EXAGERE RIVISTA - marzo - aprile - 2026, n. 3-4 anno XI - ISSN 2531-7334

La sofferenza non è il destino finale dell’uomo. A colloquio con l’esorcista don Roberto Pandolfi.

di Gianfranco Brevetto

Don Roberto Pandolfi è sacerdote dal 1988 e di esperienza ne ha fatta  tanta. A lui la Diocesi di Como ha affidato uno dei compiti più difficili e complessi che si possano avere nella comunità ecclesiale: essere esorcista. Un ministero che conduce al contatto diretto e crudo con la sofferenza, il disagio, il dolore. È suo il volume Il diavolo accanto  nel quale ci racconta e ci rende partecipi, in modo accessibile a tutti, del suo lavoro quotidiano.

-Il tema è molto suggestivo e poi, tra parentesi, anche ignoto per me. Devo dire che però è significativo che lei, come altri suoi colleghi, stiate facendo questo sforzo divulgativo. Negli ultimi anni sono venuti fuori un po’ di libri sul lavoro dell’esorcista: è importante uscire da questo alone di mistero che non fa bene alla categoria e non fa bene nemmeno al credente. Perché le vicende legate alle presenze diaboliche, all’esorcismo, sono rimaste per tanti secoli velate di mistero, inaccessibili ai più?

-Io credo che sia una questione di prudenza da parte della Chiesa, sono temi che suscitano spesso una curiosità morbosa. Quando insegnavo a scuola, alle superiori bastava dire: ragazzi oggi parliamo del diavolo, e c’era un assoluto silenzio, un’attenzione che in tante altre lezioni molto più consistenti non trovavo. Quindi una certa curiosità che tende a sconfinare nel morboso e poi, soprattutto, perché, per tante persone magari un po’ instabili, può costituire il motivo scatenante di situazioni difficili da gestire. Da qui la prudenza della Chiesa. Io sono abbastanza contrario a certa letteratura, e filmografia, sensazionalistica.

– Sant’Agostino si chiedeva: da dove viene il male? Secondo lei c’è una differenza tra quello che noi indichiamo come male che esiste nel mondo e la presenza diabolica?

-Il male fondamentalmente dipende anche dalla libertà che Dio ci ha lasciato di scegliere. Accanto a noi c’è una entità chiamiamola malvagia che lavora e che mette l’uomo in una posizione di scelta in cui prevale la parte cattiva. È la parabola del grano e della zizzania che racconta Gesù: andranno avanti insieme fino alla fine dei tempi. Il grano e la zizzania sono dentro di noi . Il diavolo, dall’esterno lavora su quella parte interna dell’uomo più o meno buona.

– Questa divisione, questo lavorio, è una questione prettamente individuale o anche collettiva?

– E’ anche collettiva. La dottrina della Chiesa dice che ogni peccato, anche il più nascosto, ha una dimensione sociale perché toglie un po’ di santità a tutta la Chiesa. Il mio peccato di evadere le tasse è qualcosa che avrà conseguenze su tutta la comunità. Questo lo ha messo bene in evidenza Giovanni Paolo II in una delle sue encicliche: ci sono delle situazioni in cui la persona singola diventa parte di un ingranaggio, pensiamo al commercio delle armi, e viene stritolata da questa struttura che porta poi a sofferenze atroci.

-Prima faceva riferimento alla fragilità umana, al rispetto che occorre avere verso gli altri. Ma come si fa a distinguere l’aspetto psichico, psicopatologico, dalla presenza del maligno? Non si rischia di essere suggestionati e vedere dappertutto presenze demoniache?

– Certo che c’è una differenza. Il detto popolare tende a fissare in ogni comportamento malvagio o strano la presenza del demonio, in realtà la prima cosa da dire è che l’esorcista deve avere una certa competenza in psicologia e psichiatria, oltre che in teologia, perché altrimenti davvero ricade anche lui in questo errore. Chi si comporta in modo strano con attacchi di violenza eccetera ha dentro il demonio? No, ci sono tanti disturbi psichiatrici che comportano delle sintomatologie che potrebbero portare a pensare a una possessione ma sono lontane da questa. L’esorcista deve operare un discernimento molto serio, perché poi la terapia dipende dalla diagnosi. La Chiesa, in questo ha una prudenza altissima.

