EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2018, n. 9 - 10 anno III - ISSN 2531-7334
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La sovranità del popolo omogeneo: i populismi in Europa. Intervista a Jean-Yves Camus

di Luigi Serrapica

Jean-Yves Camus è direttore dell’Osservatorio sul radicalismo politico presso la fondazione Jean Jaurès e ricercatore associato all’IRIS (Institut de relations internationales et stratégiques), think tank francese che si occupa di questioni geopolitiche e strategiche dal 1991. Da anni si occupa principalmente di estrema destra e di movimenti teologico-politici. Autore di vari saggi sul tema, ha collaborato con Le monde diplomatique  e Charlie Hebdo.

–  M. Camus, lei è uno specialista nell’analisi della crescita delle destre in Europa. In cosa si inserisce questo fenomeno?

Il fenomeno della spinta elettorale e intellettuale delle destre in Europa è complesso, conviene a questo proposito distinguere fra la crescita dei populismi identitari da un lato e quella delle destre conservatrici e reazionarie dall’altro. I due fenomeni sono tuttavia conseguenza di una volontà comune di far andare in frantumi il pensiero progressista (che non è nuovo) e il pensiero liberale-libertario nato dalle idee e dal movimento del 1968. I teorici più audaci di queste correnti, tra cui Patrick Buisson (già consigliere del Presidente Sarkozy), giungono perfino a sostenere che «il ciclo dei Lumi sta per chiudersi di nuovo». Questi «anti-Illuministi», secondo l’espressione di Zeev Sternhell, hanno ragioni ben diverse di opporsi alla visione del mondo e della società che deriva dai princìpi del 1789, ma si ritrovano su qualche idea fondamentale. Da una parte, il rifiuto della modernità a ogni costo: conservatori e identitari ricusano l’idea per cui il progresso sia necessariamente un bene. Non cercano il ritorno a una mitica “età dell’oro”, ma – contrariamente all’insieme del campo dei progressisti e anche dei liberali – non credono che il destino umano, individuale e collettivo, debba necessariamente muoversi verso il progresso indefinito che l’esercizio della ragione e delle scienze permettono di far avanzare senza sosta.

– Esiste dunque un paradigma comune fra le destre?

Tutte le destre hanno anche in comune il fatto di non fare dei diritti individuali il fondamento giuridico e morale del contratto sociale. Esse si ritrovano per difendere l’idea di una società organica, ovvero il luogo in cui il Bene comune è altra cosa che la somma dei benesseri delle persone, dove le entità che sono “il popolo” e “la Nazione” debbano essere organizzati secondo delle “leggi” determinate sia da Dio sia dalla natura ma che si applicano a tutti, ovunque e sempre. Questa visione del mondo e della vita sono state, politicamente, sulla difensiva in epoca recente, in cui erano ideologicamente egemoni il liberalismo classico, la social-democrazia e anche il conservatorismo moderato (quello che il presidente George W. Bush e David Cameron chiamano “compassionate Conservatism”, conservatorismo compassionevole. Ma questa egemonia è ampiamente crepata, da una parte per via dell’aumento di potere della sinistra radicale, dall’altra a causa della perdita di forza, a destra, del conservatorismo temperato e del liberalismo.

– Quando facciamo riferimento alla ‘destra’, a quale ordine di idee facciamo riferimento?

