EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2019, n. 1 - 2 anno IV - ISSN 2531-7334
zannad

Le identità delle porte chiuse

di Traki Zannad Bouchrara

(ITA/FRA testo originale in fondo)

 

Sono i sentimenti collettivi o le passioni collettive che determinano oggi le differenti forme identitarie, essi costituiscono forze di pressione o di dissuasione.

Ma di cosa parliamo? Di quale identità? In effetti, mai una parola, è stata così galvanizzata, profanata, sacralizzate a banalizzata, come questo termine.

Nuove “tribù” o “nicchie” identitarie emergono nelle società urbane europee diventano dei focolari di credenze xenofobe e di ideologie radicali. Aprono la strada a forme di vissuti, pratiche inedite che sfuggono alle categorie classiche delle analisi nelle scienze sociali.

Come cogliere l’influenza attuale dell’emergere di queste forme affettive all’interno dei quadri sociali?

Oggi questa influenza determina i legami sociali, l’irrazionale s’impone e si rinforza. Diventa il bastone sul quale si tengono queste solidarietà esclusive,  che si caratterizzano per la fobia. La fobia dell’altro, essenzialmente “l’islamofobia”.

L’analisi pone un problema di teorizzazione. Si assiste alla proliferazione di reazioni negative; spesso violente che si appoggiano su strategie offensive, legate a rappresentazioni negative dell’altro.

Questi affetti o sentimenti esasperati si nutrono del rigetto dell’altro. L’esempio è sotto i nostri occhi: come la confusione tra Islam e islamismo che fino ad oggi, ingiustamente, non è stata realmente chiarita, colpa della mancanza di una informazione mediatica oggettiva in Europa e a causa di una carenza di ricercatori specialistici del mondo mussulmano. Il vero messaggio dell’Islam tollerante, aperto, portatore dei più nobili valori umani, è stato occultato. Si vede solo l’altro “pseudo islam”, folle a causa delle manipolazioni tragiche veicolate da un minoranza di terroristi.

L’altro, lo straniero di origine mussulmana, anche se ha la nostra stessa cittadinanza, resta sempre uno straniero.  Non cambia nulla. Lo jus soli non è e non sarà mai legittimato.

L’Europa, o generalmente l’Occidente, fa la figura di un mondo disincantato, che rifiuta quelli che non sono europei di origine. Queste porte chiuse identitarie, un’ondata di pulsione di odio ispira sempre più il divenire di queste società. Prende per bersaglio i cittadini di origine mussulmana.

Si assiste oggi alla revisione  di alcuni concetti cari alla civilizzazione occidentale, quello della laicità ma soprattutto quello della democrazia, il significato diventa fragile e cambia da un paese europeo all’altro.

Lo spettro del passato risorge, ci asteniamo dal ricordare qui  la serie di “ismi”: nazismo, fascismo.  E’ difficile controllare la “gestione” di questi sentimenti collettivi, rivolti verso il “noi “ esclusivo.

Occorre ricordare qui, il clamore provocato dalla decisione politica in Francia del ritiro della nazionalità (che è identità) , si punisce chi? In nome di cosa?

L’impatto è violento e terrificante, non se ne parla a sufficienza. Tuttavia questi fatti lasciano delle tracce. La memoria collettiva di quelli si è colpiti non dimentica nulla.

L’ondata dell’estrema destra  e anche di una destra sempre più radicalizzata nelle città occidentali, suona la campana a morto della violenza e della paura. Le città diventano dei luoghi di agglomerazione, città nelle città. In realtà esse sono dei non luoghi. Sono ancora città nelle quali regnano una sola coscienza comune, una unione a una nazione che crede alla sua omogeneità?

Non sono, attualmente, “matrici scoppiate”, città doppie. Alla città periferica degli alloggi popolari degli immigrati di tre generazione, si oppone l’altra città, quella del centro, della volontà, della potenza e della “legittimità” del denaro. Alla cittadinanza periferica, si oppone la cittadinanza centrale, quella del potere centrale. Quest’ultima si barrica in una sorta di “autismo identitario”, non si ascolta l’altro. Nessun partito politico negli ultimi decenni, per prendere l’esempio della Francia, nessun partito ha mantenuto la promessa di riabilitare questi quartieri di esclusione e di marginalizzazione.

