EXAGERE RIVISTA - Luglio-Agosto 2021, n. 7-8 anno VI - ISSN 2531-7334

L’atto della significazione è la materia stessa del mondo. Intervista a Marco Maurizi

di Federica Biolzi

Nicola Cusano ha un posto di eccellenza nel periodo di passaggio tra medioevo e modernità. Il volume di Marco Maurizi, dal titolo La Quadratura del nulla (Jaca Book),  ripropone il pensiero di questo filosofo in tutta la sua attualità, partendo dalla tesi cusaniana secondo la quale la verità non ci appartiene, ma noi le apparteniamo senz’altro.

– All’inizio della sua raccolta di saggi, lei descrive, con partecipazione, la sua personale esperienza dell’approccio con Nicola Cusano. In un interessante passaggio lei scrive che si sarà autorizzati a identificarsi col pensiero di tale autore ma solo dopo essersi separati dal proprio. Perché questa esigenza nasce proprio con questo filosofo?

– Nel mio caso personale per l’evidente distanza ideologica che mi separava dalle esigenze teologiche di Cusano. Rimasi però stupito quando iniziai a capire che, in un certo modo, la sua grandezza stava proprio non solo e non tanto nel mettere in questione i punti di vista e i pregiudizi del lettore arrivando a porre questioni teoriche radicali e profondissime, ma anche che solo ponendomi all’altezza della sua speculazione potevo dire di aver fatto sul serio con la mia esigenza di verità. L’idea che la verità sia al tempo stesso il superamento di un punto di vista e il luogo abissale in cui tutti i punti di vista vengono, per così dire, “inverati” fu decisamente scioccante e, diciamo, liberante. Cusano è un pensatore che costringe a questo doppio movimento: ti conduce a pensare l’abisso che si spalanca davanti al pensiero quando il pensiero prova a cogliersi nell’atto di pensare la verità; sottoporsi a questa disciplina del concetto implica il lasciar cadere tutti i pregiudizi e le precomprensioni che ognuno di noi si porta dietro nel necessario sforzo di raccapezzarsi e dare un senso al mondo. Ma a questo tratto ascetico di Cusano si accoppia, in modo straordinariamente tipico, una liberalità non meno abissale, quello sguardo umano, compassionevole e curioso che rende il Cardinale da Cusa in grado di dire che la verità stessa non può darsi se non è in grado di accogliere il percorso irriducibile che dalla e attraverso la nostra assoluta singolarità si muove verso di essa.

– Uno degli scopi del suo testo, dichiarato anche nel sottotitolo, è quello di porre alcune questioni che ruotano intorno alla generazione del significato. Se sia possibile una teoria genetica del significato scevra da possibili riduzionismi. Si tratta di un tema centrale. Quali le principali domande che occorre farsi e quali le indicazioni per orientarsi?

– Non solo possibile ma necessaria se un significato deve darsi in una forma umana. È una questione, forse la questione radicale della filosofia contemporanea, laddove si è cercato di spiegare il momento della genesi del significato a partire da analisi formali, linguistiche, ontologiche, fenomenologiche, pragmatiche, sociologiche e addirittura biologiche (pensiamo alle recenti infatuazioni per tutto ciò che è “neuro”). Ma la domanda di Cusano precede e percorre tutto questo nel momento in cui invita a non recedere di fronte al paradosso per cui non posso appropriarmi di un significato se non trovandolo già costituito e, al tempo stesso, esso non può “significare” nulla al di fuori del mio stesso atto di appropriazione. Ciò implica, da un lato, che non c’è genesi del significato che non sia significazione della genesi: ovvero ogni domanda sul significato viene rimandata come in un gioco di specchi al luogo che rende possibile quella domanda. In seconda istanza, e questo è decisivo, questo movimento a ritroso che accompagna come un’ombra l’atto della significazione è la materia stessa del mondo, se non altro del nostro mondo umano e relazionale, e forse ogni violenza nasce proprio dalla pretesa di appropriarsi di questo momento della genesi o di cancellarlo in noi e nell’altro. Il mondo ci significa, nel senso che ci accoglie nel senso e possiamo significarcelo l’un l’altro, solo se mettiamo in mora il dispotismo di una nostra autarchia, primogenitura o eutanasia rispetto alla vivente realtà della significazione.