Le destre rappresentano un campo molto vasto perché incarnano più una sensibilità che un’ideologia, d’altra parte essere di destra è anche e, forse, soprattutto, una questione di stile, un’estetica. Se ci si limitasse a osservare quello che è comunemente chiamato “populismo di destra”, “estrema destra” o “destre radicali”, bisogna partire da uno sforzo di definizione. Cominciamo dal populismo. Io lo definisco come idea politica il cui postulato è la divisione irriducibile della società in due gruppi antagonisti: il “popolo”, entità supposta come omogenea che, spontaneamente, saprebbe indicare quale sia l’interesse generale, e le “élite” corrotte che lo trasformerebbero a proprio vantaggio (simbolico, politico e materiale), tradendo così la volontà popolare. Il populismo è anche uno stile di governo che punta a privilegiare il contatto diretto, di stampo plebiscitario, tra il leader e il popolo. La traduzione di questa scelta è la volontà di privilegiare la democrazia diretta a scapito dei meccanismi di rappresentanza come i partiti e le assemblee, generalmente diffondendo l’uso dei referendum di iniziativa popolare. Uno dei problemi maggiori di questa visione è che può condurre alla tirannia della volontà generale, se questa non è espressa attraverso una mediazione (propria degli eletti che fanno la Legge) e che i contro-poteri vengono sminuiti. Una delle caratteristiche del populismo ci rimanda a un episodio recente della storia italiana: i populisti dicevano di sostenere l’uomo comune, “l’uomo qualunque” difeso dal partito di Guglielmo Giannini. L’uomo qualunque, spesso disprezzato da “coloro che sanno”, che siano di destra o di sinistra, è eletto dai populisti a modello di virtù, di “buon senso” che i governanti devono seguire. Con due conseguenze paradossali. La prima è che gli uomini comuni sono difesi da capi populisti che si credono eccezionali (Trump ne è il miglior esempio, per via del ‘gonfiore’ del suo ego). La seconda è che, di norma, se il popolo avesse sempre ragione, il ruolo dei governanti dovrebbe limitarsi a consultarli via referendum, poi a farsi da parte per permettere all’amministrazione di mettere in pratica la decisione popolare. Ora, la storia dimostra che i dirigenti populisti consultino poco il popolo e hanno una pratica molto individuale e spesso autoritaria del potere.

– Parlando di populismo, in quale lato dell’agone politico lo possiamo collocare? Oggi, per esempio, si parla molto di populismo di destra: ce n’è uno anche a sinistra? E in cosa si somigliano?

Il populismo può essere sia di destra, sia di sinistra. La terza categoria storica, il populismo di tipo ruralista, matrice originaria dell’Union Démocratique du Centre (UDC) in Svizzera, ormai decaduto. Populisti di destra e di sinistra possono presentare, di primo acchito, dei punti di convergenza di tipo molto generale, come la credenza in un popolo naturalmente “buono” e la difesa dei “piccoli” contro i “potenti”, anche se si separano nettamente sulla questione centrale dell’identità. Per definire il ruolo centrale dell’identità presso i populisti di destra, il mio collega olandese Cas Mudde propone il termine anglosassone nativism, che può essere tradotto imperfettamente come ‘etnocentrismo’. In ogni paese, la sovranità risiederebbe unicamente in un popolo omogeneo e ‘autoctono’ (o di ‘stirpe’) che sarebbe fondata per stabilire delle discriminazioni giuridiche verso i non-nativi (è trattasi della “priorità nazionale”) fino a sbarrare loro l’accesso al territorio per la ragione per cui gli stranieri costituirebbero un ‘pericolo’. Ora, questo tipo di discorso, che è l’elemento che mobilita gli elettorati dei partiti indicati fino a poco tempo fa nazional-populisti (tra cui Rassemblement national in Francia; FPÖ in Austria; Vlaams Belang in Belgio; Lega Nord in Italia) ha tutto un altro orientamento ideologico delle sinistre radicali che, seguendo Sarah Wagenknecht in Germania o Jean-Luc Mélenchon in Francia, si sono appropriate della questione della Nazione e dell’immigrazione nell’ottica allo stesso tempo universalista, internazionalista e marxista. Universalista perché la sinistra radicale crede nell’unità del genere umano. Internazionalista perché legge la società attraverso il prisma dei rapporti di classe: crede (contrariamente al capitalismo) che le classi lavoratrici abbiano degli interessi che travalicano le frontiere e le nazionalità. Marxista perché nel momento in cui i dirigenti politici evocano una possibile limitazione dell’immigrazione economica, ci si rifà all’opera di Marx che scriveva – ne Il Capitale – che la logica del capitalismo è di «rimpiazzare una forza superiore e più cara con più forze inferiori e meno care, l’uomo con la donna, l’adulto con l’adolescente e il bambino, uno yankee con tre cinesi». Dire che il capitale utilizzi gli immigrati per far calare il costo del lavoro, in un’ottica di massimizzazione dei profitti e di precarizzazione della forza-lavoro non è assolutamente paragonabile a stabilire una gerarchia di affinità tra un compatriota e lo straniero sulla mera base dell’origine, del passaporto, dell’etnia o della religione.

– Torniamo a parlare della destra. Le cronaca politiche europee sono piene di partiti di estrema destra, di svastiche e braccia tese alle manifestazioni pubbliche: una sorta di nostalgia dei totalitarismi del Novecento? Questi partiti cosa rappresentano per le democrazie occidentali?

