EXAGERE RIVISTA - Settembre - Ottobre 2020, n. 9 - 10 anno V - ISSN 2531-7334
brilli

Leopardi, il neghittoso viaggiatore. Intervista a Attilio Brilli

di Gianfranco Brevetto

Attilio Brilli ha insegnato Letteratura americana all’Università di Siena ed è uno dei massimi esperti di letteratura di viaggio. Le sue opere hanno affascinato schiere di amanti di letteratura e cultori del viaggiare intelligentemente. E’ appena uscito, per le Edizioni Il Mulino, In viaggio con Leopardi, un libro  che ci introduce ad aspetti ancora in parte ignoti del poeta di Recanati.

– Il viaggio al quale lei invita i lettori è con un personaggio tutt’altro che facile. Giacomo Leopardi è una delle personalità più affascinanti del panorama letterario. Una personalità tormentata e dai mille risvolti che ha caratterizzato anche i suoi spostamenti nella penisola. Perché emerge dalla sua narrazione un aspetto ambiguo nel viaggio leopardiano, quello di attaccamento e di fuga di un eterno scontento?

– La risposta, prima che nel suo carattere ci arriva proprio dalla sua stessa produzione poetica. E’ sufficiente ricordare i versi con cui apro questo libro e che sono tratti dalla poesia Ad Angelo Mai, in essi Leopardi ci dice che più si conosce il mondo più quest’ultimo sembra rimpicciolirsi. Vi è un desiderio di conoscenza ma anche la paura di conoscere troppo e che, questa conoscenza, porti ad una forma di delusione. Quando nell’Infinito pone una siepe tra sé e l’altrove, Leopardi pone anche un limite al di là del quale tutto sarà infinito o inconoscibile per un verso o, deludente, per l’altro.

Vi è anche un attaccamento al luogo, testimoniato da quasi tutte le poesie, come nelle Ricordanze, nel senso della memoria. Il luogo appare la memoria dell’uomo e questo è un atteggiamento che si iscrive in una generale sensibilità romantica. Ma il luogo, per lui, è anche una prigione, ad esempio quella familiare, un padre colto e intelligente ma legato ad una cultura oramai ampiamente superata quella di stampo settecentesco. Occorre considerare anche la personalità materna, estremamente rigorosa, gelida e giustamente tenace. Questo crea in Leopardi un senso di continua scontentezza, era cosciente dell’esistenza di ben altri orizzonti culturali, luoghi in cui, all’epoca, la cultura ferveva. Ma poi vi è l’illusione. C’e in lui sempre questa incapacità di radicarsi in qualche luogo, forse solo a Napoli riuscirà a trovare un qualche legame.

– … si potrebbe paradossalmente dire che questo infinito era destinato a restare tale a non completarsi mai, un non finito, o meglio, un non finibile. Molti viaggiatori del tempo, come lei ha descritto in altre sue interessantissime opere, erano attratti dal cosiddetto Grand Tour che andava a integrare il curriculum letterario di poeti e scrittori. Per Leopardi era però anche un segnale di rivolta verso la chiusura dell’ambiente provinciale della sua Recanati.

– Il poeta fugge da Recanati in quanto luogo chiuso, in cui c’era, in qualche modo, una parvenza di cultura. I viaggi leopardiani sono caratterizzati da un estremo interesse per un luogo in cui si possa certo discutere di cultura ma anche da una totale disattenzione e indifferenza verso il luogo stesso. Quando, ad esempio, va a Roma si lamenta degli spazi troppo grandi, risente di una stanchezza fisica nei confronti di questa città. A Firenze percorre sempre lo stesso tragitto per arrivare in via Tornabuoni al Gabinetto Viesseux. Di Santa Croce, che aveva stupito i più grandi letterati, non dice assolutamente nulla. Cosa dice di Milano? Nulla. È come se queste città non esistessero, esiste soltanto il luogo dove si può elaborare la cultura e mettersi a confronto con dei personaggi. Hanno senso solo in quanto teatro di aggregazione di personaggi e di poche e sceltissime persone.

– Per non parlare del rapporto travagliato con le donne che conosce e frequenta durante questi spostamenti, dalle quali viene e si sente, qualche modo, preso in giro.

 – Si tratta di un capitolo estremamente doloroso, inseguiva amori in qualche modo impossibili, sia per la sua deformità ma anche per una certa incapacità a rapportarsi con gli altri. Anche quello con Ranieri a Napoli, l’unico che s’interessa alla sua vita, è un rapporto estremamente teso. Quello con le donne, in fondo, è pressoché inesistente.

– Tra i tanti spunti sull’argomento, lei mette in luce un aspetto peculiare della memoria Leopardiana e lo stretto rapporto tra i luoghi e la memoria stessa.

