nostra sociologia classica (o fisica sociale), è anche colui che aveva affermato che la spiegazione sociologica deve sempre mantenere un atteggiamento interdisciplinare e aperto alla complessità dei fenomeni sociali, in grado di affrontare i processi evolutivi delle istituzioni senza dimenticare di comprendere i rapporti di influenza reciproca.

In sintesi, la spiegazione sociologica è sempre stata, sin dalle sue fondamenta istituzionali, essenzialmente anti-riduzionista e aperta alle teorie prodotte dalle altre scienze. Da qui il suggerimento di non averne paura o di non vivere come una minaccia le nuove conoscenze e i contributi che ci arrivano oggi dalla meccanica quantistica, dalle scienze cognitive, dalle neuroscienze e dalle scienze naturali in generale, ma piuttosto per cercare di integrarle in teorie socio-fenomenologiche che possano servire da stimolo per affrontare in modo più originale ed efficace le grandi sfide che ci vengono da un tipo di società (e di esseri umani) che le grandi innovazioni tecnologiche e culturali stanno profondamente contribuendo a ridefinire[3].

[1] Comte, A., Corso di filosofia positiva, a cura di Ferrarotti F., UTET, Torino 1967, pp. 11-12.

[2] Leon M. Lederman – Christopher T. Hill, Fisica quantistica per poeti, Bollati Boringhieri, Torino 2013, p. 16.

[3] Cfr., per approfondimenti, Gianfranco Pecchinenda, L’Essere e l’Io. Fenomenologia, esistenzialismo e neuroscienze sociali, Meltemi, Milano 2018.

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