EXAGERE RIVISTA - Maggio - Giugno 2020, n. 5 - 6 anno V - ISSN 2531-7334
camus

L’epidemia. L’assurdo diventa quotidiano.

di Alberto Basoalto

E’ questo un intervento,  più che un intervento un editoriale per un numero che non esiste, che forse non esisterà mai.  Come apparentemente inesistente, invisibile all’occhio umano, è l’oggetto di questo scritto. Come, parimenti immateriale, fatta di pixel sullo schermo, è la nostra rivista. Exagere non si occupa delle cronache in senso stretto, ma ciò non toglie che debba prestare massima attenzione a quanto accade, debba riconoscere e saper interpretare, fornire strumenti per riflettere. Soprattutto quando i fatti riguardano, influenzano e determinano, l’esistenza di donne e uomini. Ed è proprio da queste esistenze che dobbiamo partire e dalle loro narrazioni.

Recentemente, sul giornale La Repubblica, abbiamo letto l’intervista fatta all’anestesista di 38 anni che, per prima all’ospedale di Codogno, avrebbe ipotizzato un’infezione da coronavirus nel paziente 1.

Il giornalista le chiede: perché ha intuito che la verità si nascondeva nell’assurdo? La risposta della dottoressa si chiude con questa frase: per esclusione ho concluso che, se il noto falliva, non mi restava che entrare nell’ignoto. Il coronavirus si era nascosto proprio qui.

Ci sarà, di questo tutti ne siamo sicuri,  un dopo epidemia. In questo dopo sarà necessario e utile approfondire e analizzare, a mente fredda, tutte le testimonianze che saranno raccolte nelle zone ora chiuse e inaccessibili. Sarà necessario valutarne gli effetti, i traumi, le conseguenze sui protagonisti. Costateremo quali strascichi lascerà l’isolamento di interi paesi, vedremo quali saranno le conseguenze, psicologiche e sociologiche in primis.

Certo, che fin da ora, tutti  i possibili commenti, spiegazioni e analisi, soprattutto se infarciti di facili psicologismi, appaiono insufficienti e destinati esclusivamente a riempire gli spazi affamati dei mass media e dei social.

Paure, timori, ansie, psicosi, angosce , panico sono solo alcuni concetti che, se utilizzati a sproposito, rischiano di disorientare e confondere, aumentando sensi di colpa e etichettamenti individuali e collettivi. Virus e batteri che si aggiungono a virus e batteri. La psicologia è qualcosa di molto serio e non ci faremo trasportare da queste volgarizzazioni.

Per ora registriamo un nemico a noi invisibile, spesso asintomatico, che viene da lontano, contro il quale non vi sono ancora cure certe e verso il quale , per il momento, sono disponibili solo azioni di contenimento, di rarefazione della presenza umana negli spazi comuni. Il contrasto verrà poi, in un secondo momento.

Si regolamentano comportamenti considerati prima irrilevanti, appartenenti alla sfera privata o affettiva. L’abbraccio è sconsigliato per decreto, si dispone l’auto isolamento, la quarantena. Lo stigma sociale viene da sé.

Ho ascoltato, durante i numerosi dibattiti televisivi in onda in questi giorni,  autorevoli commentatori fare riferimenti letterari spesso infarciti di luoghi comuni e di reminiscenze liceali. Due per tutti, Manzoni e Camus.

Dovrebbe essere sufficientemente chiaro che Manzoni aveva in mente un romanzo storico. La sua peste non viene dal nulla ma è portata dai lanzichenecchi. Manzoni è molto attento alle condizioni di vita, alle pratiche igieniche, alle credenze, alle dicerie. I Promessi Sposi è centrato su un’analisi storica e sociale approfondita.