– Questa è una delle intuizioni più sottili e, in qualche modo moderne, di Leopardi. L’autore riconosce un luogo e ci si sente a proprio agio se quel luogo possiede una qualche memoria che si è sedimentata in lui. Ad esempio a Pisa trova quella sorta di clima intermedio, di clima ideale, di piccola città non travolgente.

– Quindi in Leopardi, come lei spiega nel volume, c’è una necessità di duplicare i luoghi per riconoscerli idealmente…

– Una volontà di ritrovare il suo luogo, non in quanto Recanati in sé, ma in quanto luogo ideale, un luogo che sia per lui il concetto stesso di luogo. Un luogo  che abbia quel clima e quella bonomia che, ad esempio, non aveva trovato neanche a Bologna. Pisa, si diceva, è l’unico posto che, per lui, potrebbe avere queste caratteristiche, gli ricordava il paese natale ma senza l’asfissia familiare e senza il dileggio diffuso.

– Insomma Leopardi sembrerebbe, anche in questo campo, un precursore. Nello specifico di quello che gli antropologi hanno poi denominato non-luoghi.

– Possiamo dire, ancora una volta, che si tratta di un mondo che, una volta conosciuto, si rattrappisce, perde quella carica che solo l’immaginazione può dare. Al momento in cui si conosce nasce la delusione, in un’enfasi che per certi versi ha dell’ossessione. Alla fine le città appaiono tutte uguali, non corrispondono all’immaginazione che aveva in sé di quei luoghi. È il dramma dell’immaginario.

– Nella mia giovinezza, ho spesso incrociato i luoghi leopardiani a Napoli, mi riferisco in particolare a Vico del Pero, dove il poeta è morto. Cercavo di comprendere perché un personaggio come lui avesse poi potuto terminare i suoi giorni in una piccola stradina, in un palazzo del tutto ordinario, proprio nel momento in cui sembrava aprirsi alla solidarietà e alla resistenza della specie umana, come testimonia il poema La ginestra.

– Napoli significa soprattutto il rapporto con Ranieri, in cui lui trova qualcuno che realmente si occupa di lui sotto tutti gli aspetti, anche quelli concreti della vita quotidiana. A Napoli ritrova proprio questo spirito solidale ed una parvenza   di tranquillità. In fondo anche di Napoli non dice un granché come ambientazione ma, il peggiorare delle sue condizioni fisiche, rendono questo soggiorno più drammatico e tutto si conclude, in qualche modo, con La ginestra.

– Si tratta ora di capire come, questo viaggiatore scontento morto molto precocemente, sia divenuto uno dei letterati più celebrati e universalmente riconosciuti.

– La sua è una biografia travagliata che non dice molto, ma oggi Leopardi è forse il poeta italiano più amato all’estero, ovviamente dopo Dante. In lui, in realtà, ci sono tutti quei temi che sono i grandi temi della poesia romantica, con una differenza che affascina. Mentre negli altri la sensibilità romantica si concretizza in una rievocazione del passato totalmente immaginaria, in Leopardi questo immaginario è denso di ricordi classici grazie alla sua solida preparazione in questo campo. Partito dalla tradizione classica, l’ha saputa superare mantenendone il meglio. Cosa che non è accaduta in molti poeti stranieri, dove la cultura classica è qualche cosa di acquisito ma forse non vissuto intimamente.

– Lei è uno dei maggiori esperti di letteratura di viaggio. Lei ritiene che esiste oggi ancora uno spazio per questo genere?

– Questo è un tema interessante e dibattuto, io le dirò la mia tesi. Levy-Strauss, in Tristi Tropici ci dice, da antropologo, che oggi i viaggi sono finiti. In questa frase c’è l’eco leopardiana del mondo che si rattrappisce. Oggi conosciamo tutto, si prende un aereo e si può andare dove si vuole, ovviamente compatibilmente con le attuali, impreviste e drammatiche, barriere virali. Penso che il miglior viaggio sia quello fatto in compagnia di chi ha viaggiato prima di noi, per riuscire a sperimentare il loro modo di vedere confrontandolo con il nostro. Oggi i luoghi sono cambiati ma, Leopardi avrebbe detto, una memoria dell’antico c’è sempre. Montaigne era appassionato di Lucca, andava a Bagni di Lucca dove curava i calcoli renali. Dovremmo rivedere questi stessi luoghi tenendo, in una mano, la descrizione fatta da Montaigne. Occorre viaggiare con i viaggi degli altri, ma non seduti in poltrona. Occorre rendersi conto di persona di come quei luoghi sono cambiati ma anche che cosa è rimasto delle loro essenza. Se cominciamo a viaggiare con la conoscenza di coloro che ci hanno preceduto, probabilmente arricchiremo il nostro sguardo. Certo il rischio è quello di scoprire che talvolta non ne è rimasto drammaticamente nulla. Il confronto non è mai cosa inutile.

 

Attilio Brilli

In viaggio con Leopardi

Il Mulino 2017

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