L’estrema destra è più difficile da definire. Sulla base della letteratura scientifica a disposizione, Cas Mudde constata che i criteri citati più spesso per classificare un partito nella categoria di estrema destra sono: nazionalismo, razzismo, xenofobia, opposizione alla democrazia e autoritarismo. Sono quindi stati considerati come di estrema destra il Front National (FN) francese, l’FPÖ austriaco, il Vlaams Belang fiammingo, il Die Republikaner tedesco, precursori negli anni Ottanta di un fenomeno che si è poi allargato. I criteri del nazionalismo e della xenofobia mi paiono fondati, se si considera la xenofobia come il fondamento di una gerarchia fra “i nostri” e “gli altri”, la quale diventa, per l’estrema destra, “i nostri prima degli altri”. Ma il razzismo? Ha cambiato volto e già Pierre-André Taguieff negli anni Novanta aveva messo all’ordine del giorno il fatto che “il razzismo gerarchizzante” (da cui l’idea di una razza superiore) non è affatto sostenuto se non da gruppuscoli marginale; piuttosto, i partiti che entrano in un’ambizione di governo hanno optato per un’ottica “differenzialista” che insiste sulla non comparabilità delle culture e la necessità che possano svilupparsi ciascuna su un proprio territorio. L’opposizione alla democrazia non è più frontale se non per formazioni radicali: Forza Nuova, Casa Pound, l’NPD tedesco, Alba dorata in Grecia. I nazional-populisti cercano la conquista del potere tramite le urne, nel contesto di un sistema democratico. Che la democrazia cui si appellano i loro valori sia illiberale è possibile, lo dimostrano l’esempio di Orban in Ungheria e della Polonia. Ma, di fatto, FIDESZ (l’Unione Civica Ungherese di Orban) e il PiS (Diritto e Giustizia, partito di destra polacco) sono dei partiti conservatori e non nazional-populisti della stessa matrice di Rassemblement National, FPÖ, o la Lega. Come convincere gli elettori di Marine Le Pen che questa vuole una democrazia illiberale quando il suo programma prevede l’introduzione del proporzionale e il ricorso al referendum di iniziativa popolare? Se la sinistra sostenesse tale critica, finirebbe in un tranello, prestando il fianco all’accusa di imbastire un processo alle intenzioni, che addirittura potrebbe essere ribaltato dai nazional-populisti per il proprio deficit democratico.

– Il termine ‘destra radicale’ è sufficiente, secondo lei, a differenziare i gruppi della destra europea, tanto variegata quanto complessa?

Il termine ‘destre radicali’ è sufficiente? Esso evoca una realtà. Quando i populismi xenofobi scandinavi (eccetto Sverigedemokraterna, Democratici svedesi) sono emersi a metà degli anni Settanta avevano alla loro testa un avvocato libertario in Danimarca (Mogens Glistrup) e un vecchio partigiano in Norvegia, Anders Lange, un nazionalista e anti-comunista – certo – ma assolutamente anti-nazista e ispirato dal piano economico di Ayn Rand. Anche l’UDC svizzero è un partito di destra , conservatore sul piano sociale, radicale su quello identitario. Geert Wilders, fondatore del Partito per la libertà (PVV) olandese, è stato collaboratore del commissario europeo Bolkestein e arriva dal partito liberale attualmente al potere in Olanda, il VVD (Partito popolare per la libertà e la democrazia). Anche la prima direzione di AfD (Alternativa per la Germania), con l’economista Bernd Luke e il gran capo Hans-Olaf Henckel, era composta da sovranisti economicamente liberali che hanno formato, una volta abbandonato l’AfD divenuto troppo estremista per loro, un partito dissidente chiamato “Riformista liberal-conservatore”. Queste destre radicali si sono separate da quelle mainstream su due punti: la questione delle frontiere e quella dell’identità. Le prime promuovono una forma di ordo-liberalismo, cioè di fiducia nelle virtù dell’economia e della libera concorrenza, ma all’interno di frontiere protette da dazi doganali che evitino la delocalizzazione e l’invasione del mercato interno di prodotti provenienti da paesi in cui la mano d’opera costa poco. Chiaramente, come i populisti di destra, non credono nell’utopia del mercato autoregolante, nella “mano invisibile del mercato”, almeno fintanto che tale mercato non superi il quadro dello stato sovrano . La loro forze risiede nel fatto che la destra conservatrice classica (i Repubblicani in Francia, per esempio) rimane molto in imbarazzo nel definire il dosaggio desiderato fra la libertà del mercato e la sua protezione. Inoltre, la destra radicale e i populisti di destra hanno il vantaggio di essere chiari nella loro volontà di disfare l’Unione europea a vantaggio di cooperazioni transnazionali a geometria variabile e fra stati sovrani sia sul piano giuridico che economico. Il presidente Sarkozy, come oggi Laurent Wauquiez, non sono mai stati avari di critiche verso l’Ue ma non hanno mai espresso il desiderio di uscirne e nemmeno di rovesciarne le fondamenta. Questa posizione, che combina la critica all’Europa e un riferimento onnipresente ma totalmente vuoto alla necessità di spingere ancora più lontano la costruzione europea, diviene illeggibile agli elettori, tanto è contraddittoria.