Quali sono i sintomi che si valutano con più attenzione?

– Ci sono alcuni sintomi che però devono essere presenti contemporaneamente perché si possa pensare, non dico ecco con certezza, a una presenza diabolica straordinaria. E mi riferisco alla totale avversione al sacro, ad esempio alla vista di un crocifisso. La seconda parlare lingue sconosciute, la terza avere facoltà di chiaroveggenza, cioè leggere dentro le persone oppure prevedere degli eventi. Infine, la violenza estrema. Queste quattro caratteristiche capisce bene che non è così facile che ci siano tutte. Ma quando si evidenziano, ci può essere il sospetto fondato di una presenza.

– E come può procedere in questi casi l’esorcista?

– Con il rito dell’esorcismo classico. Ovviamente l’esorcista non è una persona isolata, lavora in team con psichiatri e psicoterapeuti. Giovanni Paolo II, nell’ultima versione del rito degli esorcismi, ha dato delle indicazioni chiare. Ovviamente c’è anche un cammino di accompagnamento spirituale, per esempio per persone che hanno avuto contatti con il mondo della magia appare necessario che si crei un cammino di fede. L’esorcista, tengo a precisarlo, non è una figura solitaria ha intorno a sé una serie di competenze che vanno dal neurologo, lo psichiatra e lo psicologo, nel pieno rispetto della libertà della persona: non si può obbligare nessuno a fare qualcosa.

– La ringrazio per questa precisazione, rende quasi inutile la domanda successiva che le avrei fatto: come facciamo a distinguere un esorcismo da un rito magico?

– Ho avuto modo di vedere circa 14.000 persone. Posso dire che tanti, al primo impatto, vedono l’esorcista come la versione cattolica del mago. Con questi bisogna lavorare per recuperare la vera sostanza religiosa di questi incontri ed essere estremamente prudenti, si tratta un un percorso, un cammino da fare insieme.

– Nel suo libro lei accenna anche a sacerdoti che si improvvisano, ad apprendisti stregoni che, all’interno della Chiesa, rischiano, anche se animati da buona fede, di fare danni…

-Fanno danni da un punto di vista terapeutico. Di solito sono dei totali incompetenti perché non hanno studiato, il rischio é che ogni persona con qualche disturbo possa diventare, come si diceva, qualcosa di demoniaco. Come sacerdote sei un addetto al sacro e quello che dici ha un peso particolare su chi ti ascolta. Il rischio è di essere considerato come l’Oracolo di Delfi . Il mio consiglio è quello di verificare, all’interno della propria diocesi, chi siano i sacerdoti esorcisti ai quali affidarsi.

– Credo che non siate in tanti…

– No, per esempio, la diocesi di Como, nella quale ho questo incarico, confina con la Svizzera. Nella Confederazione Elvetica c’è un solo esorcista a Lugano, in Ticino. Mi sono trovato, quindi, a ricevere molte persone che provengono da molto lontano. Ripeto, prima di affidarsi a qualcuno, è bene verificare che abbia l’incarico dal Vescovo. Questo ministero è una cosa importante: essere esorcista non si fonda su un carisma cioè su un dono personale, individuale, è un ministero. Quindi è il Vescovo, tenuto conto della formazione dei singoli sacerdoti, che sceglie un prete per affidarglielo.

– Una domanda personale, lei ha mai avuto paura?

– No, mai. Con me c’è la fede in Gesù, nel Vangelo. Ho dietro di me la comunità della Chiesa. La formazione che hanno gli esorcisti ci consente di essere preparati a situazioni anche complesse.

– Cosa porta con lei di questa lunga esperienza, di questa possibilità che ha avuto di un rapporto così diretto con tanti fedeli, qualcosa che va al di là anche del contatto, se pur molto ravvicinato, della confessione?

– Il male quando è combattuto seriamente, e con gli strumenti giusti, non vince mai. Per qualunque persona, anche quella più disperata: la sofferenza non è il destino finale quell’uomo. il male viene sconfitto anzi è già sconfitto, come ci ricordano le Scritture.

Roberto Pandolfi

Il diavolo accanto

Incontri di un parroco esorcista

Elpo Edizioni 2021

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