Emile Durkheim pensava che l’individuo è collegato alle parti che compongono l’insieme collettivo, questo “noi”senza distinzione di razze, di colore o di religione. Fa leva sulla credenza collettiva che è  analoga, ciò che lui chiama la “solidarietà meccanica”.

Ci parlano, adesso e i fatti sono d’attualità, della violenza subita da famiglie d’immigrati dall’amministrazione ungherese (marzo 2017). Purtroppo si ripete tutti i giorni, che i veri valori sono quelli degli interessi di questi paesi del nord.

A quale democrazia vogliono farci credere? Quella che gira le spalle a  migliaia di uomini, di donne, di intere famiglie decimate dalla fame e dalla guerre.

Quando c’è violenza, tutti i giorni, e non ci si muove, a che servono allora i bei discorsi sulla fratellanza, l’eguaglianza e la libertà?

Centinaia e centinaia di bambini, donne e uomini sono morti o stanno per morire in Siria, Irak, nel Mediterraneo, in Africa e su tutte le strade del “si salvi chi può”. Tutti questi uomini, queste donne e questi bambini sono sacrificati sull’altare dell’”autismo identitario”.

I naufraghi che annegano ogni giorni in mare, quelli non otterranno mai lo status d’immigrato, no non hanno né visti, né carte di soggiorno. Sono morti con una identità “flottante” nel senso proprio e nel senso figurato, quello di un’identità respinta tuttavia vibrante di speranza di un futuro felice che non vedranno mai.

“Dopo il sogno andarono cercando quella città; non la trovarono ma si trovarono tra loro; decisero di costruire una città come nel sogno. Nella disposizione delle strade ognuno rifece il percorso del suo inseguimento.” (Calvino, Le Città Invisibili)

 

(trad. G. Brevetto)

 

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Le  «huis-clos» identitaire

 

Ce sont les affects collectifs ou ces passions collectives qui déterminent aujourd’hui les différentes formes identitaires , ils constituent les forces de pressions et de frappe.

De quoi parlons nous ? De quelle identité ?

En effet, jamais un mot, n’a été à la fois, galvanisé, profané, sacralisé et banalisé  que ce terme.

Ces nouvelles «tribus» ou , ces «niches» identitaires émergent dans les sociétés urbaines européennes et deviennent des foyers de croyances xénophobes et d’idéologies radicales . Elles ont ouvert la voie à des formes de vécus, de pratiques inédites qui échappent aux catégories classiques des analyses  en  sciences sociales.

Comment saisir  la mouvance actuelle de l’émergence  de ces formes affectives à l’intérieur des cadres sociaux ?

Aujourd’hui, cette mouvance détermine les liens sociaux , l ‘irrationnel s’impose et se renforce. Il devient le bastion sur lequel s’appuient ces solidarités exclusives ; qui se caractérisent par la phobie.  La phobie de l’autre ; essentiellement « l’islamophobie ».

L’analyse  pose un problème de  théorisation. On assiste à la prolifération de réactions négatives ; souvent violentes qui s’appuient sur des stratégies offensives, liées à des représentations négatives de l’autre.

Ces affects ou ces sentiments exaspérés se nourrissent de rejet de l’autre. L’exemple est sous nos yeux ; tel l’amalgame entre Islam et islamisme qui jusqu’à nos jours, injustement, n’a pas été réellement élucidée, ceci faute d’informations médiatiques objectives en Europe et à cause d’un manque de chercheurs spécialisés du monde musulman. Le véritable message de l’islam tolérant, ouvert, porteur des plus nobles valeurs humaines, a été occulté. On ne voit plus que l’autre « pseudo islam », fou à cause des manipulations tragiques véhiculées par une minorité de terroristes.

L’autre, l’étranger d’origine musulmane, même s’il a la même citoyenneté, il demeure toujours un étranger. Il n’y a pas de retournement. Le droit du sol n’est pas et ne sera pas légitimé.