– Nel dibattito politico, spesso anche in Italia, si evoca il rischio di fascismo. Dal suo punto di vista, si può parlare concretamente di fascismo?

No, non direi, salvo per le formazioni che si riferiscono esplicitamente al fascismo italiano, al falangismo spagnolo o questa o quella declinazione locale dei fascismo degli anni Venti-Trenta. Il fascismo è un’ideologia adattata all’era dell’irruzione delle masse in politica e il suo successo è evidentemente legato all’esperienza della guerra fatta dalla generazione del 1914. Si adatta male alla post-modernità. Inoltre, nella definizione data da Emilio Gentile, i criteri della modernità, del nazionalismo, dell’opposizione tanto al liberalismo quanto al marxismo e la definizione della nazione come comunità organica etnicamente omogenea si trovano abbastanza facilmente in un certo numero di partiti nazional-populisti, ma mancano a molti se non alla maggioranza dei populismo identitari la dimensione rivoluzionaria, il partito-milizia, la concezione totalitaria della politica e dello Stato, l’attivismo, l’anti-edonismo, il corporativismo, la vocazione bellicosa a una politica di grandeur. Se dovessi cercare una traccia di fascismo in alcuni partiti di estrema destra contemporanei, lo troverei nel loro rapporto con la storia e nel loro vitalismo, nella promessa ai loro elettori di trasformare il mondo in luogo di subire la globalizzazione e la trasformazione della loro cultura e di cedere all’ingiunzione liberale del «There is no other way» formulata da Margaret Thatcher. Quando Marine Le Pen dichiara «Noi siamo nel senso della storia», dice proprio che è possibile trovare e far rinascere dagli stracci del passato una grandeur perduta, una società che – anziché essere ideale – è migliore. Le Pen vuole fare la storia, nel senso in cui scriveva Mussolini: «Siamo uomini vivi, che vogliamo dare il nostro contributo, sia pure modesto, alla creazione della storia». Enzo Erra ha precisato che questa frase significava: «Al principio dell’intervento è connessa une concezione spirituale dell’uomo e della vita: l’uomo può agire sulle circostanze esterne e dominarle, perché in lui è attiva una forza non materiale, non soggetta alle leggi della natura; la vita consiste nella manifestazione di questa forza, e diviene dunque impegno, responsabilità, sacrificio, tensione verso uno scopo»[1]. L’estrema destra è, ahimè, insieme alla sinistra radicale la sola famiglia ideologica che propone di dominare le circostanze esteriori al posto di subire il fatalismo dei mercati o un futuro dipendente pesantemente dalla tecnica.

– Allora cosa manca alle destre contemporanee per essere come il fascismo così come lo abbiamo conosciuto nei libri di storia?

Stante così le cose, manca alla destra una componente fondamentale del fascismo, cioè la mistica. Robert Brasillach nel suo Lettre à un soldat de la classe 60 evoca “l’esaltazione” dei fascisti. Chiunque abbia assistito a un incontro del Front national negli anni 1990-2000 ne ha potuto scorgere una parte, oggi molto meno palpabile. Ma questa non è la mistica praticata dalla Guardia di ferro rumena, dalla Falange spagnola, delle Croci frecciate ungheresi (per non parlare ovviamente del nazismo), quella che José Streel evoca quasi a ogni pagina del suo libro del 1935, C’est qu’il faut penser de Rex, e a cui è stato indirizzato da Léon Degrelle, vale a dire una fede quasi religiosa, una visione romantica e quasi violenta della politica che passa attraverso una sorta di unione mistica degli individui nella comunità nazionale organica da una parte e con il capo dall’altra. Adriano Romualdi nel 1968 scriveva, a proposito di Julius Evola che non era un fascista ortodosso, che era arrivata l’ora per la gioventù nazionale «delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane», in contrapposizione al «qualunquismo patriottardo, conformistico, cattolicheggiante»[2]. Ciò traduce correttamente l’opposizione fra la mistica fascista e quanto prevale nell’estrema destra attuale.

