EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
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La violenza: dicotomia tra corpo e anima.

di Regina Rensi e Barbara Gualco

 

Ogni violenza, prima di divenire un fatto sociale, è un fatto individuale, un modo di viversi dentro. Prima di assumere l’evidenza di un evento concreto che la parola rende di dominio pubblico, la violenza è una storia interiore” [1].

Possiamo pensare alla violenza come uno dei tanti modi con cui le persone interagiscono e si mettono in contatto.  Quotidianamente intessiamo relazioni con altre persone e questo può avvenire  attraverso il rispetto e la collaborazione oppure provocando un male. Violenza è, quindi, l’azione che un essere umano compie, spendendo le proprie energie e forze, al fine di produrre in un altro essere umano una sofferenza.

Il  corpo è il luogo della vulnerabilità, del desiderio, della mortalità, dell’azione e questo lo rende sensibile alla violenza. Il corpo non è mai esclusivamente nostro ma ha un’imprescindibile dimensione pubblica in quanto è attraverso di esso che ci muoviamo nella società e ci relazioniamo gli uni con gli altri. La violenza sfrutta l’elemento di pubblicità del corpo e, attraverso l’uso che l’essere umano fa della minaccia di danneggiare o annientare l’altro oppure attraverso l’assoggettamento alla volontà altrui, rivela l’estrema vulnerabilità di esso a tale fenomeno.

Una relazione di violenza agisce su un corpo: forza, piega, infrange, distrugge. Così facendo si preclude ogni altra possibilità e non ha altro polo cui aggrapparsi se non quello della passività. Ove incontri una resistenza non ha altra scelta che quella di tentare di annientarla” [2].

Quando la violenza entra nel corpo, lo penetra, lo avvilisce, lo devasta, lo annienta lasciando l’uomo privo della sua vitalità, inanimato, inerte. Invece è vivo, ha un’anima ma è allo stesso tempo un oggetto. Ed è paradossale che un oggetto abbia un’anima poiché l’anima non è fatta per stare in una cosa e se vi è obbligata, anch’essa patisce violenza [3]. Molte persone che hanno subìto l’oltraggio del corpo affermano di avere esperito la distorsione del senso del tempo, come se l’oltraggio avvenisse al ralenti. Con la prosecuzione della violenza il soggetto piomba in uno stato di apatia e, con il corpo ormai insensibile al dolore, non oppone alcuna resistenza assorbendo passivamente la violenza [4]. In questo stato la violenza è vissuta come se fosse inferta ad un altro.

Una forma particolare di violenza è la violenza sessuale contro le donne che si configura come un tipo di brutalità sessista in cui la donna-vittima, disumanizzata dal violentatore-maschio ne diventa un suo strumento.  A differenza del mondo animale in cui l’accoppiamento è regolato da una serie di segnali biologici emanati dalla femmina, in quello degli esseri umani l’interesse sessuale può essere suscitato nel maschio in qualunque momento indipendentemente dalla disposizione della donna [5]. Il maschio umano, quindi, può violentare e lo fa approfittando della debolezza fisica della donna incapace di ribellarsi all’intrusione coatta nel proprio corpo. Ma poiché, abbiamo detto prima, che la donna appare agli occhi del violentatore come un essere inanimato, la violenza perpetrata non potrà produrre alcun tipo di ferita. La donna in quanto essere umano viene annullata e il suo consenso all’atto sessuale non ha alcuna importanza proprio perché è un corpo-oggetto privo di sentimenti e quindi, la violenza è legittimata.

Come può l’uomo fuggire al vortice della violenza?

Judhit Butler, filosofa statunitense, afferma che il soggetto è definito dalla propria vulnerabilità. La condizione dell’etica dell’incontro con l’altro è il riconoscimento della vulnerabilità che, esponendo l’uomo alla dipendenza da “anonimi altri”, lo rende umano [6].

Scappando di fronte alla vulnerabilità che ogni volto umano emana, cessiamo di essere umani e ci convinciamo di essere onnipotenti e quindi legittimati a usare violenza.  Occorre, quindi, guardarsi negli occhi e lasciare emergere alla trasparenza del contatto le verità dell’anima e comprendere che è nell’incontro con l’Altro, nel dialogo con l’Altro che esistiamo e prendiamo forma.

Possiamo, dunque, dire che proprio la consapevolezza che l’elemento che accomuna tutti gli esseri umani è la caducità del corpo che espone l’uomo alla sofferenza e al dolore, dovrebbe sortire l’effetto di sensibilizzare quest’ultimo al rispetto reciproco creando un essere con un’anima sensibile caratterizzata dall’empatia ossia dalla capacità di sentire come se fosse l’Altro con cui è entrato in contatto [6].

 

Bibliografia

[1] A. Carcano, V. Viganò, La violenza nel cuore, Centro studi Erickson, Trento, 2007.

[2] M. Focault, Sorvegliare e punire, Einaudi Editore, Firenze, 1993.

[3] S. Weil, Iliade. Il poema della forza, Asterios Editore, Trieste, 2012.

[3] R. Rhodes, Why They Kill: The Discoveries of a Maverick Criminologist, Paperback, New York, 2000.

[4] C. Darwin, L’origine della specie, Fabbri Editori, Bologna, 1982.

[5] J. Butler, G. Spivac, Che fine ha fatto lo stato-nazione?, Meltemi, Roma, 2009.

[6] C. Rogers, Un modo di essere,  Giunti, Milano, 2012.

 

 

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