Il sentimento che prevale, da parte degli umili manzoniani, è quello dell’accettazione, sullo sfondo del disegno della Provvidenza divina. Come sappiamo vi è, alla base di questo approccio, un problema teologico serio, posto al Manzoni dai suoi trascorsi giansenisti: l’uomo può salvarsi da solo o vi è la necessità di un intervento divino? La salvezza diventa allora possibile mediante la Grazia che, provvidenzialmente, si può concretizzare, nell’intricata vicenda dei due amanti,  anche attraverso un’epidemia. Una serie di segni talmente forti da muovere la storia collettiva e individuale, talmente potenti da portare alla conversione il male per eccellenza, l’Innominato. Il senza nome, l’ineffabile a fronte di un Dio conosciuto e invocato. Capace di rendere libera Lucia che, nel disperato tentativo di fare da sola, arriva a costringersi in voto destinato a infrangersi, a sua volta, contro la Misericordia divina. La divinità lega, scioglie, interviene nella storia (atterra e suscita, affanna e consola, dirà il nostro autore in un altro componimento). Se non c’è la predestinazione, come sosteneva il giansenismo ormai lontano a Manzoni, Dio interviene direttamente e fa affidamento alla coscienza e alla libertà dell’uomo.

De La peste di Camus conosciamo i riferimenti storici. Ma, nel caso di questo autore, le finalità dello scritto sono di ordine filosofico che, solo se abbandoniamo per un attimo la trama di questo se pur importante romanzo, riusciamo a identificare. In un’altra opera di Albert Camus, Lo stato d’assedio (e anche qui tralasciamo la trama ed i riferimenti storici contingenti che fanno parte di un aspetto puramente  divulgativo), la peste interviene, diventa un personaggio, appare direttamente sulla scena nell’opera teatrale. Essa esclama: Io regno, è un fatto, quindi un diritto. Questo diritto non può essere messo in discussione, la peste impone una sua organizzazione che sostituisce l’apparente pasticcio della realtà. Un ordine che si sostituisce ad un altro ordine. Al diritto naturale, a quello positivo, si sostituisce l’indiscutibile diritto della peste, dove tutto apparentemente è sospeso. Un diritto legato al fatto, allo stato di fatto, non all’uomo e alla sua natura. Le nuove norme fanno diretto riferimento ai corpi, li regolano, riscrivono i comportamenti e limitazioni della libertà. Il fatto è diritto, punto. Molte delle persone che incontro in questi giorni, al di là delle notizie sfornate senza sosta dai media, fanno riferimento ad un senso di oppressione, di pesantezza, d’impossibilità di programmare. Non si tratta di un’emergenza, né di uno stato d’eccezione, ma di un altro ordine, o meglio, di un ordine altro. E’ bene sottolinearlo.

Facciamo, a questo punto, un ulteriore piccolo tentativo di approfondimento, pur rendendoci conto dei limiti di questo scritto. Ci chiediamo perché l’epidemia, un batterio o un virus, piccoli microrganismi possano, in termini concreti o assunti come topos letterari e filosofici, determinare il ribaltamento del diritto naturale, umano,  la mise en abyme delle nostre libertà, imporre il diritto del fatto. Cerchiamo di capire anche cosa abbia a che vedere il tutto con il concetto di assurdità.

Dobbiamo a Heiddeger l’introduzione del concetto di faktizität, fatticità, propria dell’esser-ci, cioè dell’essere nella storia. Un –ci che spesso rimuoviamo, attraverso meccanismi mimetici, quelli che ci consentono di vivere come se. Come se non esistesse, in primo luogo, la finitezza, l’essere limitati nel tempo, contenuto costitutivo del –ci in questione.

Ritorniamo a Camus e alla sua nozione dell’assurdo. L’assurdo nasce, come ci dice questo autore nel Mito di Sisifo, proprio dal confronto tra il richiamo dell’uomo e il silenzio irragionevole del mondo.

Potremmo dire tra l’umanità e i fatti. Tra il sentimento d’immortalità e la finitudine. Saremo sempre estranei a noi stessi , ci ricorda Camus.

L’epidemia è un fatto, ricorda che siamo fatti di corpi, ci riporta al peso della materia, evidenzia e mette in crisi i meccanismi mimetici. Rivela e ci fa confrontare con la distanza tra l’ esistenza mimetica  e l’esser-ci nella storia. Tra il diritto naturale inviolabile e il fatto che diventa diritto. Una distanza che è anche un mettersi a distanza quando scattano i meccanismi di paura, angoscia, spesso immotivata. Un vuoto,  un precipitare verso un possibile nichilismo. Ma, come Sisifo, non abbiamo scelta, occorre accettare la sfida. Il nichilismo può essere anche positivo, se diventa capace di produrre, nell’umano, l’accettazione di questa distanza e la ricerca di nuove e articolate forme di esistenza e convivenza.

 

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