– Torniamo a parlare di elettorato. Sembra di poter individuare nel corpo votante una tendenza alla radicalità: è corretto? E quanto il fenomeno-simbolo degli ultimi anni, l’immigrazione di massa verso l’Europa ha inciso sullo sviluppo di destre radicali?

Le questioni, ancora una volta, sono diverse a seconda del paese. Le elezioni legislative in Svezia, il 9 settembre 2018, mi hanno spinto a tornare sul paradosso apparente di una crescita dell’estrema destra per la quale gli stranieri non sembrano più benvenuti in un paese il cui tasso di disoccupazione è residuale, al 4%. Ho sviluppato, a partire dai primi anni 2000, il concetto di “populismo di prosperità” per spiegare in parte il successo dei partiti xenofobi di destra in Svizzera, Austria, Norvegia, Svezia e Danimarca, e anche nell’Italia settentrionale con la Lega. Gli stranieri (di cui più del 22%, in Svezia, non hanno un impiego) sono considerati in questi paesi come una minaccia potenziale da parte di chi ha un lavoro stabile e che gode di un modello di prevenzione sociale molto favorevole. Questo rifiuto della ‘concorrenza’ sul mercato del lavoro tocca, certamente in maniera prioritaria, gli stranieri non europei ma può anche riguardare i frontalieri europei – è il bacino elettorale del Mouvement Citoyens Genevois (MCG) che a Ginevra si oppone ai francesi. In questi paesi, non è tanto il tasso di disoccupazione che alimenta l’estrema destra, quanto lo scarto in crescita tra i redditi dei più ricchi e quello dei meno abbienti. I primi sono spesso degli imprenditori del settore delle nuove tecnologie o degli attori del mondo finanziario e non hanno più molto da spartire con i capitani d’industria del capitalismo tradizionale: sono percepite come degli “apolidi” da coloro che continuano a vivere secondo il modello abituale di salariato, di pubblico impiego o anche della piccola impresa manifatturiera, del commercio e dell’artigianato. I meno abbienti, in questi paesi, sono una novità relativa e ciò che è maggiormente portatore di angoscia rispetto all’arretramento è che non esiste più nessuno disposto a pensare di essere al riparo da una retrocessione sociale, da una marginalizzazione. A questa insicurezza economica si aggiunge un sentimento di scombussolamento dei riferimenti culturali, provocati dalla velocità dei cambiamenti tecnologici ma anche da una società multiculturale che non è accettata da tutti, tutt’altro, nei paesi relativamente prosperi come in quelli che subiscono più duramente questa crisi strutturale che vediamo uscire dal modello di crescita industriale continua, di progresso infinito. La società multiculturale è una costruzione a lungo termine e ha progredito di più in 20 o 30 anni che non in diversi secoli! Esistono dunque resistenze, una domanda di radicamento e di certezze sulla natura e sul futuro di una civilizzazione europea che non dirige più il mondo.

– Lei parla di multiculturalità e immigrazione: il convitato di pietra sembra essere l’Islam, inteso come entità culturale e non in quanto religione.

Il fatto che l’Islam sia presente in Europa in modo ormai ineluttabile, che esso si trovi nel nostro paesaggio culturale, sulla nostra terra, non più per la presenza degli immigrati (che si può sempre pensare che ripartano, una volta conclusa la loro vita lavorativa), ma per quella di persone nate qui e nostri compatrioti, questo fatto è assolutamente fondamentale nelle ragioni che conducono a votare per l’estrema destra. È esattamente nei paesi della Mitteleuropa, come l’Ungheria e l’Austria, che sono stati dopo il Rinascimento il baluardo di fronte all’avanzata conquistatrice dell’Impero Ottomano verso l’Occidente. La battaglia di Krbava amputa la Croazia di un pezzo di territorio dal 1493, Buda è conquistata dagli Ottomani nel 1541, Vienna non respinge gli eserciti del Sultano se non nel 1683, il principato di Transilvania è vassallo di Costantinopoli fino al 1699. Questa impronta lasciata dalla presenza mussulmana è ugualmente ben vivida nei paesi balcanici candidati all’imminente allargamento dell’Unione europea. È un fattore molto sottostimato della psiche europea.