L’Europe, ou généralement l’occident, fait figure d’un monde désenchanté, qui rejette ceux qui ne sont pas « européen d’origine ». C’est le «huis-clos identitaire», une vague de pulsion de haine inspire de plus en plus le devenir de ces sociétés. Elle prend pour cible les citoyens de confession musulmane.

On assiste aussi à la révision de certains concepts chers à la civilisation occidentale, celui de la laïcité mais surtout de la démocratie, la signification devient fragile et change d’un pays européen à l’autre.

Le spectre du passé resurgit, nous nous abstenons de ne pas détailler ici  le chapelet des « ismes » : (nazisme, fascisme…). Il est difficile de contrôler «la gestion» de ces affects collectifs, tournés sur le «nous» exclusif.

Faut-il rappeler ici, l’évènement provoqué par la décision politique en France de l’identité déchue,  on punit qui ? Et au nom de quoi ?

L’impact est violent et terrifiant, on n’en parle pas assez. Pourtant ces faits laissent des traces. La mémoire collective de ceux  qu’on a visés n’oublie rien.

La montée de l’extrême droite  et même d’une droite de plus en plus radicalisée dans les villes occidentales sonne le glas de la violence et de la peur. Les villes deviennent des lieux d’agglomérations, des villes dans les villes. En réalité, elles sont des non lieux. Car sont-elles encore des cités dans lesquelles règnent  une seule conscience commune, une union ou une nation qui croit à son homogénéité ?

Ne sont elles pas, actuellement, des «matrices» éclatées, des villes doubles. A la ville périphérique des H.L.M, des émigrés de trois générations, s’oppose l’autre ville,  celle du centre, celle de la volonté, de la puissance et de la « légitimité » de l’argent. A la citoyenneté périphérique, s’oppose la citoyenneté centrale, celle du pouvoir central. Cette dernière  se « barricade» dans une sorte «d’autisme identitaire», on n’entend pas l’autre. Aucun parti, politique durant ces quatre dernières décennies, pour prendre l’exemple de la France , n’a tenu sa promesse de réhabiliter ces quartiers de l’exclusion et  de la marginalisation.

Durkheim pensait que l’individu est rattaché aux parties qui composent l’ensemble collectif, ce «nous» sans distinction de race, de couleur ou de religion. Il s’appuie sur la croyance collective qui est identique, ce qu’il nomme «  la solidarité mécanique ».

On nous parle, en ce moment même et les faits sont d’actualité, de la violence subie par des familles d’immigrés par l’administration hongroise  (mars 2017). Hélas, on le répète tous les jours, que les véritables valeurs sont celles des intérêts de ces pays du nord.

A quelle démocratie veulent ils nous faire croire ? Celle qui tourne le dos à ces milliers d’hommes, de femmes, de familles entières décimés par la famine et les guerres.

Quand il y a violence, guerre et mort d’hommes, tous les jours, et qu’on ne bouge pas, à quoi servent alors les beaux discours sur la fraternité, l’égalité et la liberté ?

 

Des centaines et des centaines d’enfants, de femmes et d’hommes sont mortes et entrain de mourir encore en Syrie, en Irak, en Méditerranée, en Afrique et sur tous les routes du « sauve qui peut ». Tous ces hommes, ces femmes et ces enfants sont sacrifiés sur l’autel de «l’autisme identitaire».

Les naufragés qui se noient tous les jours en mer, ceux là n’accéderont jamais au statut d’émigrés, non ils n’ont pas eu de visas, ni de carte de séjours. Ils ont péri avec une identité «flottante» au sens propre  et au sens  figuré, celle d’une identité refoulée pourtant vibrante d’espoir  de lendemains heureux qu’ils ne verront jamais.

«Ayant rêvé, ils partirent  à la recherche de la ville, ils ne la trouveront pas mais il se retrouvèrent ensemble. Ils décidèrent de construire une ville comme leur rêve de telle sorte qu’elle ne puisse  plus s’échapper». (Italo CALVINO, «les villes invisibles», édit. Seuil, Paris 1984).

 

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