Ricordiamo Cusano, oltre che per il notissimo La dotta ignoranza, anche per la teorizzazione della coincidenza degli opposti. Nel suo libro lei lo pone in relazione con Hegel. In cosa Cusano aveva, in qualche modo, colto (e risolto) problematiche che si sarebbero sviluppate nel pensiero filosofico di qualche secolo dopo?

– Non direi “risolto” perché proprio il confronto con Hegel mostra, a mio parere, come l’esigenza posta da Cusano potesse e dovesse riformularsi in modo nuovo, con un diverso linguaggio e in un diverso orizzonte politico. Ma proprio per questo possiamo dire che egli avesse “colto” il nodo essenziale della filosofia a venire, in modo così radicale che anche oggi mi pare si possa pensare in modo serio solo collocandosi nel solco della sua riflessione o, comunque, ponendosi le questioni che egli stesso pose. La dialettica di Cusano si sviluppa proprio in questo rimando tra dotta ignoranza e coincidenza degli opposti: il sapere è sempre non-sapere, un limite che esso sa senza poterlo porre ma che anzi da quello è posto; il non-sapere è lo sfondo illimitato in cui il sapere stesso si muove e si determina come “sapere”. Quando Cusano afferma che il sapere massimo coincide col sapere minimo vuole costringerci a pensare questo rapporto per cui, in ultima istanza, ciò che so, e il fatto stesso che io so, fa parte del movimento reale in cui sapere e non-sapere si coappartengono.

– Cusano, a mio modestissimo avviso, è forse una delle personalità rinascimentali di maggior interesse anche se, nel corso degli studi liceali, spesso relegato ad autore secondario. Il suo pensiero e la sua biografia ci dicono invece l’esatto contrario. Perché c’è questo divario e, soprattutto, perché il pensiero di Nicola Cusano ci può essere utile in periodi come quello che stiamo vivendo? E con quali limiti e precisazioni?

– C’è una risposta banale e una più maliziosa a questa domanda. La risposta banale è che Cusano fu storicamente dimenticato per secoli e riscoperto e diffuso nella cultura europea con  molto ritardo. Il suo influsso diretto o indiretto su Bruno, Descartes o Schelling lo ha sempre relegato al ruolo di nota a pie’ pagina nella storia della filosofia. La risposta maligna è che lo schema concettuale, gli occhiali storicistici, con cui guardiamo la storia della filosofia ci mettono in difficoltà quando vogliamo collocarlo nei grandi “capitoli” della storia del pensiero. Cusano dovrebbe essere riletto oggi come un provocatore e un destabilizzatore, non perché oggi ci sia bisogno di disordine e irrazionalità, ma, al contrario, perché fu un grande pensatore di un periodo di crisi e instabilità. L’esempio cusaniano può tornare oggi utile proprio come indicazione di metodo: accogliere l’irrequietezza del proprio tempo, smantellare le certezze mal riposte, l’arroganza di un pensiero che pretende aver risolto i problemi teorici e pratici del proprio tempo mentre li riproduce inconsapevolmente, e tentare con coraggio la strada di una ricostruzione che tenti di dare un senso condiviso all’esperienza di questo tempo. Ciò può essere fatto solo laddove, come Cusano tentò di fare, ci collochiamo nel punto in cui la molteplicità di questa nostra esperienza rivela, senza arbitrio e violenza, il volto di un’unità in cui essere umani possa ancora avere un senso.

 

Marco Maurizi

La quadratura del nulla

Nicola Cusano e la generazione del significato

Jaca Book, 2021

 

 

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