– Entriamo più nel dettaglio della questione migratoria. L’aumento del fenomeno degli sbarchi di richiedente asilo ha favorito il consenso elettorale delle destre, magari xenofobe o apertamente razziste?

La questione dell’accoglienza dei rifugiati nel 2014-2015 non è stato che un acceleratore dell’ascesa dell’estrema destra, in nessun caso un fattore determinante. Anche nella parte orientale della Germania, fin dal 1991 a Hoyerswerda, poi nel 1992 a Rostok, attacchi contro famiglie dei richiedenti asilo o di stranieri bersagliati in quanto tali avevano mostrato la presenza di ambienti neonazisti che agivano senza che la popolazione locale lo impedisse e che, talora, perfino, la incoraggiasse. Nelle regioni della ex Germania Est, l’NPD – partito che flirta costantemente con il neo-nazismo – è entrato nei parlamenti locali. Ovunque altrove in Europa, l’estrema destra ha già raggiunto una rappresentanza parlamentare ben prima della crisi dei rifugiati e la sua ideologia ha già spostato il fulcro del dibattito sull’identità e l’immigrazione, cosicché la destra di governo e addirittura talvolta la sinistra sono state forzate ad adattare le proprie proposte e le pratiche di potere sotto la pressione elettorale dei votanti nazionalisti xenofobi. Il FN è entrato nel parlamento europeo nel 1984, superando per la prima volta il 10% dei votanti. La Lega Nord ha già partecipato, nel 1994, al governo Berlusconi al pari dell’MSI poi diventato Alleanza Nazionale. Pim Fortuyn, prima di essere assassinato nel 2002, aveva varato quella che sarebbe diventata la seconda forza politica dell’Olanda. È l’ascesa dell’estrema destra che ha modificato la maniera in cui l’Europa ha reagito all’afflusso di rifugiati e non questo ad aver provocato una reazione negativa dell’elettorato. Nell’Europa centrale, la crisi provoca di certo un fatto nuovo: la “rotta balcanica” conduce soprattutto in Slovenia, in Slovacchia, in Ungheria dei rifugiati non europei che non arrivavano fin qui. Ma Orban è stato già primo ministro dal 1998 al 2002 e dei partiti nazionalisti xenofobi hanno già seduto al governo slovacco tra il 1992 e 1998 (con il Partito nazionale slovacco) mentre in Romania il Partidul România Mare (Partito della Grande Romania) vi ha partecipato tra il 1993 al 1995 prima di finire in declino e in Polonia il partito Destra e giustizia è al potere dal 2005. C’è un cambiamento significativo, comunque, cioè che la crisi dei rifugiati scatena piuttosto le passioni, specialmente contro i rifugiati musulmani, e che si sviluppa in un contesto che non esisteva ancora negli anni Novanta: il terrorismo islamista, la visibilità dell’islam politico, le numerose partenze di giovani musulmani nati in Europa verso il teatro delle operazioni siro-irachene nei ranghi dell’Isis, in breve tutta una serie di fattori che consente all’estrema destra di descrivere i rifugiati come una futura “quinta colonna” dell’islam radicale, che va ad aggiungersi la “quinta colonna” già presente dei nemici interni che sarebbero gli immigrati.

– Torniamo al concetto di destra: spesso se ne parla al plurale, per sottolinearne la varietà. Ma in cosa si vanno a differenziare le ‘destre’?

È indispensabile parlare di ‘destre’, talmente è ampio il ventaglio delle sensibilità in seno a questa categoria. Qual è il punto in comune fra il fascismo, che è un’ideologia costruttivista fondata sull’emergere di un “uomo nuovo”, e il tradizionalismo contro-rivoluzionario che rimane come eredità di Joseph de Maistre, di Louis de Bonald e di Donoso Cortès e postula l’esistenza di un ordine sociale immutabilmente cristallizzato al pari della natura umana di cui solo la Chiesa e le Scritture potrebbero permettere di conoscerne il contenuto? Non hanno molte cose in comune, se non quella di aver fatto nello stessa epoca fronte comune contro il comunismo (come i Carlisti spagnoli alleati con i Falangisti durante la guerra contro i Repubblicani) e di essere parte di un “partito dell’ordine”, insieme forte ed eterogeneo che comincia giustamente a creparsi. In effetti, una parte della destra conservatrice classica – su alcuni temi sociali come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la procreazione assistita, il fine vita, per non parlare di questioni risolte nel passato come la libertà di coscienza e di religione e anche la natura contrattuale della cittadinanza – professa dei valori liberali nel senso dell’umanesimo ispirato dall’Illuminismo, valori che non sono (o non sono più) quelli della destra che possiamo chiamare reazionaria nel senso a cui essa fa riferimento a proposito dal ciclo apertosi nel XVIII secolo.

– La messa in discussione dei valori illuministi non è un segnale benevolo per questa Europa. Dobbiamo guardare al domani con preoccupazione?

Si può parlare di crisi profonda del pensiero conservatore che contrappone i sostenitori della società secolarizzata al ritorno del pensiero cattolico; gli individualisti agli organicisti; gli universalisti agli identitari. La posta in gioco, come ha detto in Francia Marion Maréchal, non è nient’altro che la liquidazione dell’eredità del maggio ’68 e dell’ideologia liberale-libertaria. Se non fosse che questo, non mi allarmerei poiché io non ho mai aderito all’esaltazione del desiderio individuale che mi sembra essere il cuore dell’ideologia Sessantottina. Eppure mi inquieto, perché il movimento del pendolo minaccia di tornare ben più indietro, verso una nozione di Nazione fondata sulla «terra e i morti», come diceva Maurice Berrès, e su un culto dell’identità immutabile che riposa principalmente su alcune manipolazioni della Storia, su delle radici mitificate e, soprattutto, su una fobia di tutti gli individui e i gruppi che non rientrano nello stampo di queste identità ricostruite.

– La sua analisi spazia sull’intero arco europeo, dedicando attenzione alla storia della destra italiana. Ha avuto modo di applicare le sue teorie anche all’attualità italiana?

Certamente. La questione della Lega Nord mi interessa a titolo personale perché una parte della mia famiglia è originaria di Taino, in provincia di Varese, dunque nel cuore del feudo storico del movimento. Sono stato sbalordito, a partire dagli anni Novanta, dalla capacità della Lega di attirare gli elettori proponendo un’identità “padana” che non ha nessun fondamento nella realtà storica. Mia nonna, che ha mantenuto fino alla propria morte il cognome italiano e ha conservato la propria lingua che riconosceva come una forma dialettale, ha sempre avuto il senso di un particolarismo storico che distingueva la sua regione dal resto del paese, ma l’indipendentismo è sembrato a tutti noi una follia! L’intelligenza tattica della Lega è consistita nel comprendere che esisteva un grande vuoto politico a destra che – da partito di sostegno – avrebbe potuto diventare forza dominante abbandonando la logica “padana” per trasformarsi in formazione di ispirazione nazionale il cui backgound ideologico è molto vicino a quello del nostro Front National. Ho osservato con eguale interesse la scomparsa di Alleanza nazionale che, a posteriori, dà ragione ai dirigenti del FN che si rifiutarono di seguire il medesimo cammino di Gianfranco Fini verso la “normalizzazione”: la trasgressione che Salvini destreggia a meraviglia sembra attirare di più l’elettorato rispetto all’allineamento sul conservatorismo e al ripudio del fascismo. Osservo ugualmente il ruolo dell’avanguardia che il neofascismo italiano ha sempre avuto in rapporto all’estrema destra francese, almeno in merito al rapporto con le culture al margine dell’estrema destra e della gioventù nazionalista. Il nazionalismo-rivoluzionario di Ordine nuovo deve molto all’MSI. Certo, la ricezione di Evola è arrivata dall’Italia.

– Cosa pensa di movimenti che si collocano “più a destra” della Lega come, per citarne uno, CasaPound, che non sembra avere velleità di governo?

Oggi è l’esperienza di Casa Pound che focalizza l’attenzione e che cerca di imitare un gruppuscolo come il Bastion Social. Gabriele Adinolfi continua a ispirare qualche adepto. In Francia, però, non esiste che una debole creatività intellettuale e artistica nella destra estrema tanto che tutto quello che si è tentato di importare dall’Italia – dai Campo Hobbit al “mutuo sociale” e al concetto di “emergenza abitativa” cari a Casa Pound – non è che una pallida copia rapidamente soffocata da un milieu molto conservatore e conformista. Infine, ma non è che una pista di lavoro, mi interessa la questione dell’eredità coloniale dell’Italia. Più precisamente, mi domando se la paura che proviene dal sud del Mediterraneo agitata dalla Lega non sia anche una reminiscenza dello scacco italiano nel tentativo di diventare potenza coloniale. L’idea di “Euroafrica”, che era presenta nella scuola geopolitica italiana di epoca fascista, giaceva su una pulsione vitalista: l’Italia avrebbe dovuto spartirsi con la Germania le risorse naturali africane e avrebbe potuto riversare sul continente africano una parte della propria popolazione. In realtà è l’opposto che si è verificato: colui che fino a poco tempo fa era considerato un “selvaggio” da civilizzare ora sbarca a casa vostra, così come in Francia le persone originarie del nostro ex-impero coloniale formano il grosso del battaglione di immigrazione e sono anche le maggiori vittime del razzismo, che ci ricordano della nostra sconfitta, la nostra umiliazione, in particolare quella della guerra di Algeria.

– Come si può uscire, secondo lei, dalla radicalizzazione e dalla elementarizzazione del pensiero nel nostro continente?

Si può rispondere a questa domanda come il politologo americano Yascha Mounk nell’opera Popolo vs democrazia predice il possibile avvento non più di un «momento populista» ma di un’epoca populista, critica a buon diritto la presa di potere della tecnostruttura e ci impegna a riparare la democrazia liberale inventando una nuova società inclusiva, più ugualitaria e solidale, che sia pluriculturale ristabilendo la legittimità del ruolo delle frontiere e di un certo controllo sull’immigrazione. Vorrei essere d’accordo con lui, ma credo che il suo liberalismo ragionevole sia, giustamente, troppo ragionevole per la nostra epoca che è quella delle rimesse in questione radicali. La radicalità può essere un male, ma non lo è sempre né lo è per definizione! Tanto rigetto le soluzioni radicali dei populisti – che conducono a una democrazia alterata e discriminante – altrettanto sono abbastanza radicale nella mia critica di certe forme di modernità, che sia l’individualismo post-modernista, l’influenza crescente delle nuove tecnologie dell’informazione, la mercificazione dei corpi e i problemi di bioetica che ne derivano, la tendenza molto diffusa all’omologazione delle culture e la scomparsa dei quadri comunitari tradizionali.

– Sembra un impasse: come se ne può uscire?

Io voglio di certo salvare la democrazia liberale dai suoi avversari populisti poiché sono chiaramente anti-totalitarista, ma non sono convinto che tutti gli aspetti della democrazia liberale nel modo in cui essa viene applicata meritino di essere salvati. Da un lato il concetto di democrazia antagonistica mi pare interessante, perché reintroduce l’ineluttabilità, la necessità direi, del dissenso, del conflitto come dimensione della vita politica e sociale. D’altra parte, non credo più alle soluzioni traballanti consistenti nel volere un’economia di mercato regolata da reti di protezione sociale. Il liberalismo economico porta con sé una forma di violenza e ingiustizia, è intrinsecamente la causa del modello non sostenibile di sviluppo e di sfruttamento delle risorse naturali che conducono alla catastrofe ecologica. È causa della perdita di senso che fa delle nostre vita una successione di desideri artificiali (di possessione materiale, di ricchezza, di potere) di cui la maggioranza delle persone resterà insoddisfatta, ciò che di fatto ci costringe a un susseguirsi di frustrazioni che non hanno altro esito che la guerra di tutti contro tutti.

– E la sinistra?

La sinistra a cui mi rivolgo sembra non avere più la presa sugli elettorati europei. La sua ricostituzione rischia di essere impossibile se non terrà conto dei necessari cambiamenti di paradigma che ho evocato finora.

[1] E. Erra, Sei Riposte a Renzo de Felice, Giovanni Volpe Editore, 1976, pp.72-73.

[2] A. Romualdi, Julius Evola: l’uomo e l’opera, Giovanni Volpe Editore, 1979.

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